Francesco Piu Crossing Spazio Teatro 89 Milano

Quando parlai a Marino Grandi, direttore della nostra testata, della personale idea di scrivere qualcosa su Robert Johnson, mi suggerì tutte le cautele del caso, come chi mai dovesse operare su una presa di corrente senza il salvavita. Un fascino elettrizzante da cui neppure il nostro carissimo chitarrista sardo pare però essersi sottratto, allorché lo ritroviamo a calcare il palco del noto spazio musicale milanese, il Teatro 89, proprio a inaugurare non solo la rassegna di Milano Blues 89 promossa da Slang Music, ma anche a presentare l’uscita della sua originalissima versione dei fatti in merito al canzoniere johnsoniano dal quale tutti, prima o poi, sono passati.

Foto di Federico Sponza

E’ allora già più di una settimana che “Crossing”, questo il titolo del nuovo disco di Francesco Piu, ha incontrato dal vero il favore del pubblico, che prima ancora di ascoltarlo aveva già una misura dell’evento, ritrovandosi ancora nientemeno che in una parte della sua componente del dopodomani, quella che due sere prima era lì giust’ “appena” per i North Mississippi All Stars, sullo stesso palco. Ci stanno allora il diabolico bluesman del crocicchio nel Delta e un concerto incendiario poche ore prima, mica robetta, con cui il suddetto ha dovuto fare i conti presentandoci una personale rivisitazione non soltanto delle ormai celebri cover, ma anche di alcuni suoi cavalli di battaglia, talora coincidenti come nel caso di They’re Red Hot, per esempio.

Foto di Federico Sponza

E quanto a prese di corrente, la festa al Teatro di via Fratelli Zoia non è stata certo senza spina e sul palco Piu non è il consueto one-man band di sempre, ma un disinvolto front-man che imbraccia l’elettrica come mai l’avevamo visto, lo show approntato per l’occasione, una carta vincente. E’ infatti la formula degli arrangiamenti a fare la differenza, con un progetto che dal vivo, alla data zero del tour, pesca dallo stile della decina dell’album, dove la selezione delle songs johnsoniane è stata riadattata in un melange etnico dai molti musicisti coinvolti, alcuni dei quali on stage con il nostro che, sciolte le tensioni di questo particolare debutto con la giocosità di sempre, si è allargato con l’impeccabile serietà esecutiva per cui lo conosciamo a una coinvolgente performance di una ventina di tracce, e oltre un paio d’ore buone di musica.

Foto di Federico Sponza

E aprendo le danze proprio da Come On In My Kitchen, è dalla cucina di Robert Johnson, quello spazio intimo che diceva la canzone, che Piu ci inoltra nella dimora del padrone di casa, dicendoci delle canzoni come di quelle stanze che a guida esperta appaiono familiari. E non è di certo un museo quello dove il musicista ci accompagna, ma i luoghi ancor vivi che l’abitare porta inevitabilmente con sé, da Stop Breaking Down a If I Had Possession, come in From Four Until’ Late o nella personale trattazione di Mother o dell’incontenibile Hold On. Così è con gli strumenti che accompagnano la sua voce intrisa di soul (e incredibilmente maturata negli anni, nonostante il raffreddore padano della data in questione) che ci sovviene quell’azzardo a cui pensiamo, dietro i cordofoni di Francesco Ogana o le percussioni della tradizione mediterranea, all’alternarsi con la batteria di Silvio Centamore e Paolo Succu, l’uomo sottile Gavino Riva al basso:

Foto di Federico Sponza

è che Robert Johnson incontri Creuza De Ma, in una splendida mescolanza ove l’inquietudine del blues cede il passo alla solarità del Mediterraneo, suoni arabeggianti e un ritorno alla black – music quando l’incursione elettronica di DJ Cris aggiunge loop e scratch mai irriverenti, come in quell’ultimo Burnside. Non sempre quel che ci si aspetta ascoltando Hellhound On My Trail o Love In Vain piuttosto, ma che certo rimanda a un incontenibile tripudio quando la già citata They Red Hot versione full – band arriva nel pubblico e chiude le danze, abbraccio corale e splendido augurio di un altro inesauribile tour.

 

Matteo Fratti

 

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