INTERVISTA SUPERDOWNHOME

Introduzione

Hanno aperto i concerti di tutti i mostri sacri del blues e non solo, sono andati a Memphis per l’International Blues Challenge, guadagnandosi pure un invito al Cigar Box Festival di Samantha Fish,  stanno suonando in Italia e anche all’estero in questo folle periodo di penuria di concerti, insomma i Superdownhome sembrano essere davvero la rivelazione del 2020, un duo chitarra e batteria, simile a molti altri che si sono conquistati la fama in questi anni, ma tuttavia diversi, sia per la provenienza, indubbiamente italiani, che per la proposta musicale, le collaborazioni e tanto altro. Ma sentiamoli raccontarsi direttamente dalla voce di Beppe Facchetti, incontrato in maniera virtuale via Skype, in perfetto distanziamento sociale!

Le domande

D- Enrico e Beppe, da quanto tempo insieme? Suonavate già insieme prima del 2016?

R- Suoniamo insieme dall’inizio del 2016. Prima non avevamo mai suonato insieme. Io faccio il batterista free lance da anni (con alcune collaborazioni e bands che hanno avuto più peso di altre), Henry è sempre stato nel circuito del blues soprattutto bresciano.

D- Quali sono le vostre esperienze? Suonavate già in altre band immagino..

R- Io ho suonato con parecchi artisti piuttosto trasversali rispetto a quello che faccio con i SDH (Paola Turci, Omar Pedrini, Alberto Fortis, Luisa Corna) e anche realtà più blues (Rudy Rotta, Louisiana Red, Elizabeth Lee’s Cozmic Mojo). Henry, come dicevo, ha sempre fatto blues e dintorni.

D- Come mai il nome Superdownhome?

R- Il nome Superdownhome ce l’avevo in mente io da tempo… senza una vera idea sul come utilizzarlo… mi piaceva soprattutto il suono. Alla fine, nel cominciare a sperimentare con gli strumenti e il set-up che abbiamo, il tutto ha trovato un suo senso… il dowmhome è il blues rurale e noi ne abbiamo voluto proporre una versione 2.0 (questo è il motivo del “super”)… una nostra idea di 2.0, pur nel rispetto assoluto di una tradizione che conosciamo e amiamo abbastanza profondamente.

D- Che cos’è per voi il “rural blues”?

R- Il “rural blues” per noi è la tradizione… il blues delle origini… quello che viene altresì definito “downhome blues”… c’è chi ama riproporlo in modo più o meno filologico… in Italia sono in molti e ci sono musicisti davvero fenomenali… noi abbiamo preferito cercare di distanziarci da ciò, non per senso di superiorità ma perché ci riteniamo non in grado di farlo in modo adeguato… questo ci ha stimolato a cercare altrove ispirazione per il nostro suono.

D- C’è qualche duo chitarra/batteria a cui vi ispirate? Mi vengono in mente i 20 Miles, i Black Keys, i White Stripes, Cedric Burnside e Lightnin Malcom, e tanti altri

R- Siamo piuttosto ferrati sui duo blues-related (esistenti o non più) che hanno lasciato un segno più o meno profondo a livello mondiale… tutti hanno avuto una loro influenza sul nostro suono…alcuni li hai citati tu… quando abbiamo iniziato noi ci siamo ispirati principalmente a Seasick Steve e a Scott H. Biram. Poi, le influenze nella nostra proposta sono davvero tante… l’elenco sarebbe davvero lungo…

D- Vi ritenete un duo blues e se si in che senso?

R- Ci riteniamo un duo assolutamente blues per la nostra idea di blues nel 2020… chiamiamolo “alternative blues”… facciamo un esempio… Fantastic Negrito (che ha vinto gli ultimi awards come “best alternative blues”) non si può certo definire blues nel senso tradizionale del termine… credo che fossilizzarsi soltanto su quello che è il blues della tradizione possa pesare alla fine sulla necessità di ricambio generazionale anche del pubblico del blues, che è uno dei principali problemi del blues in Italia da un po’ di anni…

D- L’International Blues Challenge di Memphis.. come è stato e cosa vi ha portato?

