Keb’ Mo’ – Black & Blue Festival

Anche quest’anno ai giardini estensi di Varese si tiene il “Black & Blue Festival”, appuntamento abituale giunto quasi al ventennale.  Il primo concerto è stato quello dell’artista losangelino, residente da alcuni anni a Nashville, di ritorno per quattro date in Italia, in versione solitaria, dopo qualche anno di assenza. Sessantottenne asciutto e rilassato, Keb’ Mo’ sale sul palco quasi con discrezione, inanellando dapprima “Rita” e “Life Is Beautiful”, poi introduce la canzone che ha finito per dare il titolo al suo ultimo album, “Oklahoma”, “io ci sono stato solo due volte” afferma divertito.

foto di Michela Luoni

La sua musica combina elementi cantautorali e folk, con la tradizione dei songsters, con una spiccata sensibilità melodica, il lavoro alla chitarra acustica è caratterizzato da un picking gentile e scorrevole, che si dipana su ballate come “Just Like You” oppure l’ironica “You Can Love Yourself”, inoltre suona anche l’armonica in qualche caso, con egual misura.  Attinge parecchio, quanto a repertorio dai suoi primi due dischi e il pubblico accompagna con il battere delle mani pezzi come “Am I Wrong?”, la più blues, con l’uso della national steel e la slide, suonata senza forzature, come nel suo carattere, oppure la dolce “Every Morning”. Non manca una dedica al suo amico e partner del fortunato “TajMo”, Taj Mahal alias Henry St.Clair Fredericks, a lui è rivolta “Henry”. Ecologista, sostiene una campagna contro l’uso della plastica, e infatti durante il concerto beve da un thermos, femminista, ha proposto la sua recente “Put A Woman In Charge” (su disco è un duetto con Rosanne Cash), auspicando una presa di potere da parte delle donne, che di certo, unitamente alla suddetta questione ambientalista, ci sentiamo di appoggiare.

Foto di Michela Luoni

Le sue ballate sono soffici, senza asperità, venate di malinconia quando affondano nella sua biografia, come “More Than One Way Home” e “City Boy”. “Volete un vero dirty blues?” dice prima di suonare l’unica cover della serata, “That’s Alright” (Jimmy Rogers), ma sappiamo che per sua natura non affonda canto e chitarra e/o dobro in territori troppo ruvidi. Attraverso le canzoni racconta storie di tolleranza e umanismo, “This Is My Home”, per esempio parla di un amore tra due immigrati, messicana lei e pakistano lui, trovano una casa e un nuovo senso di appartenenza. Siamo ben lontani dall’attuale inquilino della Casa Bianca, per fortuna. Un’altra canzone d’amore spiritosa, “Shave Yo’ Legs” e poi uno dei momenti migliori, “Hand It Over” (ripresa anche dal nostro Francesco Piu) in odore di gospel. Dopo quasi due ore  per i bis Keb’ Mo’, che già a metà concerto aveva lasciato perdere la scaletta prevista, accettando richieste dal pubblico, dopo “She Just Wants To Dance”, accoglie ancora i suggerimenti e decide di eseguire “Perpetual Blues Machine”, con le cadenze tipiche della sua scrittura. Una bella serata di musica.

 

 

 

Matteo Bossi e Silvano Brambilla