Torrita Blues Festival 2019

C’era una volta, in una ridente collina toscana…  Beh, si, ne siamo consapevoli!  Cominciare così il racconto di una favola è forse la cosa meno originale che si possa fare; ma dopo More »

Il Blues n.147 Giugno 2019

          In questo numero troverete: Leo “Bud” Welch Rev. Sekou Chris Whitley Curtis Salgado Robert Johnson Jesse Cotton Store Recensioni Italiane ed Estere .. e tanto altro!! Per More »

SAMANTHA FISH – Legend – 30 maggio 2019

Per la prima volta arriva in Italia la cantante e chitarrista originaria di Kansas City, in un Legend pieno fino al limite della sua capienza, dove dominano però i capelli bianchi, o More »

The Midnight Breakfast Blues Band alla Torre Velasca

Occasione insolita quella che si è presentata lo scorso 23 Maggio, in quel di Milano, e più precisamente alla Torre Velasca. Complice un invito ricevuto grazie ad amici di vecchia data, e More »

Milano Blues Sessions

Il ritorno del Festival Blues nel capoluogo lombardo, evento lungamente assente da molti anni, ha avuto luogo nel centralissimo Teatro San Babila raccogliendo sia il successo di pubblico registrato con il tutto More »

Tedeschi Trucks Band -Teatro degli Arcimboldi

Il tour europeo della Tedeschi Trucks li ha portati a suonare, anche in Italia, nella dimensione prediletta, quella dei teatri, ragione in più per rendere imperdibile la data del 17 aprile al More »

Larkin-Poe_live-ST89_foto-Francesca-Castiglioni-©

LARKIN POE – Spazio Teatro 89, Milano

Il 29 Marzo scorso allo Spazio Teatro 89 di Milano c’erano le Larkin Poe, band americana capitanata dalle sorelle Lovell. Fin dalla canzone che ha aperto il set “Summertime Sunset” si nota una More »

Category Archives: Biografie

John Campbell

Ricordo di un gigante –  di Marco Denti

Orfani di Stevie Ray Vaughan (ancora adesso), eravamo tutti in attesa del nuovo guitar hero, quando, giusto un anno dopo la sua scomparsa, sulla copertina di “One Believer” apparve il volto spigoloso di John Campbell. Era qualcosa di più, e qualcosa di diverso: non aveva le pose del divo chitarristico (anche se dal vivo il suo set era incendiario), non si trastullava con la tecnica e la tecnologia e i suoi strumenti si portavano dietro un secolo di storia. La tecnica c’era, ed era sbalorditiva, non soltanto per la qualità, l’energia, il background, ma anche per come l’aveva maturata. Apparso di sorpresa e altrettanto repentinamente scomparso, lasciando tutti interdetti e attoniti, John Campbell era un bluesman superbo, affascinante, misterioso. Nato a Shreveport, Louisiana, ma cresciuto a Center, Texas, aveva avuto i suoi primi incontri con la chitarra, prendendola in prestito dalla nonna e a otto anni ne ha avuta una tutta sua. Il blues è sempre stato nelle sue vene, ma dopo un terrificante incidente con un dragster (a sedici anni) che gli segnerà per sempre la vita (un polmone collassato e quasi cinquemila punti per rimetterlo insieme), diventerà qualcosa di più. Costretto a lungo all’immobilità, la chitarra diventa lo strumento per comunicare, visto che è impedito a farlo persino con la voce, e a tratti persino l’unico collegamento con il mondo. Approfondisce la conoscenza di Mississippi Fred McDowell, Lightnin’ Hopkins, Muddy Waters, John Lee Hooker ed Elmore James, tutti nomi che ritorneranno in un modo o nell’altro nella sua storia.  Una biografia che sembra scritta da James Lee Burke: ancora convalescente riparte a battere i bar del Texas, ma gli inizi sono tentennanti. Comincia con The Junction, un trio che perlustra i bassifondi del Texas senza lasciare alcuna traccia discografica [continua a leggere nel n° 144 –settembre 2018]

Tony Joe White

L’uomo delle paludi   di Matteo Bossi

Una voce scura, con gli anni sempre più ombrosa, un ritmo capace di catturare l’ascoltatore e avvolgerlo, intessuto con note sparse di una chitarra dal suono del tutto peculiare. Il radicamento reale e metaforico verso un mondo, forse, in via d’estinzione, quello del profondo Sud e degli esseri, umani, animali o vegetali, che vi abitano. Da questo deriva l’atmosfera che si viene a creare. Sono da oltre mezzo secolo, i tratti distintivi di un’artista a sé stante, Tony Joe White. Il segreto risiede nella semplicità e come in cucina, nella qualità degli ingredienti. Quel che segue è la storia di un uomo che si porta dietro, ovunque vada, un pezzetto di palude della Louisiana, il legame con la sua terra d’origine non si è mai spezzato.

