Blues To Bop – Lugano

Il Lugano Blues To Bop ha varcato la soglia dei trent’anni di vita, curato fino alla scomparsa due anni fa, dal suo ideatore Norman Hewitt. Ora nel segno della continuità, non toccando dunque l’idea e il metodo, l’amico fraterno di Norman, Ed Bersier con i suoi collaboratori, porta avanti un Festival che per le sue caratteristiche non ha perso l’attrattiva, ad iniziare dalla proposta di giovani o meno giovani artisti in qualche caso non ancora affermati, in cartellone con altri già affermati e conosciuti. Per tre giorni la musica blues e dintorni ha animato la città svizzera, dalle tre piazze, dove c’erano i palchi (il più grande in quella principale, Piazza della Riforma), al parco Ciani dove si sono tenuti degli showcase, in modo particolare quello denominato “Blues To Bop School”, dove tanti bambini hanno ascoltato i vari musicisti che in giorni e orari diversi hanno suonato, cantato e chiacchierato. In più c’è da evidenziare l’encomiabile idea dell’organizzazione di regalare ai suddetti bambini cinquanta kazoo durante l’incontro con Vanessa Collier. Un modo semplice di iniziazione alla musica. Per commentare i concerti questa volta non abbiamo seguito la scaletta solitamente programmata da un festival, perché come sopraesposto non c’era un solo palco e nei tre giorni gli stessi artisti si sono esibiti più volte in orari diversi. Abbiamo così deciso di parlare di chi ha suonato e cantato come segue.

The Como Mamas foto Michela Luoni

The Como Mamas, sono un trio vocale, Esther Mae Smith, Angela Taylor e Della Daniels, provenienti da quella comunità sacra della cittadina di Como, Stato del Mississippi. Anche in Europa hanno attirato l’attenzione grazie ai dischi pubblicati dalla Daptone. Pur avendo raggiunto una certa notorietà non hanno modificato la loro espressività religiosa per attirare maggiormente le simpatie del pubblico. Niente pezzi “tormentone” tipo “Oh Happy Day”, “Down By The Riverside” o “When The Saints…”, solo due brani dal piglio personale, “99 and A Half Won’t Do”, “I Know I’ve Been Changed” e “You Got To Move”, passi estratti dai loro dischi, dove a tratti non è mancato quel trasporto contagioso. La loro tipologia di gospel è basata su lunghi sermoni medio lenti, non però dialogante con serrate botte e risposte, a turno le tre Mamas si scambiavano la parte di prima voce mentre le altre replicavano la stessa frase cantata, con l’accompagnamento di due musicisti bianchi americani, Wallace Lester alla batteria (già visto in passato con gli Afrissippi) e David Prather chitarra. Meritatamente tutti i loro concerti sono stati seguiti da tanto pubblico, ovviamente diverso dalla loro comunità, ma rispettoso degli ideali sacri delle ottime Como Mamas, portate anche per una immancabile visita alla città (italiana) di Como.

Hubby Jenkins da Brooklyn, ha fatto parte dei Carolina Chocolate Drops e poi ha seguito Rhiannon Giddens nei suoi progetti solisti. A Lugano lo scoprivamo da solo in acustico, alle prese con brani della tradizione afroamericana, pescando sia dalla tradizione Piedmont che da quella Mississippiana, alternando fingerpicking e uso della slide o da pezzi come “John Henry”,“The Coo Coo” o “Lonesome Valley”. Tecnicamente dotato, peccato avesse una certa tendenza a troncare i finali dei brani e una comunicativa meno empatica, forse per questione di carattere, abbia fatto sì che il coinvolgimento fosse solo parziale.

 

Sleepy LaBeef foto Michela Luoni

Sleepy LaBeef, classe 1935, era senz’altro il veterano di questa edizione, avendo cominciato negli anni cinquanta e attraversando le decadi con il suo rockabilly. Qui lo accompagnava il trio del pianista Dave Keyes, un habitué di Lugano, messi alla prova da un certo anarchismo di Sleepy che assecondava l’estro del momento incurante di tonalità o tempi. Repertorio improntato a classici come “Suzie Q”, “Hello Josephine” o un medley di Jimmy Reed.

Freddie & The Cannonballs giocano in casa, essendo ticinesi e propongono con la guida del bassista Freddie Albertoni, a suo agio anche nelle parti cantate, un blues swingante con ritmo, con due sassofoni a spingere dei suoni ben studiati. Ricordiamo la loro interpretazione di “I Ain’t Gonna Do It No More” dal repertorio di uno dei punti di riferimento, Jimmie Vaughan (è un pezzo di Bobby Charles), ma anche la presenza come ospiti di altri due volti noti, Bat Battiston la prima sera con chitarra acustica, e Marco Marchi il sabato, sia con chitarra elettrica che con la cigar box.

Jontavious Willis foto Michela Luoni

Eravamo curiosi di scoprire dal vivo Jontavious Willis, venitreenne georgiano, molto considerato da Taj Mahal, divenuto una sorta di mentore, mentre Keb’ Mo’ gli ha prodotto l’ultimo disco, “Spectacular Class”. Qui a Lugano lo affiancava il chitarrista Lakota John e i due hanno dato vita a concerti di blues acustico, molto in linea con la tradizione, alternando alcune cover, ricordiamo ad esempio “Come On In This House” di Junior Wells e una notevole versione di “Sweet Black Angel”, a pezzi dei due dischi di Willis. Già molto sciolto alla sei corde, strumento in cui dimostra grande padronanza, Jontavious non disdegna nemmeno l’armonica con buoni risultati e la presenza del socio gli consente in alcuni brani di dedicarsi solo ad essa oltre che al canto. Un musicista ormai affermato e sicuro di sè, che probabilmente rivedremo con regolarità in futuro.

