Tedeschi Trucks Band – Alcatraz, Milano

Attendevamo con impazienza il primo concerto milanese e, unico in Italia, della band dei coniugi Trucks, in Europa per una serie di date tra marzo e aprile, sulla scia del loro recentissimo album “Live From The Fox – Oakland”. Com’è nell’indole dell’ampia formazione, non c’è staticità nel suono e nelle set list che variano di concerto in concerto, come ha potuto appurare anche il pubblico dell’Alcatraz, numeroso e pieno di musicisti e addetti ai lavori. Non ci sono convenevoli o enfatiche entrate, tutti insieme da subito sul palco per l’iniziale “Laugh About It” dall’ultimo disco in studio. Poi ecco “Anyday” (Derek & The Dominos), dove l’ottimo Mike Mattison e Susan Tedeschi si dividono le parti vocali con la band che viaggia già a regime, con Derek (che a quel gruppo deve il nome), rimarchevole nella gestione delle dinamiche con tutti che lo seguono in una naturale sintonia.

A Derek basta un leggero cenno del capo, per imprimere uno scarto o un crescendo, per dare spazio all’hammond e al piano elettrico di Kofi Burbridge o ad uno strumento a fiato, accennando ogni volta un mezzo sorriso d’approvazione per il lavoro di questo o quel componente. Recuperano un paio di brani dal loro secondo disco, “Made Up Mind” con accenti gospel e soprattutto “Do I Look Worried?”, un valido rhythm and blues che già era tra le cose migliori su disco, in cui spicca la compattezza della sezione fiati. Lirica la ripresa di “Isn’t It A Pity” (di George Harrison), dove il canto di Susan è risultato molto espressivo. Il gruppo suona come un orologio, e di questo orologio Derek sembra rappresentare il perno centrale, un organismo che respira e traspira insieme. Concentrato sulla sua chitarra, quasi la stesse amando fisicamente in pubblico, inespressivo al limite della timidezza assoluta, tranquillo, senza eccessi, smorfie o salti, riesce a controllare e dirigere l’intera band, con un suono fluido, liquido e a tratti solido, senza interruzioni, senza stacchi improvvisi se non voluti, come una storia che sino alla fine non smette di narrare, non con le parole ma con le sue dita che accarezzano le corde. Spumeggiante “The Letter” (in origine dei Box Tops ma derivata dalla versione del Joe Cocker di “Mad Dogs & Englishmen”), un esplosione di energia anche per il pubblico, e poi l’omaggio a B.B. King con “How Blue Can You Get”, in cui anche Susan ha modo di lasciare il segno alla chitarra. Ed ecco uno dei momenti dove è affiorata un po’ di pelle d’oca, la riproposta di “Freedom Highway” degli Staple Singers. Oltre ad una incondizionata ammirazione per Pops Staples e all’amicizia con Mavis, Derek e consorte, con quel pezzo vogliono rimarcare un disagevole aspetto socio/politico che con l’attuale presidente degli Stati Uniti è tornato ad acutizzarsi. Bellissimo poi l’intro di Derek che prelude a “Bound For Glory”, una dimostrazione di classe cristallina, come vedere all’opera un’atleta d’elite o un grande artista figurativo, il brano di seguito si apre e ognuno porta la propria pietra nella sua costruzione. Fiati e coristi sono ancora molto coinvolti, ma di rilievo ci è parso il lavoro al basso, lungo tutti i brani, di Tim Lefebrve. Se qualcuno avesse dubbi sulla versatilità del gruppo, li avrà dissipati con la parentesi  jazz (altra fonte d’ispirazione di Derek Trucks) con il pezzo “Ali” di Miles Davis (presente nell’ultimo disco live della band), suonato con organico ridotto alla sezione ritmica, Derek, Kofi Burbridge e il trombettista Ephraim Owens, mentre “Let Me Ge By”, canzone titolo dell’ultimo disco, li riporta nell’alveo di un generoso soul / blues venato di gospel. Siamo ai saluti? Non ancora. Gli applausi li riportano sul palco per “Right On Time”, è Mike Mattison la voce guida e il brano, dall’andamento sincopato, dispiega tutto il suo fascino. Finale sulle note di una lunga “Had To Cry Today” (dei Blind Faith), una jam rock’n’roll d’altri tempi. Una gran bella serata, con un gruppo vero, che trasuda passione di suonare, divertimento e professionalità fuori del comune. Derek e Susan inoltre si sono fermati dopo il concerto ed hanno firmato qualunque cosa si trovassero davanti per la lunga fila di appassionati, prima di risalire sul tour bus per la prossima tappa.

  Matteo Bossi,  Silvano Brambilla  e Davide Grandi