SUGAR BLUE LIVE AT DRUSO CIRCUS – BERGAMO 6/4/2017

Troppo lungo sarebbe fare anche solo una sintesi della lunghissima carriera musicale di Sugar Blue, 68 anni e sulle scene da 50. e la lista delle sue collaborazioni con i grandi del More »

7° EUROPEAN BLUES CHALLENGE

Questa volta la destinazione ad Aprile è un lembo di terra, fredda e desolata, ma non simile a quella di Eliot, bensì, parafrasando l’Amleto, c’è del blues in Danimarca, non poco, anzi More »

Marcus King Band – Milano

Un pubblico di adulti accorso davanti ad un ventenne per farsi trasportare negli anni della loro gioventù, gli anni settanta. Così possiamo giustificare la gran parte degli avventori che hanno riempito il More »

HAVE MERCY BLUES FESTIVAL

L’Associazione “Original People Singing”, chiedendo aiuto ad un’altra associazione “Blues Made In Italy” nella figura dell’infaticabile “boss” Lorenz Zadro con i suoi sparring partner, Patrick Moschen e Valter Consalvi, da tre anni, More »

Martin’s Gumbo Blues Band: We Need A Mojo

We Need A Mojo è il nuovo disco della Martin’s Gumbo Blues Band, trio guidato dal chitarrista Fabrizio Martin (con Daniele Peoli al basso e Diego Boni alla batteria). Un ottimo disco More »

DELTA MOON – Nidaba

I Delta Moon sono una formazione di Atlanta capitanata da Tom Gray e Mark Johnson, che ha un certo seguito negli Stati Uniti, come in Europa, e ritrovarli una sera di primavera More »

Tedeschi Trucks Band – Alcatraz, Milano

Attendevamo con impazienza il primo concerto milanese e, unico in Italia, della band dei coniugi Trucks, in Europa per una serie di date tra marzo e aprile, sulla scia del loro recentissimo More »

Uscito il n. 138 di Marzo 2017

        In questo numero Shakura S’Aida Mamie Smith Derek Trucks PG Petricca Mezz Mezzrow Earl “Guitar” Williams More »

Category Archives: Lutti

Hannes Anrig

Non è mai facile trovare le parole giuste per ricordare qualcuno che se ne è andato, sia che la sua “partenza” sia attesa, che improvvisa, sia che abbia una certa età o che sia giovane. Purtroppo assistere al funerale di un caro amico porta con sé, troppo spesso, oltre al dolore le parole asettiche e impersonali dell’omelia, di chi magari non lo conosceva nemmeno. Detto questo certo non sono la persona più indicata per ricordare Hannes Anrig, che ci ha lasciato il 29 Aprile scorso, nella sua casa ad Arcegno, Svizzera. E non lo sono perché con lui non ho condiviso viaggi, concerti o esperienze particolarmente intense, ma sicuramente l’ho incontrato spesso, dai concerti a Vallemaggia, e prima ancora a Rapperswil, o a Lucerna per il festival nell’intimo backstage, per non dimenticare le finali dell’European Blues Challenge in giro per l’Europa. Ha sempre avuto un modo particolare di legare e di parlare, catturando facilmente l’attenzione della mia compagna, Caterina, e a volte assieme a lei riuscendo anche a prendermi in giro, con quell’ironia teutonica legata anche all’accento che lo contraddistingueva. Sapevo della sua malattia ma l’ho sempre visto forte e combattivo, lasciando trasparire forse nello sguardo, un misto tra malinconico e curioso, la sua sofferenza, che comunque con estrema dignità, non gettava addosso agli interlocutori. Si parlava della musica, dei miei gusti lontani dai suoi, ma non così tanto, dei progetti, e soprattutto si rideva. Questo ricordo con piacere, il suo sorriso mai forzato e neanche sguaiato, così ben abbinato  al suo sguardo. Lo avevo sentito al telefono qualche mese fa per una mail urgente che lo riguardava e che era arrivata all’indirizzo dell’EBU, e di cui mi ringraziò calorosamente, ed incontrato a Horsens, in Danimarca, per l’EBC di quest’anno. Impenetrabile come sempre, ci siamo salutati come se presto ci saremmo ritrovati in qualche concerto. Non potevo sapere che il suo sorriso ed i suoi occhi malinconici non li avrei più rivisti. Quando ho saputo che aveva scelto un posto nuovo per ascoltare la musica ho solo sperato che non avesse dimenticato nulla qui da noi.