Leyla McCalla foto Matteo Bossi

Eravamo curiosi di rivedere a distanza di un paio d’anni Leyla McCalla, con una band rinnovata comprendente il chitarrista Dave Hammer, bravo ad assecondare i diversi momenti del concerto e una sezione ritmica composta da Pete Olynciw (basso/contrabbasso) e Shawn Meyers alla batteria. E Leyla non ha deluso le aspettative, anzi la sua musica anche in una forma più elettrica rappresenta una combinazione di elementi molto varia e personale, come ben sa chi l’ha ascoltata, anche solo su disco. In lei coabitano i suoni tradizionali di Haiti, le canzoni in creolo, gli elementi cajun e le atmosfere di New Orleans, la sua scrittura è a sua volta una sintesi di personale e sociale, pensiamo a “Capitalist Blues” o “Heavy As Lead”, oppure ad “Aleppo”, straniante reazione ai bombardamenti in Siria, ben sottolineata dalla chitarra di Hammer. La particolarità di Leyla risiede anche nella voce, spesso portatrice di una certa malinconia, come in “Lavi Vye Neg” (da Coupe Cloué) al banjo oppure il recupero del suo violoncello, usato in modo ritmico per “A Day For The Hunter, A Day For The Prey” in piazza della Riforma. Ma anche “Manman Mwen” col coinvolgimento del pubblico o la dolcezza di “Mize Pas Dous”. Davvero brava e affascinante.

Vanessa Collier foto Michela Luoni

Vanessa Collier è giovane ma sta già mettendo insieme riconoscimenti e collaborazioni, oltre a dimostrarsi molto a suo agio sul palco. Cresciuta nel Maryland, la sassofonista è diplomata al Berklee College of Music ed ha già tre dischi al suo attivo. Si muove tra i generi, combinando elementi di rhythm and blues, funk e rock in dosi variabili, supportata da una band che accentua forse un po’ troppo gli aspetti rock, specie nella sezione ritmica. Alterna sue composizioni come “Tongue Tied” o “Don’t Nobody Got Time To Waste” a qualche cover come “I Can’t Stand The Rain”. Suona anche un pezzo, “When It Don’t Come Easy”, cimentandosi con una chitarra resofonica.

Impressioni molto favorevoli hanno destato anche i Birds of Chicago, quintetto imperniato sulla coppia, anche nella vita, formata da JT Nero e Allison Russell. Chitarre acustiche ed elettriche, suoni caldi e d’insieme, tra folk e soul, su tutto poi la presenza dell’affascinante Russell, che si muove flessuosa e abita col suo canto ogni brano. Attingono soprattutto dagli ultimi due dischi, prodotti rispettivamente da Joe Henry e Luther Dickinson, ma nei bis ripescano episodi meno recenti quali la ballata “Till It’s Gone”, che risale agli inizi della loro storia, “è la prima canzone di JT che ho cantato”, racconta la Russell. Molto bella anche “Barley”, composta da Allison per ricordare la nonna.

Max De Bernardi e Veronica Sbergia li conosciamo bene e sappiamo di conseguenza cosa aspettarci da loro. Questa volta erano affiancati nuovamente da Cekka Lou / Alessandra Cecala, per un viaggio all’indietro nel tempo intrecciando tradizione nera e bianca, per versioni di pezzi come “Stagger Lee” o “ Good Liquor”, condotti impeccabilmente e come di consueto con perizia e humour da De Bernardi e socie.

Jamiah Rogers foto Gianfranco Skala

Rappresentante del blues di Chicago quest’anno è stato il ventiquattrenne Jamiah Rogers, in trio col padre Tony al basso, soprannominato “Blues Superman”, titolo anche del suo ultimo CD autoprodotto e scritto proprio col genitore. Da piccolo era un batterista, poi è passato alla sei corde e il suo è un blues esuberante contaminato, inevitabilmente, da abbondanti dosi di funk e rock, con frequenti excursus chitarristici e influssi hendrixiani, come testimoniato dalla “All Along The Watchtower” finale. Spettacolo comunque garantito e i tanti amanti della chitarra avranno apprezzato.

Anche la cantante Judith Emeline & The Feel Good Vibration, giocava in casa. E’ nata a Birmingham da genitori giamaicani, ma dal 1991 abita nel Canton Ticino. Ha una personalità eclettica, è una voce e volto noto della Radio e Televisione Svizzera, è presentatrice del Lugano Blues To Bop, ed è anche una cantante dal piglio deciso e variegato nello stile, soul, gospel, funk, pop, dove la contemporaneità stilistica è dominante su quella tradizionale. Fra i pezzi proposti, ha ripreso “Damn Your Eyes” cercando di dare una propria personalità, ma poi il nostro pensiero è andato a Etta James e Bettye LaVette, che l’hanno già egregiamente incisa.

 

 

Matteo Bossi – Silvano Brambilla – Gianfranco Skala

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