Louisiana Red – Il bluesman per tutte le stagioni

La vita difficile di chi non sapeva fare altro che suonare per mangiare     di Marino Grandi

Nel corso del nostro cammino musicale ed umano iniziato proprio 35 anni fa, ci siamo dimenticati, o meglio avevamo accantonato (con l’eccezione rappresentata da Eddie Boyd nel n.41 grazie all’indimenticato Raffaele Bisson) l’idea di traguardare con la dovuta attenzione personaggi come Memphis Slim, Champion Jack Dupree e Louisiana Red, e cioè coloro che furono tra i primi “esuli” dagli Stati Uniti che avevano eletto, nella seconda metà del secolo scorso, il vecchio continente come seconda Patria. Intendiamo ora rimediare, almeno in parte, iniziando da Louisiana Red, cantante e chitarrista dalla vita non semplice e che, al contrario delle proprie vicissitudini condite da abbondanti doti di emarginazione più o meno strisciante, ha sempre cercato (forse proprio per quello) di essere disponibile a trasmettere a chiunque la “sua” musica, a volte anche a discapito della propria figura di artista. Ed in fondo è proprio per fornirvi una immagine più completa ed umana di Iverson Minter, che abbiamo pensato di completare questa biografia lasciando spazio alle testimonianze racchiuse in chi ha raccolto le sue parole nel 1980, e in chi nel 2011 ha vissuto con lui, sia pure brevemente, l’esperienza di musicista. Tre modi diversi di rivivere il personaggio Louisiana Red. 

Montreux, luglio 1975 Quell’anno il festival, giunto alla sua nona edizione, venne articolato in tre grandi fasi dedicate rispettivamente al Folk-Country-Blues (4-5-6 luglio), Rock-City Blues-Gospel (11-12-13 luglio) e Jazz (dal 15 al 20 luglio). Il nostro interesse, strettamente legato alle disponibilità finanziarie e dagli, allora, inderogabili impegni di lavoro, si concentrò sul calendario che ci offriva la seconda fase. I concerti ebbero luogo nel nuovo Casinò di Montreux (soppiantato a sua volta nel 1993 dall’avveniristico, per quei tempi, Convention Centre), che aveva sostituito il vecchio andato completamente distrutto da un incendio nel 1971 durante un concerto di Frank Zappa. 11 luglio, ore 20:00. Il compito di aprire la serata fu affidato a Louisiana Red che, nonostante fosse armato unicamente della sua chitarra acustica a cui univa il canto da cui traspariva già quella ghiaiosità che il trascorrere del tempo renderà sempre più incisiva, fornì un set che catturò via via l’attenzione ed il rispetto del pubblico. Saranno stati anche i suoi passaggi slide a conferire alla sua prestazione quel tocco di magia necessario, ma rimase il fatto che se “Bring It On Home To Me” di Sam Cooke ne guadagnò in emozionalità, “Going Train Blues” divenne trascinante al punto da indurre l’uditorio a chiedere il bis. Ma come tutte le storie anche quella di Louisiana Red ha un principio.

Gli inizi (con tutto quel che segue…) Se il luogo di nascita è conteso, si fa per dire, tra Bessemer, Alabama, e Vicksburg, Mississippi, e la data di nascita è in bilico tra il 23 marzo 1932 ed il 23 marzo 1936, le varie fonti concordano almeno su una cosa: la disgrazia della morte della madre per polmonite che sette giorni dopo la sua venuta al mondo lo rende orfano. Per giunta persino la scomparsa del padre (minatore nel Kentucky), avvenuta quando Red aveva 5 anni e da sempre attribuita al Ku Klux Klan, venne smentita recentemente da Bob Eagle (1) che ne rintracciò il certificato di morte su cui viene riportato quanto segue «cadde, batté la testa contro una roccia in un fiume e vi annegò». Difficilmente, con questi antefatti alle spalle, Iverson Minter (vero nome di Louisiana Red) avrebbe potuto fare altro se non il bluesman. Mentre speriamo che ci perdonerete l’ironia tristissima con cui abbiamo chiuso la frase precedente, ci siamo permessi di usarla perché il prosieguo del discorso su Louisiana Red è irto di punti oscuri di difficile interpretazione su cui dovremo agire personalmente per cercare di far sì che il tutto abbia un suo senso.  [continua a leggere nel n° 141 – dicembre 2017]

W.E.B. Dubois – Un guerriero sulla “linea del colore”

