LEADBELLY, IL GRANDE ROMANZO DI UN RE DEL BLUES

LEADBELLY, IL GRANDE ROMANZO DI UN RE DEL BLUES

Leadbelly. Il grande romanzo di un re del blues” di Edmond G. Addeo e Richard M. Garvin esce nella collana Black Prometheus della Shake Edizioni (300 pagine, 17 euro, traduzione di Giancarlo Carlotti). Ne riparleremo nel dettaglio, ma in accordo con l’editore pubblichiamo un significativo estratto:

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Il primo giorno nel campo di lavoro forzato della contea di Harrison, Huddie Ledbetter vide cose che avrebbero fatto invecchiare di quarant’anni chiunque altro. Le condizioni di vita in quel carcere avrebbero comunque bacato per sempre la sua mente. Nulla di quanto avesse visto prima, nemmeno i peggiori maltrattamenti inflitti a un essere umano o le condizioni di vita più schifose, poteva avvicinarsi anche solo alla lontana alle chain gang del Texas, le squadre di forzati alla catena.

Il primo giorno fu rinchiuso in una cella che misurava due per uno. Il letto era un mucchio di paglia marcia, circondato da feci puzzolenti e attorniato da mosche grosse quanto un’unghia. A metà mattina la temperatura sfiorava i 40°, eppure alla fine della giornata fu assai contento di tornare in quel tugurio. Dal 1902 il numero di galeotti era di gran lunga superiore alla capienza dei campi di lavoro forzato del Texas: il sovraffollamento era un problema terribile. La soluzione era semplice, e fruttuosa per lo stato: il carcere dava in affitto i detenuti per i vari progetti di lavori pubblici. Incatenati insieme in lunga fila, i forzati andavano a prosciugare paludi, a lavorare nelle cave e a costruire strade tra boschi e acquitrini. Sotto sorveglianza armata, uomini, donne e persino bambini sgobbavano anche sedici ore di fila. Venivano incatenati insieme fino a trecento forzati, che dormivano di notte nei fossi. La catena era bloccata a intervalli regolari da grosse palle di ferro pesanti una decina di chili. In un’occasione furono spedite in Georgia a lavorare nelle miniere di fosfato settantatré ragazze non ancora ventenni. In base alla legge, anche un reato banale bastava a spedire per mesi un uomo in quei campi di lavoro. Se non disponevi di mezzi di sostentamento o avevi anche solo giocato a carte su un treno texano ti beccavi una sentenza di sei mesi di lavoro duro nella rovente piana del Brazos. Le gang erano quasi tutte formate da neri. Qualsiasi atto di ribellione, anche insignicante, costava una punizione severa. Venivano somministrati indiscriminatamente i bastinados, i pestaggi a suon di pesanti randelli, e le fruste, dette anche “red heifer” (Alle fruste furono dati diversi appellativi: Red Bet, Old Caesar, Black Dan, Red Heifer e Louisiana Fan. Il termine Red Heifer rimanda alla giovenca rossa della tradizione ebraica. Veniva portata all’altare e le sue ceneri usate per la purificazione rituale) schioccavano con millimetrica regolarità sui forzati. E per piegare gli spiriti più ribelli c’era nel campo base una sfilza di “saune” in cui anche cinquanta neri recalcitranti venivano ammassati e lasciati a friggere in una decina di metri quadrati. Queste condizioni e punizioni erano state messe da tempo al bando dal Congresso, ma il ribelle stato del Texas se ne fregava bellamente. Il Ku Klux Klan aveva un enorme potere sui capi delle prigioni, e in tanti casi gli stessi funzionari erano aderenti al Klan o addirittura Grandi dragoni, cioè capoccia del Klan locale. Le nerbate con i cinturoni di cuoio da sei chili erano prassi quotidiana, linciaggi e castrazioni erano frequenti. Venivano arsi vivi e appesi ai rami dei pioppi neri indifferentemente uomini e donne, poi i loro cadaveri mutilati venivano carbonizzati con dei primitivi lanciafiamme e fatti a pezzi con i cavaturaccioli. In città c’era un costante memento della giustizia del Texas: le dita dei cadaveri dei detenuti linciati messe in mostra nelle vetrine dei negozi. I forzati erano costretti a portare alle caviglie gli anelli di ferro ai quali erano saldati picchetti e teste di martello pneumatico. Il giorno prima del suo ingresso nell’ufficio della contea, Huddie aveva saputo che quaranta neri di una chain gang s’erano storpiati per evitare ulteriori fatiche disumane e altre torture. E che le donne venivano denudate e frustate senza pietà in pubblico, e quando finalmente crepavano erano lasciate a marcire all’aria aperta. Nei fossi