Little Richard 1932-2020

foto Brian Smith

Difficile immaginare l’effetto che ebbe sugli adolescenti degli anni Cinquanta la musica di Richard Wayne Penniman universalmente noto come Little Richard. Innovativo e anticonformista, ha inanellato una serie di brani epocali a partire dal 1955. Nativo di Macon, Georgia, canta fin da ragazzino il gospel, in famiglia il rhythm and blues non era molto apprezzato, ascoltavano Bing Crosby o Ella Fitzgerald. A lui piacevano invece Roy Brown, Sister Rosetta Tharpe o Ruth Brown. Gli inizi discografici non furono fortunatissimi, delle incisioni per RCA e poi Peacock non ebbero gli esiti sperati. E veniamo al 1955, quando finisce per catturare l’attenzione di Art Rupe della Specialty che dopo aver sentito un paio di demo, lo manda a New Orleans nello studio di Cosimo Matassa, con Bumps Blackwell come produttore ed alcuni grandi musicisti come lo straordinario batterista Earl Palmer. La session langue finchè non viene fuori, “Tutti Frutti”, una volta ripulito un po’ il testo. Fulminante l’attacco: “A wop bop a loo bop a wop bam boom”. Semplicemente uno dei brani che definisce il rock’n’roll, come pure la coeva “Maybellene” di Chuck Berry. Da questo momento e per i successivi due anni Little Richard cavalca l’onda e inanella una serie di brani di grande presa, “Long Tall Sally”, “Slippin And Slidin’”, “Good Golly Miss Molly”, “Lucille”, “The Girl Can’t Help It”, solo per citare alcuni titoli.  Sono pezzi che ri/ascoltati a distanza di decadi conservano una carica bruciante. Partecipa ad alcuni film di un certo successo che ne eternano l’immagine iconica di lui travolgente in piedi al piano. Lo sconcerto del pubblicò si ripetè nel 1957, ma per un’altra ragione.

foto Brian Smith

 Infatti “vide la luce” e lasciò il music business, dedicandosi allo studio della Bibbia in Alabama, per diventare un predicatore. La Specialty aveva continuato a pubblicare il materiale di cui disponeva, lui invece fa uscire un paio di album gospel, uno per la Mercury è persino prodotto da Quincy Jones (“King Of The Gospel Singers”). Ma le cose cambiavano in fretta, se pensiamo che quando Little Richard venne convinto a venire in Europa nel 1962 e a ritornare al rock’n’roll, era diventato l’idolo di diversi gruppi inglesi. I Beatles aprono alcuni suoi concerti e Paul McCartney suo ammiratore incondizionato ne studia a fondo la vocalità ed arriva a riprodurla quasi fedelmente. Lo stesso fa Mick Jagger che ne imita persino la fisicità e le movenze, tanto da averlo definito “la più grande influenza della mia adolescenza”. Little Richard torna alla musica secolare, con alterne fortune, registrando per Vee-Jay (ricordiamo “I Don’t Know What You Got  But It’s Got Me” con alla chitarra uno sconosciuto James Marshall Hendrix) e poi Modern, OkeH. Il suo ritornò culminò in tre più che dignitosi album per la Reprise agli inizi dei Settanta in cui incise anche brani dei suoi discepoli bianchi (“I Saw Her Standing There”, “Brown Sugar”). Della sua traiettoria successiva, in fondo ci interessa relativamente. Era ormai parte della cultura popolare americana e non solo.  Tra concerti nei circuiti revivalistici, ritorni al gospel, apparizioni cinematografiche o televisive, persino un buffo spot pubblicitario per una nota marca di sneakers diretto da Spike Lee e con Michael Jordan. E’ in assoluto uno dei grandi della storia della musica, al punto da influenzare non solo la parte musicale ma anche quella estetica, Sly Stone, Billy Preston o Prince ne sono l’esempio. Con lui se ne va uno degli ultimi rappresentanti di un’epoca irripetibile.

Matteo Bossi e Silvano Brambilla