Biografia di un pensiero attuale (1 parte)  di Mauro Musicco

Non c’è una e una sola ragione per scrivere di William Edward Burghardt Du Bois, nessun retorico, accademico, centenario da celebrare. Eppure sono molte, tremendamente attuali, le motivazioni per tornare su uno dei più importanti intellettuali statunitensi di sempre. La sua opera disegna il cammino afroamericano dalle vicende post-schiaviste alle lotte per i diritti civili. La sua ombra si adagia nel Black Power di ieri come nel più recente Black Lives Matter (1). Riproporne il pensiero, farlo dalle colonne de “IL BLUES”, assume, coerentemente con i propositi di questa rivista, il significato di arricchire la passione per il blues di un prezioso controcanto, un antidoto alla sua mitizzazione. L’ambizione è quella d’offrire un profilo rispettoso, necessariamente incompleto, del suo pensiero. Un richiamo d’attenzione su una figura imponente, al contempo: storico, scienziato sociale, romanziere, militante politico, poeta. Sebbene Du Bois manchi di espliciti riferimenti al blues la sua scrittura è pervasa dalla soggettività controvento del “Popolo Negro”. [continua a leggere nel n° 139 – Giugno 2017]

MAMIE SMITH

La prima signora del blues di Jas Obrecht

“Crazy Blues” di Mamie Smith, la prima registrazione di un’afroamericana che cantava il blues, ha rivoluzionato la musica pop. Testimonianze raccontano che dopo la sua pubblicazione nel 1920, la si poteva ascoltare dalle finestre aperte in quasi tutti i quartieri neri d’America. «Quel disco ha cambiato l’industria discografica», ricorda il jazzista di New Orleans Danny Barker. «Ci fu un grande impulso tra i neri e i bianchi che amavano questo mondo del blues, ad acquistare dischi e fonografi. Ogni famiglia aveva un fonografo in casa, nello specifico grazie al primo disco di Mamie Smith». Nel Sud si suonava blues fin dagli inizi del XX secolo, ma nessuno aveva registrato prima di allora, fondamentalmente perché si pensava che gli afroamericani non potessero comprare 78 giri e giradischi, o non lo avrebbero fatto. “Crazy Blues” ha cambiato quest’idea, dando il là ad una corsa tra i discografici a far incidere le dive del blues. Le stelle che promossero in questo periodo, di breve durata, di classic blues non erano i cantanti down-home che incideranno in seguito nei ruggenti anni Venti, ma le sgargianti veterane dei minstrel show, tent show e dei palchi del vaudeville. [continua a leggere nel n° 138 – Marzo 2017]

FRANK SON SEALS

L’uomo dalla chitarra verde Cadillac

di Ottavio Verdobbio

Introduzione

La tradizione blues nella cosiddetta Terra delle Opportunità (Arkansas/Land of Opportunity) non ebbe mai lo stretto retroterra cultural-musicale dei vari stilemi texani, mississippiani o del Tennessee. Musicisti originari dello Arkansas come Robert Nighthawk, Floyd Jones, Casey Bill Weldon, ecc., dovettero emigrare in cerca di fortuna ed opportunità di lavoro. Solamente in seguito al successo di radio locali come la leggendaria KFFA nell’area attorno ad Helena, si concentrarono una serie impressionante di musicisti di blues dai nomi altisonanti. Il vero catalizzatore di questo fenomeno musicale fu senz’altro l’armonicista Rice Miller meglio conosciuto come Sonny Boy Williamson n. 2, ma anche guys come Robert Junior Lockwood, il pianista Lazy Bill Lucas, Driftin’ Slim, Houston Stackhouse, Joe Willie Wilkins, Peck Curtis, ecc., fecero la loro parte in quegli anni avventurosi per consolidare uno stile musicale locale. Con lo spostamento del Blues verso le città del Nord ci furono, almeno sino alla metà degli anni ‘40, anche gli spostamenti dei bluesmen e delle loro famiglie. In questo esodo verso le città del Nord dobbiamo nominare anche bluesmen più giovani come il batterista Willie Smith e i chitarristi Buster Benton, Sammy Lawhorn, Luther Allison ed il nostro Frank Son Seals (1).

Lacy Gibson, Ike Anderson, Son Seals, Snapper Mitchum (1979, foto Pertti Nurmi ©)

Snooky Pryor: Blow By Blow

La vita esemplare di un bluesman chiamato James Edward Pryor      di Ottavio Verdobbio

Nell’alba malata, Chicago era già in via di autodistruzione. La cintura di miseri caseggiati che potevo osservare dalla finestra della stanza, mi faceva sentire come un condannato che viene lentamente soffocato dalla pena che deve scontare. Nell’uniformità degli slurbs si rispecchiava la mia stessa miseria, e la sbiadita fotografia dell’angoscia mostrava un solitario letto di ottone. Qualsiasi strada o parte di questa città in decadenza e in rovina portava il fardello di uno strisciante blues in minore. Ero completamente in balia di un vecchio “incubo dell’aria condizionata”; ma questa forzata permanenza nella città del vento aveva uno scopo: dovevo scovare un uomo chiamato James Edward Pryor, detto Snooky, l’autore di ”Boogie/Telephone Blues”. Snooky Pryor é l’armonicista che per primo amplificò l’armonica nel blues postbellico, e il  sottoscritto era ossessionato da queste nuove sonorità applicate al piccolo Mississippi Saxophone[continua a leggere sul numero di giugno]