Davide Grandi

Chuck Berry 1926- 2017

Forse non c’è  un sinonimo per rock’n’roll a meno di non voler utilizzare… Chuck Berry. Come in fondo già sosteneva, a suo tempo, John Lennon. E’ persino semplicistico qui ricordare quanto abbia prodotto nella sua decade prodigiosa, tra il 1955 e il 1965, era musica per il corpo il suo rock’n’roll, costruito sulla sintesi di elementi country, rhythm & blues e blues, non ha mai celato la sua ammirazione per Carl Hogan, Muddy Waters, Louis Jordan o T-Bone Walker. La musica era vissuta anche sul palcoscenico in modo particolare, incendiario e contagioso. Chuck ci sapeva fare con le parole, le sue canzoni sono tuttora costruzioni perfette, un incastro di ritmo e immagini vivide, innocenza e double entendre, plasmando il linguaggio di espressioni divenute peculiari, tanto è vero che qualche anno fa Bob Dylan (in gioventù a sua volta aspirante rock’n’roller) lo definì “lo Shakespeare del rock’n’roll”. Popolarissimo anche tra i giovani bianchi, tutti quelli che all’inizio dei Sessanta hanno fondato un gruppo, fossero essi inglesi o americani, gli devono più di qualcosa. Quasi un paradosso che l’unico suo pezzo a finire al numero uno delle classifiche sia stato, nel 1972, “My Ding A Ling” e che da allora, in pratica, abbia portato in giro per il mondo il proprio mito e le proprie bizzarrie, suonando con band locali i suoi classici immortali. Sono pezzi talmente inoculati nella coscienza collettiva globale, pensiamo all’uso che ne ha fatto il cinema o la pubblicità, che sembra lunare pensare che non siano sempre stati qui, ma appunto frutto del talento del signor Charles Edward Anderson Berry, da St. Louis, Missouri.  La sua musica dal 1977 viaggia nello spazio sul Voyager insieme ad altre testimonianze dell’arte musicale dell’umanità.  E la storia non è ancora finita dato che, qualche mese fa, Berry aveva annunciato la pubblicazione, nel giugno prossimo, di un album di inediti intitolato “Chuck”.

Matteo Bossi

JAMES COTTON 1935-2017

James Cotton e Hubert Sumlin – Foto di Matteo Bossi

Quando se ne vanno personaggi della statura di Cotton, di qualcuno cioè sulla scena dagli anni Cinquanta, ci si trova a pensare all’assenza, al vuoto che figure come la sua lasciano. Prevale la sensazione di tramonto di un’epoca e la transizione difficoltosa verso un presente incerto e povero di artisti carismatici. Qualcuno lo ricorderà per il lavoro, in fasi differenti, accanto a Muddy Waters e molti appassionati, crediamo, avranno un loro ricordo legato a lui e alla sua vasta produzione discografica. Cotton è passato per varie etichette (Sun, Vanguard, Verve, Capitol, Alligator…) e formazioni, toccando vertici assoluti, ricordiamo almeno “Mighty Long Time” su Antone’s  l’acustico, bellissimo “Deep In The Blues”, con una formazione ridotta ai soli Charlie Haden, David Maxwell (anche loro purtroppo scomparsi) e Joe Louis Walker. Chi ha avuto la fortuna di vederlo in concerto non si dimenticherà di un musicista che trasudava gioia di suonare ogni volta che metteva piede su un palco, ovunque si trovasse. So long, Mr. Cotton, la terra le sia lieve.

