Henry Gray 1925-2020

 

Henry Gray Lucerna Blues Festival 2011 foto Matteo Bossi

Le notizie degli ultimi mesi che il suo amico Bob Corritore aveva trasmesso non erano incoraggianti sulla sua salute e purtroppo lo scorso 17 febbraio, all’augusta età di novantacinque anni, ci ha lasciato anche Henry Gray. Con lui se ne va probabilmente l’ultimo esponente di una era irripetibile di Chicago Blues e insieme una colonna dello Swamp Blues. E non è una iperbole, solo una constatazione. Gray era nato a Kenner, Louisiana ma cresciuto con la famiglia ad Alsen, poco fuori Baton Rouge. Imparò da piccolo a suonare il piano e si può ben dire che non abbia più smesso. Nemmeno durante la guerra, quando venne arruolato nell’esercito. “Ci sono stato dal 1943 al 1946, ma non sono mai stato al fronte, ero nelle retrovie e facevo parte di una di quelle orchestre che suonano per le truppe”, raccontò a Marino Grandi e Luca Lupoli nell’intervista pubblicata sul n. 82 de Il Blues. Rientrato in patria, non ci mette molto per decidere di trasferirsi a Chicago, dover rimarrà fino alla fine degli anni Sessanta. E’ una fase feconda, il piano è ancora un elemento chiave, pensiamo a gente come Sunnyland Slim, Willie Mabon, Eddie Boyd, Roosevelt Sykes, Big Maceo, quest’ultimo divenne una sorta di mentore per Gray. Oltre naturalmente ad artisti più o meno della sua generazione come Johnny Jones e Otis Spann. Il lavoro non manca, né dal vivo né tantomeno in studio dove i suoi servigi sono richiestissimi. Basti pensare ad una breve lista di musicisti con cui registrò: Jimmy Rogers, Little Walter, Billy Boy Arnold, Morris Pejoe, Jimmy Reed, Bo Diddley…Incise anche alcune canzoni a suo nome per la Chess, rimaste inedite per decenni purtroppo. Ma è con Howlin’ Wolf il suo ingaggio regolare e per circa quattordici anni e il suo contribuito nel gruppo è tutt’altro che secondario.

Henry Gray foto Matteo Bossi

Tornato in Louisiana lo ritroviamo su alcune session Excello e Arhoolie, il bellissimo “Louisiana Blues”, che racchiudeva anche incisioni di Clarence Edwards, Silas Hogan, Guitar Kelley e Whispering Smith. La sua attività dal vivo è pressochè incessante, anche se le registrazioni a suo nome non hanno seguito cadenze regolari. Da un Lp registrato in Germania a fine anni Settanta, si dovrà attendere “Lucky Man”, uscito su Blind Pig nel 1988 per il suo esordio americano, poi lo si ritrova con gli Short Fuse di Stephen Coleridge, in alcune incisioni col suo gruppo The Cats, che includeva il chitarrista Paul “Lil’ Buck” Sinegal, scomparso lo scorso anno. Pianista dal tocco personale e con un innato senso del groove, impeccabile l’uso della mano sinistra, ci si stupiva ogni volta per la destrezza che sfidava l’età, anche superate le ottanta primavere. Ci ricorderemo a lungo i suoi slow densi e i boogie saltellanti, da “Watch Yourself”, a “Lucky, Lucky Man” o “Blues Won’t Let Me Take My Rest” incise più volte , divenute suo vero marchio di fabbrica. Amante di un suono d’insieme in cui non c’era posto per protagonismi ma solo per l’interazione e il divertimento di tutti, Gray dovette aspettare la terza età perchè ne fosse riconosciuta la grandezza. Lo si può vedere anche in “Piano Blues”, segmento diretto da Clint Eastwood della serie The Blues e nel più recente documentario “I Am The Blues”. La stima incondizionata di cui godeva nella comunità blues lo ha sempre accompagnato. Ne riascolteremo con inalterato piacere le registrazioni, anche le ultime con Bob Corritore (Il Blues n. 132) o il lavoro sempre gustoso al servizio di altri (John Primer, Tail Dragger, Dave Riley, Johnny Sansone, Larry Garner), ripensando al vuoto che ci lascia la dipartita di un altro pezzo di storia di questa musica.

Matteo Bossi

Please follow and like us: