Gary Clark Jr – Gardone Riviera

Due sole date in Italia per Gary Clark Jr, nell’ambito del tour europeo che fa seguito a “This Land”, uscito ad inizio anno. Il 24 giugno scorso eccolo allora fare tappa a Gardone Riviera per Tener-A-Mente, nel contesto dell’anfiteatro del Vittoriale, scenario di grande impatto visivo, cosa che non ha mancato di riconoscere lo stesso Gary ad un certo punto del concerto, pensando, chissà, che rientri nel novero dei luoghi più suggestivi in cui gli sia capitato di suonare.  Il pubblico è composto e vario per età e provenienza e prende posto mentre già il gruppo di apertura sta suonando. Si tratta di Nic Cester, cantante australiano di casa in Italia, già frontman dei Jet, qui accompagnato dai Milano Elettrica, band improntata su due percussionisti, basso, tastiera e sulla chitarra di Adriano Viterbini.

foto di Giovanni Vanoglio

Suonano un rock che guarda agli anni Settanta, ma anche ai Black Keys (“Not Fooling Anyone”), attingendo dal disco solista di Cester, “Sugar Rush”. Sono circa le nove e mezza quando il palco viene occupato dal gruppo di Clark Jr, formato, ormai da diversi anni da Johnny Radelat e Johnny Bradley, a comporre una sezione ritmica solida, King Zapata alla seconda chitarra, ai quali da un paio d’anni si è aggiunto il tastierista Jon Deas. L’attacco è a spron battuto, Gary infatti comincia  da uno dei pezzi che lo hanno fatto conoscere, “Bright Lights”, ispirata al classico di Jimmy Reed, nelle sue mani diventa un possente blues rock per il XXI secolo. Ad essa segue un altro cardine dei suoi concerti “Ain’t Messin Around”, con un riff che coinvolge il pubblico. Da qui in avanti largo spazio nella set list lo dedica ai brani del nuovo album, a cominciare da “I Walk Alone”. Sono pezzi che cercano di fondere vari elementi di black music, combinando tra rock, soul, rhythm and blues, funk e hip hop, in cui i richiami a Prince, convivono con la classicità di un Curtis Mayfield. Per certi versi si muove su un terreno simile al collega Fantastic Negrito.

foto di Giovanni Vanoglio

Gary però è chitarrista, erede della tradizione texana, che ha assorbito fin da ragazzino all’Antone’s e questo conta ben qualcosa. Certo il suo approccio è molto diverso rispetto al suo mentore Jimmie Vaughan, fatto di riff ruvidi, un suono più lavorato e sporco delle chitarre (ne alternerà diverse), l’uso di qualche pedale, ma quando si produce in assolo sa lasciarsi andare in fraseggi personali. Usa spesso il canto in falsetto, “Feed The Babies” e la ballad soul “Our Love”, alterna l’energia di “Gotta Get Into Something” ad un pezzo più orecchiabile come “When I’m Gone”. Il blues affiora a sprazzi, nei solo di chitarra per lo più, fino a farsi protagonista nella ripresa del classico “Three O’Clock Blues” (B.B. King), prima di tornare al rock blues dall’impasto quasi hendrixiano “When My Train Pulls In”. I bis prevedono “Guitar Man”, preceduta da una lunga intro del tastierista, un pezzo dalle atmosfere rhythm and blues ormai col pubblico sotto il palco, cui lancerà qualche plettro alla fine e poi la beatlesiana “Come Together”, che Gary ha inciso per la colonna sonora del film di supereroi targato DC Comics, “Justice League”, in una versione muscolare.

Foto di Giovanni Vanoglio

Due ore di musica suonata da un artista dalla personalità multiforme, per un concerto  a predominanza rock,  lasciando molto spazio nella costruzione del suono alle tastiere, più che al secondo chitarrista, il pur valido Zapata. Gary, colpito dall’accoglienza ricevuta, sembra quasi rivendicare il carattere ibrido e trasversale del suo approccio, senza aderire per forza a riferimenti canonici, ma preferendo lasciarsi guidare dal suo istinto e vedere su quali strade lo porti.

 

 

 

 

Matteo Bossi

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