Bill Withers 1938-2020

Ha fatto tutto a modo suo William Harrison Withers, a tutti noto come Bill. Già perché chi altro può dire di aver pubblicato il primo disco a trentatre anni ed aver smesso a quarantasette? Nel mezzo però ha composto e interpretato una serie di canzoni entrate a far parte delle vite di un numero incalcolabile di persone. Nato in una cittadina del West Virginia, Slab Fork, diciottenne si arruolò in marina e vi rimase nove anni. Poi si trasferì a Los Angeles, lavorando nel settore della manutenzione degli aerei, con l’idea di provarci con la musica. L’esordio avviene con “Just As I Am” nel 1971 su etichetta Sussex, con la produzione di Booker T. Jones e un paio di brani destinati a diventare dei classici ripresi mille volte, “Ain’t No Sunshine” e “Grandma’s Hands”. La scrittura di Withers è semplice, ed empatica, proprio per questo suona vera e universale. Quando gli è stato chiesto come lo spiega, ad esempio nello speciale Great Songwriters, passato sovente su Rai 5, lui ha risposto che c’è un pizzico di magia, non tutto è razionale ironizzava, “se ci pensate non ci sono tante grandi canzoni scritte da diplomati alla Juilliard”. L’understatement è un altro tratto del suo carattere, lui che tuttavia, sfidando le imposizioni delle case discografiche e le categorizzazioni, seppe ritagliarsi un ruolo di cantautore con elementi folk, rhythm and blues, soul. Raccontava le relazioni umane come pochi, pensiamo a  “Lean On Me” o “Who Is He (And What Is He To You)?” entrambe sullo splendido secondo disco, “Still Bill”, ma anche il dramma dei reduci dal Vietnam, “I Can’t Write Left Handed”. Altri dischi si susseguono a ritmo regolare, tra cui il magnifico “Live At Carnegie Hall” e se forse nessuno raggiunge le vette dei primi due, le belle canzoni non mancano di certo, pensiamo a “The Same Love That Made Me Laugh” o l’arcinota “Lovely Day”. Si ritira per dedicarsi alla famiglia nel 1985, un po’ disilluso dal music business,  concedendosi qualche apparizione sporadica ma nessun nuovo disco. Lo troviamo nel documentario a lui dedicato nel 2009, “Still Bill” o per la cerimonia di induzione nella Hall of Fame nel 2015, dove tenne un discorso pieno di simpatia e modestia. Le sue canzoni sono entrate a far parte del repertorio di artisti delle più diverse estrazioni e generazioni,  in qualche modo trovavano ogni volta la lor veste che fosse in chiave blues, jazz, soul, pensiamo ancora al recente tributo resogli dal cantante Jose James, con un intero CD di suoi pezzi. La terra gli sia lieve, come era solito scrivere un altro grande cantore del lato umano, seppur in ambito del tutto diverso, che ci ha lasciato di recente, Gianni Mura. Un pensiero ed un ringraziamento ad  entrambi.

Matteo Bossi