SONGHOY BLUES – LONGLAKE FESTIVAL LUGANO

Musicalmente parlando, mentre gli occidentali filosofeggiano sulle nuove generazioni e chi indicare come colui o coloro che diventeranno i futuri portavoce, in Mali il ricambio generazionale è un atto concreto, e chi prende il testimone non  tralascia di continuare a dar voce ai valori fondanti della loro cultura. I Songhoy Blues è un quartetto formato da giovani ragazzi con la passione per la musica, come tantissimi altri su questo pianeta, solo che hanno seriamente rischiato di non poter già più suonare perché una barbarie umana che scorrazzava nei loro luoghi di residenza, il nord del Mali, considerava la loro musica come “impura”.

Presi i loro preziosi strumenti, sono scappati a Bamako dove hanno poi conosciuto alcuni musicisti occidentali. Ai quattro ragazzi la vita è cambiata, lanciati dal successo del loro primo e fino ad oggi unico disco “Music In Exile”, sono susseguite richieste di concerti un po’ ovunque, fra queste anche la presenza su uno dei palchi della sesta edizione del Longlake Festival di Lugano il giorno 11 Luglio. Era un Lunedì e per una serie di concause, forse perché non era il fine settimana, forse per un  temporale prima dell’inizio, forse per un biglietto d’ingresso, anche se calmierato, il pubblico non era affatto numeroso con la nota positiva che era formato prevalentemente da giovani. I Songhoy Blues però non si sono fatti sopraffare dalla situazione e sono saliti sul palco con quella dose di entusiasmo che anima i giovani, un entusiasmo contagioso e sano.

Foto di Matteo Bossi

Foto di Matteo Bossi

Non hanno ancora tanto materiale da proporre e dunque il concerto era basato soprattutto sui pezzi del loro disco, alcuni dei quali allungati per esigenze dal vivo e che hanno dato vita ad una sorta di ipnosi collettiva, spinti dai balli tribali con delle movenze anche moderne del cantante/chitarrista Aliou Touré il quale fra un pezzo e l’altro, “Soubour”, “Irganda”, “Al Hassidi Terei”, ci ha ricordato la situazione in Mali e ha evidenziato il rispetto per i bambini, le donne, gli anziani e i loro luoghi, insito nella cultura del popolo maliano, come la solidarietà e la pace. Molto bravi anche gli altri tre componenti, il chitarrista Garba Touré con un gran senso della misura e trascinatore di quelle penetranti situazioni sonore maliane dal sobrio passo anche moderno fra rock e blues che ha strappato applausi per un paio di cadenzati blues “Sekou Oumarou”e per un blues più ritmato “Nick”, mentre non ci è sfuggita la encomiabile concentrazione della sezione ritmica, Oumar Touré basso e Nathanael Dembelé batteria. Il nostro desiderio di vederli dal vivo è stato ben esaudito.

 

Matteo Bossi e  Silvano Brambilla