Matteo Bossi

SHARON JONES 18 NOVEMBRE 2016

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Foto di Antonio Avalle

“Siamo profondamente rattristiti nell’annunciare che Sharon Jones è deceduta oggi dopo un’eroica battaglia contro un cancro al pancreas. Era circondata dai suoi cari, inclusi i Dap-Kings”. Questa è la notizia che per primo ha diffuso la Daptone Records, l’etichetta discografica di Sharon Jones, sulla sua pagina facebook, aggiungendo anche la richiesta di non pensare ai fiori, ma donazioni alla The Lustgarten Foundation che si occupa di cure contro il cancro al pancreas, alla James Brown Family Foundation e alla Little Kids Rock. Era e continuerà ad essere una delle nostre cantanti di soul e r&b più amate. Con i suoi dischi e concerti italiani (per noi rimane memorabile la sua prima volta in Italia al Bloom di Mezzago, quel 23 Ottobre 2010), ha risvegliato in noi quella parte diventata un po’ sonnolenta per mancanza di stimoli dall’esterno di vibrazioni r&b. L’abbiamo rivista dal vivo dopo la sua “apparente “ guarigione al Circolo Magnolia di Milano il 10 Luglio del 2012, non aveva perso la sua grinta, la simpatia e quella capacità di catapultarci negli anni d’oro della musica neroamericana. Non ti dimenticheremo e continueremo ad ascoltare i tuoi dischi.

                                                                                                               Silvano Brambilla      

 

ALEX JACUK E L’UOMO DI BLUES FRANK PINTONE 26/2/1973-26/2/2016

Il_Blues_Blues_Long_DrinkersL’area del Delta del Po è come  il delta del Mississippi solo meno estesa, ci sono  le paludi, le zanzare, i pesci gatto, i ritmi di vita più rilassati e di conseguenza un’attiva scena blues; in questo contesto si  colloca Alex Jakuc meglio conosciuto come  Frank Pintone.  Il nome viene adottato da Alex  durante il periodo di  servizio civile  prestato  a Torino negli anni ‘90,  dove gli ingredienti principali delle “notti brave sabaude” del nostro erano i concerti blues  e  il bottiglione di vino da due litri, qui  chiamato “Pintone”,  condiviso con gli amici piemontesi.

B.B. King: ogni giorno avremo il tuo blues

Ci sta che alla soglia dei 90 anni arrivi il momento per lasciare questa terra ma, come per ogni figlio il proprio genitore non è mai troppo vecchio, così oggi sono tanti i figli musicali di B.B. King che sentono molto forte la mancanza di quel padre. Lungi da noi la presunzione di condensare in poche righe una vicenda artistica, ma anche umana, di oltre 65 anni, ma ci viene spontaneo anche solo dire un semplice GRAZIE per tutto quello che Riley B. King ci ha regalato nella sua lunga e meravigliosa carriera, ricca non solo di soddisfazioni ma soprattutto di tantissime emozioni e musica destinata all’immortalità.

L’Uomo Lupo se n’è andato per sempre

La scomparsa di Robert “Wolfman” Belfour lascia un grande vuoto nel mondo del blues

Prima o poi doveva accadere, nulla di strano. Per quel poco che conosciamo Robert Belfour siamo sicuri che l’arrivo della “nera signora con la falce” sia stata accettata con la consueta calma e consapevolezza da parte di una persona ben conscia che la vita terrena, che il buon Dio regala una sola e unica volta, abbia saputo essere generosa con lui. Sembra un paradosso parlando di un uomo che ha vissuto nel

Daniele “Ol’ Dan” Ghisoni

E’ di per sé triste ricordare qualcuno che se n’è andato. Ma lo è ancora di più se lo facciamo solo oggi, a distanza di oltre tre mesi. Possiamo accampare mille scuse, di cui magari novecentonovantanove valide, ma ne resta sempre una, ovvero quella che ci spiazza togliendoci ogni alibi precostituito. Rimane il fatto inconfutabile che lo scorso 22 dicembre 2013 Daniele “Ol’ Dan” Ghisoni se ne è andato. Ci eravamo conosciuti a metà degli anni Settanta, dapprima nelle pagine di “Suono Stero Hi-Fi” nella rubrica “Music Box” (fucina nascosta di aspiranti appassionati), proseguita l’avventura in quelle de “Il Mucchio Selvaggio”, dopo di che le nostra strade si divisero. Da parte mia dando vita nel 1982 al sogno editoriale “IL BLUES”, mentre Daniele aveva proseguito il suo percorso dapprima con “L’Ultimo Buscadero” e successivamente con altre pubblicazioni tra cui “Late For The Sky”.Era destino però che le nostre strade si incontrassero nuovamente (1990). E d’altronde non poteva che essere così, in quanto il suo amore per il rock-blues o blues-rock degli anni Sessanta e Settanta (British Blues con i Fleetwood Mac in testa, ed oltre oceano i Canned Heat storici) non era andata perduta e con noi trovò quello spazio di cui aveva bisogno. Collaborò attivamente con la nostra rivista sino all’anno 2000 quando, le imperscrutabili ed imprevedibili vicissitudini della vita di entrambi ci separarono definitivamente. Di “Ol’ Dan” ricordo la simpatia, la carica emotiva, l’apparente estroversione, la passione per i dischi in vinile e soprattutto il porre la musica sopra ogni cosa. 

