Leo “Bud” Welch

Una fiaba ambientata nel Mississippi   di Lorenz Zadro

foto Francesca Castiglioni

Di Leo “Bud” Welch, abbiamo già scritto su questa rivista, tra le pagine del n. 126 (anno 2014), in seguito ad un incontro faccia a faccia tra le mura del Red’s Lounge di Clarksdale, Mississippi, ma ci pare doveroso tornare a parlare di lui che – con grande sensibilità d’animo, inattaccabile dagli ultimi sforzi – ha affrontato l’ultima manciata d’anni finalmente ricompensato dal successo, quasi la vita avesse un debito nei suoi confronti e volesse consegnargli un riconoscimento prima della sua dipartita.

Boscaiolo in pensione, nato nel 1932 a Sabougla (pronunciato “shah-bowgla”), un piccolissimo quartiere nero poco distante da Clarksdale e Tupelo, alla veneranda età di 81 anni, ha realizzato il suo primo disco solista, dal titolo “Sabougla Voices” (“Il Blues” n.126) e due anni dopo “I Don’t Prefer No Blues” (“Il Blues” n.131), due fortunate uscite discografiche supportate dall’etichetta Fat Possum/ Big Legal Mess, che lo hanno inaspettatamente proiettato negli ambienti più noti e sinceri del blues mondiale, tra Stati Uniti d’America, Europa e Asia. Irresistibile paladino di un chiaro messaggio dove la parola del Vangelo – il suo “mezzo” adottato per condurre una vita meno dissoluta – dava forma ai suoi Blues, comunemente annoverati come appartenenti alla “musica del diavolo”, era linfa per narrare gli alti e bassi della propria vita attraverso il canto. (continua a leggere nel numero 147 giugno 2019)