echeggiavano nella notte i lamenti per la fame, il dolore e le malattie. Il minimo mugolio era trattato come una bestemmia che le guardie erano leste a punire. Veniva praticata quasi ogni forma di castigo medievale: pesanti fasce di ferro per legare i bambini; manganelli che sembravano mazze maneggiati per terrorizzare; addirittura si diceva che alcuni campi usassero i cavalletti medievali con chi cercava di scappare. Quando venivano condannate intere famiglie ai lavori forzati, il più giovane era spesso pestato a morte sotto gli occhi dei genitori a mo’ di esempio, oppure sfondavano la testa ai neonati con il calcio del fucile essendo inabili al lavoro. Quando un uomo crollava per un colpo di calore nell’afoso Brazos, spesso veniva sepolto vivo mentre il lavoro continuava e si stendevano binari e strade. Vent’anni dopo, i giapponesi avrebbero invaso la Cina e perpetrato quello che sarebbe diventato noto come lo “stupro di Nanchino”, ma quelle atrocità erano acqua fresca rispetto alle bestialità commesse all’inizio del Novecento in nome della giustizia del Texas. Il cibo era solo pane stantio con malloppi di polenta, mandati giù con acqua di palude se eri tra i fortunati che sopravvivevano alle risse per impossessarsene. Uomini e donne mordevano e scalciavano per poche briciole, mentre ai bambini troppo piccoli restavano solo gli escrementi umani da mangiare in mancanza di meglio. Le piaghe aperte e purulente venivano tamponate con il fango per strappare un’altra giornata di lavoro. Appena smuovevi il terriccio venivano allo scoperto i teschi, e gli oggetti duri contro cui cozzavano i badili erano spesso ossa umane. I prigionieri dormivano ammassati come se fossero ciocchi di legna da ardere, e quando era ora di tornare al lavoro viaggiavano entro cellulari trainati da cavalli con dentro cinque file di cuccette e neanche mezzo metro di spazio utile a testa. Giunti sul posto, spesso era ancora in vita solo una metà del carico. La realtà di queste condizioni veniva sadicamente esposta ai nuovi arrivati dalle guardie, per esempio la storia delle trenta donne e bambine che avevano scavato delle fondamenta con palle da una ventina di chili attaccate al collo perché rimanessero chine verso il terreno; oppure l’uomo che aveva cercato di evadere ma era stato beccato entro un’ora, solo per essere appeso a testa in giù nel dormitorio con il manico di un’ascia in lato nel culo; o la piccola squadra presso Houston che era stata lapidata da un altro gruppo quando a costoro era stato detto che i primi avevano rubato i viveri dal capanno delle provviste; o il bambino squartato con il machete sotto gli occhi della madre che s’era rifiutata di ammazzarlo con le proprie mani. Ovviamente, Huddie non aveva ancora visto efferatezze del genere, ma capì come girava solo andando, o meglio, venendo portato dai blocchi delle celle nell’edificio direzionale, una struttura di legno appollaiata sopra piloni in muratura. Era un sollievo uscire all’aperto, anche se persino l’aria attorno al blocco delle celle era fetida. Giunto in direzione, fu spinto fino a un bancone di quercia. “Bene, via i vestiti” disse indifferente una guardia alle sue spalle. Vedendo l’occhiata vacua di Huddie, aggiunse meno conciliante: “Qui c’è il vestito a righe”. Quando Huddie si svestì senza fretta, la guardia gli lanciò l’uniforme. “Mettiti questa e passa nell’altra stanza”. Huddie obbedì, poi andò da un tizio dall’aspetto porcino con un fischietto al collo seduto dietro una voluminosa scrivania, intento a fiutare tabacco. Costui prese un foglio che lesse di corsa prima di guardare sdegnoso Huddie. “Un altro stupratore, eh? Be’, qui non c’è figa nera. Si lavora e basta. Devi solo sapere che se non fai il tuo non ne esci vivo. Obbedisci, tieni il naso pulito e non finirai come lui.” Afferrò un oggetto che sembrava un wurstel e lo mostrò al detenuto. “Sai cos’è?”

LEADBELLY, IL GRANDE ROMANZO DI UN RE DEL BLUES

Huddie lo sapeva, ma non fiatò.

“Sì che lo sai. È un tipo che pensava di poter scappare. Un altro di quei tuoi stupidi fratelli. Capito?”

Huddie fece segno di sì.

“Qui dice che hai passato a gonfie vele la visita, e sei bello robusto” proseguì il secondino, posando l’oggetto e mostrando per la prima volta i denti scuri. “I maschioni robusti ci fanno comodo. Peccato che non rimangono forti a lungo. E certe volte non rimangono nemmeno maschioni.” Ridacchiò, indicando il wurstel.