Marino Grandi  

Roberto Ciotti

Conoscevo Roberto dall’estate del  1972, quando lo incontrai al “Festival d’avanguardia e Nuove Tendenze” a Roma. Quasi tutte le band si esibivano suonando un rock progressivo e di sperimentazione, lui salì sul palco iniziando con un brano blues..fu subito stima, rispetto, feeling  e soprattutto un’amicizia che non è mai stata intaccata da niente, neanche quel giorno all’Arena (concerto in ricordo dell’amico Demetrio Stratos..) quando gli organizzatori ci vietarono di esibirci insieme per stupidi motivi di rivalità tra etichette dicografiche, rivalità ridicola che certo non apparteneva alla nostra amicizia. Insieme abbiamo condiviso il difficile cammino sulla strada del blues di casa nostra, con le incredibili difficoltà legate ad un genere che era pressocchè sconosciuto ai più.. La sua carriera artistica è sempre stata segnata dalla passione per il Blues, quello buono, sia che fosse quello dei primordi o quello elettrico, o quello con contaminazioni etno, folk e rock… Abbiamo condiviso anche la voglia di non omologarsi mai, di essere liberi, di fare i dischi che volevamo! Pochi sanno che Robberto ( con 2 B come lo chiamavo io..) era anche un ottimo armonicista. Mi mancherà il suo sorriso, la sua parlata romanesca, i suoi aneddoti sulle abbuffate in trattoria, ma soprattutto il suo tocco di chitarra, davvero unico, bello, accattivante e di rara eleganza!

Fabio Treves

Eric “Guitar” Davis

Ringrazio davvero per questo spazio che mi è concesso per un ultimo saluto ad un grande artista, performer, cantante e chitarrista, ma soprattutto ad un grande uomo con cui ho condiviso la mia crescita non solo artistica: Eric “Guitar” Davis. Non è facile scrivere quando si perde un compagno di viaggio e di avventure, un compagno con cui hai condiviso entusiasmi, sconfitte, concerti, trasferte, ma soprattutto passioni. Ho avuto la fortuna di stringere questo legame con Eric circa sette anni fa durante il mio soggiorno a Chicago; e da subito mi resi conto che dietro quella maschera di muscoli e tatuaggi in realtà si nascondeva uno dei ragazzi più timidi e dolci di questo mondo, un ragazzo che credeva tremendamente in ciò che faceva. Ho assistito al suo primo concerto ufficiale al B.L.U.E.S. on Halsted, fino a girare gli Stati Uniti insieme alla sua band negli anni seguenti. Ho appreso tantissimo da lui, dal suo modo di lavorare e dal suo modo di essere, dal suo coraggio nel mettersi in gioco e dalla sua genuinità. Un’adolescenza difficile passata sulla strada, fino alla rinascita e alla crescita grazie alla musica. Quello che mi ha più colpito di Eric era la sua autenticità sul palco, la sua determinazione e le sue incredibili doti comunicative: Eric emozionava come in pochi riuscivano a fare. Negli ultimi anni ha fatto parlare molto di sè nel circuito musicale; aveva appena firmato un contratto conla Delmark Recordsed era entusiasta di questa nuova avventura … purtroppo due giorni fa si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato, ed io ancora stento a crederci. La complicità che si era creata tra noi andava al di là del semplice rapporto di lavoro; ci chiamavamo per consigli, idee, sfoghi. Due persone così diverse, di culture così lontane tra loro eppure così forti insieme. Crescevamo insieme Eric, ed io mi aspettavo di continuare ad assistere al tuo percorso umano ed artistico come un fratello minore gioisce dei successi del maggiore. Te ne sei andato troppo presto brother … avevamo ancora tanti chilometri da fare insieme e tante esperienze ancora da vivere… Ti ringrazio per tutto quello che hai fatto per me, e ti porterò dentro le mie note per sempre … Sei tra le cose più importanti che mi siano accadute negli ultimi anni. Un abbraccio brother ….

Luca Giordano