R- L’IBC ci ha portato tante cose. A parte la grande visibilità, la maggior parte di queste cose, per noi, non è legata direttamente all’IBC… so bene che sarebbe sensato sponsorizzare l’evento anche qui da noi ma non me la sento di raccontare ad un giovane bluesman che, andando a partecipare all’IBC a Memphis, cambierà la sua vita di musicista… la realtà è che il lavoro da fare per promuovere il proprio progetto è un’operazione a 360°… lunga da spiegare ma comunque molto stimolante da fare e interessante da imparare… diciamo comunque che è stato un grande onore poter vincere le selezioni italiane e un’esperienza fantastica quella di andare a suonare in USA… quello che ci avrebbe potuto dare abbiamo dovuto (ma anche preferito) rimandarlo al 2021 per le ragioni che tutti sappiamo… il 2020 consideriamolo un’assurda bolla di nonsense che speriamo scompaia presto così com’è arrivata.

D- Pensate che il blues in USA e in Europa/Italia sia diverso e se sì in che senso?

R- Il blues è una musica afro-americana… ma, come tutte le forme d’arte, non si ferma a ciò che è… “The blues is the roots; everything else is the fruits” dice una frase attribuita a Willie Dixon… col passare del tempo è diventato altro (ragtime, dixieland, swing, jazz, r’n’r, rockabilly, funk, r&b, disco, hip hop etc etc…) per cui continuerà a mutare e mescolarsi con un mondo che evolve… pur nel rispetto della tradizione occorre considerare che arroccarsi dietro alle vestigia di ciò che è stato rischia di essere più un’operazione da archivista che da artista… occorre fare tesoro di ciò che è stato e mescolarlo a ciò che quotidianamente succede… è sempre comunque stato così… in questo senso non trovo differenze fra il blues USA e quello inglese/europeo… non per quanto riguarda la cifra stilistica o la “pronuncia” ma per quanto riguarda la spirito… anzi… ti dirò che, riguardo alla contaminazione della tradizione, forse ho trovato maggior apertura mentale in USA, che non qui da noi… durante un webinar di inizio lockdown Max Lazzarin, vicepresidente di IBU sosteneva che occorresse rinnovare il pubblico del blues in Italia se non si vuole che scompaia… occorre che si ringiovanisca la tipologia di un’audience che attualmente sta fra i 40 e i 70 anni come media… e possiamo anche illuderci che lo si possa fare ancorandosi soltanto alla tradizione ma ciò che succede nel mondo dimostra che il purismo, la fede cieca alla tradizione, il conservatorismo non aiutano a rinnovare il pubblico… proprio perché nei concetti di purismo/tradizione/conservazione l’idea di rinnovamento è relegata ad un piccolo angolo. A tal proposito, c’è in uscita in USA un interessantissimo progetto di contaminazione fra vecchio e nuovo (si intitola “Take me to the River”). Anche a Milano Folco Orselli sta provando una cosa diversa ma in linea con il concetto di cui sopra e si chiama Blues in MI. Cose così fanno ben sperare.

D- Popa Chubby, Nine Below Zero, Charlie Musselwhite, Anders Osborne, Billy Gibbons collaborazioni presitgiose, come è stato lavorare con questi artisti? Qualche aneddoto divertente?

R- Premesso che con Gibbons è stata semplicemente un’apertura a Pistoia Blues e qualche fotografia nel backstage (pur essendo Billy un nostro idolo da sempre), con tutti gli altri abbiamo avuto a che fare in modi diversi ma collaborativi e sono state tutte grandissime esperienze stimolanti e costruttive. Pur non essendo di primo pelo, siamo cresciuti tanto anche grazie a queste. Consigliamo a tutti di provare a collaborare con altri artisti, sia italiani che non… la musica è condivisione e la condivisione è un ottimo fertilizzante… a volte il risultato è semplicemente una maggiore visibilità, a volte si ottengono risultati che io ritengo più utili, ovverosia una crescita artistica e umana. Quando poi la collaborazione iniziale si trasforma anche in vera amicizia, quello credo sia il massimo che si può ottenere da esperienze di questo tipo. Oltre ad aver lavorato veramente tanto, noi siamo stati anche molto fortunati. Un aneddoto divertente ed edificante viene dall’aver frequentato per sei concerti Fantastic Negrito (che in realtà si chiama Xavier Amin Dphrepaulezz) e, siccome leggenda voleva che non si potesse consumare alcool nei suoi paraggi – cosa poi non del tutto vera – questo ha obbligato noi a nasconderci, come bambini che devono compiere una marachella, tutte le volte che lui si palesava, per poter bere il vino di cui siamo discreti fruitori e, mentre poi bevevamo sentirlo riscaldare la voce per tutto il tempo fra il soundcheck e il suo show, in un modo quasi mistico, quasi fosse un mantra infinito. (Artista comunque spettacolare e persona dimostratasi veramente alla mano).