“Be’, intanto ti proviamo come guardia della squadra. Vediamo come te la cavi. Quaggiù una squadra può arrivare anche a cento forzati che lavorano nei campi a spaccare pietre per la ferrovia, con un uomo a cavallo armato di fucile che li sorveglia. Uno dei detenuti è autorizzato ad avere solo i ceppi ai piedi senza le catene corte per poter andare in giro. Non deve spaccare pietre, però ha tanto altro lavoro muscolare da fare. Osserva e verifica che tutto proceda senza che venga rallentato da uno scansafatiche che non ha fatto la sua parte. E frantuma le pietre rimaste. Capito?” Il secondino sputò accanto alla propria seggiola mentre un lo marrone di saliva gli colava lungo il mento. Se l’asciugò con un dito.

“Sissignore” fece Huddie.

Fu portato in un campo lontano dove una squadra stava avanzando in una pietraia sterminata. Aveva i ceppi alle caviglie collegati da una catena lunga meno di mezzo metro, e disponeva di un machete. Si domandò a cosa servisse dato che non vedeva alcunché da falciare. La guardia gli fece segno di fare su e giù lungo la la di forzati. Huddie vide donne incatenate accanto a uomini, e bambini legati con un lo alla catena della madre, tutti quanti uniti da una catena più pesante lunga oltre centocinquanta metri. Quando chi stava davanti finiva il da farsi e si spostava, gli altri erano costretti a mollare il lavoro anche se non era stato completato.

“Certe volte rimane un blocco troppo grosso da spezzare prima che si avanzi” spiegò la guardia mentre Huddie saltellava accanto al cavallo. “In questo caso tu prendi il martello dall’ultimo uomo e completi il lavoro. È più facile raggiungere poi la squadra che avere l’intera linea che si ferma perché c’è un negro che non ce la fa.”

Mentre si girava a vedere se l’altro aveva capito, Huddie stava osservando la chain gang. In effetti sembravano un centinaio. Mai visto nulla del genere. Uomini malati ed emaciati con martelli e scalpelli troppo pesanti, a spaccare pietre che soltanto i più forti potevano affrontare. Capì che il suo lavoro sarebbe stato il più duro, mica facile come sembrava. Non erano molti nella squadra quelli che finivano prima di avanzare.

Ma era ancor meno preparato per il successivo incarico. La guardia spronò il cavallo perché aveva notato qualcosa lungo la linea. “Forza. Ne abbiamo uno.” Huddie tentò di saltellare più svelto ma non ce la fece. Quando alla ne raggiunse la guardia, quella stava puntando il suo Winchester.

“Succede troppo spesso” disse disgustato. “Un tale crepa o crolla definitivamente e agli altri tocca rallentare. Non possiamo staccarli dalla catena, perciò dobbiamo farli a pezzi. È il tuo incarico, naturalmente usando il machete.”

Huddie rimase a bocca aperta. La guardia fece una risatina. “Già, è un lavoro di merda, ma sono saldati e io da cavallo non scendo! Basta amputarli al ginocchio. Il resto della gamba resta lì. Tranquillo, la prossima squadra lo fa rotolare giù di strada o lo seppellisce.” Poi si esibì in una risata più sonora, come se fosse una barzelletta. “Tanto probabilmente finisce mangiato entro il tramonto. Cannibali di merda!”

Huddie sentì ribaltarsi lo stomaco. Quell’uomo era un vero selvaggio. Altro che gli epiteti che rifilava ai neri della squadra! Lo guardò incredulo.

“Forza, tanto vale rompere il ghiaccio” disse la guardia. “Taglia.” Huddie guardò l’uomo a terra. Stava per vomitare.

“E…” S’interruppe a causa del groppo in gola. “E se non è morto?”

“Se non lavora è morto. Ora amputa, così torniamo in cima alla fila.”

Huddie era paralizzato, gli occhi fissi sul poveretto, il machete che penzolava inerte lungo il fianco.

La guardia fece arretrare il cavallo di qualche passo, poi puntò il Winchester. “Staccalo dalla catena o ti faccio esplodere la testa. Capito? A tanti piacerebbe fare il caposquadra.” Ancora non riusciva a muoversi. Era impietrito, la sua mente si rifiutava di accettare i comandi.
“Senti, bastardo d’un culo nero! Conto no a tre poi premo il grilletto del cazzo! Uno!”
A muovere i piedi di Huddie fu il puro istinto di sopravvivenza, l’impulso basilare che costringe gli esseri umani anche ad atti disumani. Andò accanto al poveretto, guardandolo terrorizzato, il machete ben stretto in mano.

“Due!”

Huddie sollevò la mano per interrompere la conta. La lama scintillò nel sole. Vedeva le facce degli altri forzati che senza emozioni lo fissavano.

Con un colpo solo mozzò la gamba del cadavere all’altezza del ginocchio, poi vomitò appena sentì il cavallo allontanarsi verso la testa della la. Resse solo altri due giorni. Come sempre, aveva un piano.

 

Marco Denti