CHIARI BLUES FESTIVAL 2019

Una lunga domenica di musica, quella dello scorso 7 luglio, nel bel contesto del parco di villa Mazzotti, dal primo pomeriggio fino a mezzanotte circa. Tutto ben organizzato da Admr-Chiari, l’evento ha visto il succedersi sul palco, sotto la tensostruttura allestita per l’occasione, ben sette gruppi.

Dopo i bresciani The Scotch,  è il turno dei Superdownhome, il duo Suada / Facchetti, già più volte noto al pubblico per le infuocate aperture di band affermate (di recente il tour di Fantastic Negrito). Non temono di sfidare il caldo e basandosi soprattutto, quanto a repertorio, sul  loro “Get My Demons Straight”, che si avvale della partecipazione di Musselwhite e del loro produttore Popa Chubby, scatenano i decibel sugli ascoltatori. Il loro è downhome ipervitaminico, fatto soprattutto di energia, con qualche richiamo a Seasick Steve nelle sonorità, tra “Highway Music” o “I’m Your Hoochie Coochie Man”.

Foto di Gianfranco Skala

L’inglese Matt Schofield, da tempo residente in Florida, si è presentato col suo trio, con i validi Evan Jenkins (batteria) e Jonny Henderson all’organo. Schofield conferma tutto il suo valore di chitarrista, imbastendo un suono in cui le sonorità dell’organo giocano un ruolo chiave. Rivela di avere  qualche problema alle corde vocali e dunque dopo un paio di pezzi invita l’amico / manager Jay Stollman per due brani, e poi la vocalist Christine Tambakis che si produce in una credibile interpretazione di “Dr Feelgood”. A tratti nelle intro dei vari pezzi ci ricorda il mito ddella chitarra slide,  Sonny Landreth, pur con tutti i distinguo del caso.

David Grissom abile chitarrista a sua volta, viene dal Texas e deve la sua fama ai lunghi anni al servizio di artisti quali Joe Ely, John Mellencamp, Buddy Guy, John Mayall e molti altri.

Foto di Gianfranco Skala

Da solista conta su una discografia più ristretta, tra rock’n’roll spruzzato di blues e qualche divagazione, sempre con la sei corde al centro. Propone qualche classico assieme ad alcuni suoi pezzi, “Loud Music”, ispirata ad un episodio con Ely, accompagnato da una solida sezione ritmica italiana.

Per alzare però e di parecchio, il livello emozionale della musica, ci pensa Eric Bibb con la sua personalità empatica e la connessione immediata che stabilisce col pubblico. Parte da solo con “Going Down Slow”, ma questa volta si è portato dietro un trio di ottimi musicisti, che lo raggiungono ben presto. Si tratta di Paul Robinson alla batteria, già per anni al servizio di Nina Simone per anni e sessionman per Van Morrison tra decine di altri, Neville Malcolm al basso, oltre al fido Staffan Astner dalla fredda Svezia sovente partner di Eric. Attinge dal suo denso repertorio, spaziando dagli omaggi alla tradizione, “Going Down The Road Feeling Bad”, alle sue composizioni, l’autobiografica “Silver Spoon” e la cadenzata “With My Maker I Am One” o ancora, la dedica all’amico Habib Koite, socio sia in studio sia dal vivo, “On My Way To Bamako”.

Foto di Gianfranco Skala

Ma l’acme si raggiunge con una versione solo voce di “Refugee Moan”, sull’attualissimo e universale tema dei migranti, che Eric racconta da una prospettiva umanista. Commovente e meritata la standing ovation. Il suono è corposo e vivo, la band funziona benissimo e Bibb resta un artista a sé stante, fluttua con agio tra blues (“Come Back Baby”), folk e gospel. Nei suoi concerti, giustamente, non manca mai lo spiritual “Needed Time” (lo dedica allo scomparso Franco Mazzotti), appreso da Lightnin’ Hopkins e Taj Mahal, così come altri due suoi pezzi ritmici e coinvolgenti, “In My  Father’s House” e “Don’t Ever Let Nobody Drag Your Spirit Down”. Senza mezzi termini, il miglior concerto del festival, nel caldo torrido di luglio una forte fiammata di emozioni dall’effetto refrigerante.

Ana Popovic è un volto familiare nelle manifestazioni italiane, qui si è affermata e c’è molta Italia anche nel suo gruppo, a cominciare da Michele Papadia alle tastiere e della sezione fiati, formata da Claudio Giovagnoli e Davide Ghidoni.

Foto di Gianfranco Skala

Peccato però che il suono d’insieme uscisse un poco impastato, vuoi per una questione di volumi troppo alti che rendevano complicata la gestione delle dinamiche, vuoi proprio per ragioni d’impostazione. La leader, grandissima chitarrista,  alterna delle ballad come “Johnny Ray” a cose a metà strada tra rhythm and blues e rock’n’roll, “Like It On Top”, title track del suo ultimo disco, prodotto lo scorso anno da Keb’ Mo’. Molti solo di chitarra e un finale con “Going Down / Crosstown Traffic”.

Siamo ormai dopo il tramonto quando arriva il momento di Kenny Wayne Shepherd e del suo gruppo, con l’esperto Chris Leyton alla batteria, Noah Hunt che si alterna alla voce con Kenny, Scott Nelson e Joe Krown, pianista di New Orleans già al servizio di gente come Clarence “Gatemouth” Brown o Bobby Charles. Anche Shepherd ha da poco pubblicato un nuovo album, “The Traveler”, su etichetta Provogue e da esso estrae diversi brani, siano essi cover o autografi. “Mr Soul” (Buffalo Springfield) e “Turn To Stone” (Walsh), si muove in territorio rock, con fiammate continue alla chitarra, “Long Time Running” e “I Want You”.

Foto di Gianfranco Skala

Notiamo divertiti che Hunt somiglia vagamente a Dave Grohl, ma si muove sul palco come un (hard) rocker degli anni Ottanta, cantando “Heat Of The Sun” e “Shame Shame Shame”, dal disco d’esordio “Ledbetter Heights” mentre lo stesso Kenny omaggia il blues con una versione sostanziosa di “Talk To Me Baby”. La sezione ritmica conta sull’ex Double Trouble Leyton, perfetto e quasi “silenzioso”, è un punto di forza e Shepherd, le cui doti alla chitarra sono evidenti, sembra sia riuscito a smarcarsi con gli anni dalla filiazione musicale con SRV. Non manca neppure l’omaggio a Hendrix, con la “Voodoo Child (Slight Return)” concessa nei bis.

Quasi dieci ore di musica per un’overdose senza controindicazioni sulla salute, sembra di essere tornati indietro di molti anni, fino a periodi in cui non eravamo ancora nati, con gente adagiata sull’erba, mercatini di dischi e amici che non vedevamo da anni, il tutto con quel piacevole tocco nostalgico e malinconico che si è sposato perfettamente con l’alta qualità sonora. Magiche alchimie sicuramente da ripetere!

Matteo Bossi e Davide Grandi

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