D- Come è il vostro rapporto con la Slang di Giancarlo Trenti? Quanto è importante avere un management per voi?

R- Il nostro rapporto con Slang Music è quello che c’è fra 2 figli e il proprio padre. Un padre buono e bravo. Dal punto di vista lavorativo il team è di tre perone… io, Henry e Giancarlo per l’appunto… dividiamo e condividiamo tutto, sia come idee che come compiti all’interno della squadra… Giancarlo è il booking agent, io sono il “direttore artistico” ed Henry è il compositore. Naturalmente non sono ruoli chiusi e quindi c’è sempre un grande interscambio però, per riuscire a coprire parte dei 360° di cui parlavo prima occorre che le persone coinvolte partecipino tutte attivamente al progetto. Diciamo che noi tre riusciamo a coprire una buona percentuale del lavoro. Dove non riusciamo ad arrivare noi, abbiamo poi una serie di persone che collaborano più dall’esterno a partire dai collaboratori di Slang Music (Gianni Ruggiero e Stefania Corini) per arrivare ai nostri compagni di viaggio della prima ora Marco Franzoni (fonico, produttore, road manager) e Ronnie Amighetti (video maker, fonico, driver) per arrivare a Warner che ci ha dato una grande mano fin dagli inizi e, via via tutte le persone che bene o male ruotano intorno ad un qualsiasi progetto fatto in modo serio. Non siamo certo una band famosa ma, per quanto riguarda l’importanza di un management, posso con certezza assoluta dirti che, senza Giancarlo Trenti non saremmo nulla di ciò che siamo in questo momento… purtroppo sono cose che si capiscono solo in itinere… ripeto, noi siamo stati molto fortunati da subito.

D- Addirittura un Lp per la Warner, ne avete fatta di strada dagli esordi, in solo 4 anni!

R- Warner che ci regala un vinile per il Record Store Day è la ciliegina su una torta che era già bella farcita di suo. E’ stata una sorpresa anche per noi. Avremmo voluto avere il tempo necessario per far sì che il vinile non fosse una raccolta antologica (cosa che spetta di diritto a bands che hanno fatto la storia – ergo non a noi) ma le tempistiche per stampare (che per un vinile sono molto più lunghe) non ci hanno permesso di fare altro. E’ un piccolissimo neo in un accadimento che, dall’altro lato, ha del miracoloso. Credo fossero 25 anni che una major non stampava un vinile di un artista di blues italiano (l’ultimo ma forse l’unico credo sia stato Roberto Ciotti) quindi siamo onoratissimi che questo sia successo proprio a noi ma vogliamo condividere questa gioia con tutti coloro che fanno parte del nostro circuito perché pensiamo che possa essere un grande stimolo anche per tutti gli altri che fanno blues in Italia… uno stimolo a metterci ancora più entusiasmo e anche a considerare la nostra deriva blues contaminatissima una possibile alternativa a tutto ciò che è spesso un’ imitazione troppo derivativa di ciò che è il blues tradizionale.

D- Come lo vedete il futuro? Progetti?

R- Noi siamo persone entusiaste e appassionate di musica. Ma il futuro in questo momento non fa ben sperare – purtroppo per motivi che esulano dalla musica – è pazzesco quando ci penso, nel momento musicale che ci siamo trovati a vivere, il migliore della mia vita, è arrivata questa mazzata del Covid a mettere in ginocchio un mondo così fragile come quello dell’arte, che vive di labilissimi equilibri così lontani da un vivere quotidiano spesso gretto. Abbiamo un minitour in Francia programmato per fine novembre, ci hanno richiamato in questi giorni da New Orleans per averci ancora fra gli headliners del Samantha Fish Cigar Box Guitar Festival, c’è un disco nuovo in lavorazione programmato per la primavera prossima, c’è in atto un’operazione di remix di una serie di nostri brani con vari special-guests, ma la vera incognita è quella legata all’evenienza di un altro lockdown e quello sarà l’ago della bilancia. Incrociamo le dita e, parafrasando Anders Osborne, speriamo di poter dire anche noi fra qualche tempo “it’s a miracle that we still can, it’s so wonderful that we’re still here”.