Porretta Soul Festival – 2019

In un confortevole mix di nuovo, di antico e di ricondizionato è ritornato per la trentaduesima volta al Rufus Thomas Park, nel centro storico di Alto Reno Terme (rassegnatevi, dal 2016 il comune di Porretta Terme in quanto tale non esiste più), il Porretta Soul Festival, parto dell’amorosa lungimiranza di Graziano Uliani e diventato, sotto la sua direzione, una manifestazione unica al mondo.

Talmente importante da potersi confrontare, anche in termini di visibilità e di mobilitazione di pubblico, con eventi rock e jazz di primo piano, il festival non ha mai tradito la missione primordiale: proporre in esclusiva l’autentica soul music affermatasi negli Stati Uniti e nel resto del globo più di mezzo secolo fa. La sua ascesa segnò l’epoca dei diritti civili e diede voce alla battaglia dell’America nera per sfuggire a razzismo, intolleranza e segregazione; pur nell’avvicendarsi delle generazioni e dei gusti musicali, l’attuale termometro sociale avverte che forme, spirito e contenuti rimangono drammaticamente attuali.

Archie Turner foto di Michela Luoni

Estesa ormai ufficialmente a quattro serate di eguale dignità (e con eguale prezzo di ingresso), la manifestazione si è aperta giovedì 18 con The Sweethearts, venticinque ragazze delle scuole superiori dello stato di Victoria, in Australia, che girano il mondo esercitandosi a suonare e cantare soul, accompagnate dai loro tutori. Per la sesta volta a Porretta, vi giungono con una loro sorella maggiore apparsa all’edizione del 2012, la vocalist Georgia Van Etten, ora residente a Londra e destinata a una luminosa carriera da solista. A seguire il sassofonista Pee Wee Ellis, storico arrangiatore di James Brown e di Esther Phillips, a cui è toccato di ricevere il premio alla carriera per il contributo dato alla promozione e alla diffusione della musica soul e rhythm & blues e di eseguire un set (appena dignitoso, a dire la verità) in compagnia degli svizzeri Re:Funk. Il Sweet Soul Music Award 2019 spetterà invece al benemerito conduttore e presentatore radiofonico e televisivo Sergio Mancinelli.

La serata è andata ad accrescere il suo appeal con due ritorni di prestigio: da New York City, tra blues-con-ritmo e cantautorato, quello dell’interprete e produttore Scott Sharrard, già direttore artistico di Gregg Allman, e dalla Memphis dei tempi d’oro quello di Don Bryant, soul man agrodolce per eccellenza, a fianco dei Bo-Keys, la superba formazione indigena che, corre voce tra gli insider, studia seriamente per diventare la house band ufficiale per le prossime edizioni del festival. In tal caso rileverebbe il testimone dalla californiana Anthony Paule Soul Orchestra di undici elementi, che

Annika Chambers foto di Michela Luoni

ne è stata l’ossatura per sei anni di fila e che ha ripetuto la sua solidissima routine, le sere successive, al servizio di ospiti come i coinvolgenti memphisiani Chilly Bill Rankin e Jerry Jones, dinamico duo ispirato agli anni d’oro di Sam & Dave, e l’elegante Wendy Moten, scelta stavolta come interprete del sempre popolare repertorio di Aretha Franklin. Paule ha riavuto con sé il vocalist Larry Batiste, direttore musicale dei Grammy, e il magnifico veterano Wee Willie Walker, minuscolo campione di deep soul da dopolavoro di provincia e reduce del grande successo ai recenti Blues Awards. Ma ha accompagnato anche Willie West, un neorleansiano della scuola di Allen Toussaint, la sensuale chicagoana Khylah B e il suo eccentrico concittadino Tony Wilson, che calca le scene con sembianze e movenze da “giovane James Brown”, con tanto di piroette, salti mortali e giochi con l’asta del microfono. Più caricaturale che credibile, Wilson, che era accompagnato da una violinista semiclassica cinese, Judy Lei, ha persino celebrato l’esatto cinquantennale della prima camminata sulla luna con un curioso “Moonwalk” a goffa imitazione di Michael Jackson.

LaRhonda Steele foto di Michela Luoni

Si è applaudito, da Houston, l’esordio sull’Appennino della verace e conturbante Annika Chambers che si è messa in luce con una ipertesa versione di “The Jealous Kind”; poco più che trentenne, è segnalata tra le più meritevoli esponenti del nuovo blues al femminile. Da Portland, Oregon, si è assistito invece al ritorno della regale interprete di rhythm & blues “classico” LaRhonda Steele, leggermente a disagio per l’estensione anche a lei dell’imposizione di una scaletta dominata del canzoniere di Aretha, mentre ha sorpreso la lucida potenza del navigato Curtis Salgado, l’armonicista e front man di limpida osservanza soul-blues che fu membro del primissimo gruppo di Robert Cray. Riduttivamente citato come l’originario ispiratore di John Belushi, anche perché i Blues Brothers gli dedicarono l’album d’esordio, Salgado è stato uno dei trionfatori, grazie al ricco repertorio e a picchi di genuinità come l’acre “Blues Get Off My Shoulder”, un successo minore di Bobby Parker e dello stesso Cray. Salgado, che era degnamente accompagnato dalla touring band francese, non è stato l’unico a valersi di un proprio gruppo: l’eccellente burundese J.P. Bimeni, testimone suo malgrado di uno dei peggiori genocidi della storia e primo artista africano del festival, era associato ai madrileni Black Belts. Bimeni è rinato in Europa come performer con un repertorio originale sulle linee di Otis Redding, Curtis Mayfield e Bobby Womack e di un’agilità in scena che ricorda Marvin Gaye. La preziosa Luca Giordano Band, che ai sax tenori schierava Sax Gordon Beadle insieme al promettentissimo figlio adolescente Martino Boni Beadle, è stata al puntuale servizio dello screamer bostoniano Leon Beal Jr, raffinato portavoce di un groove sexy e romantico.

Leon Beal foto di Michela Luoni

Il susseguirsi delle generazioni di pubblico e di interpreti a Porretta si confronta ogni anno con la tranquilla determinazione di Uliani. È lui il primo ad accorgersi che al suo festival non ci sono più i Rufus, i Solomon, le Irma Thomas o le Millie Jackson, e che i rimpiazzi – artisti non esattamente di pari statura – potrebbero farli rimpiangere. Ma riesce lo stesso a soddisfare un pubblico folto, competente, fedele alla formula – che premia la familiarità tra interpreti e platea e scoraggia sterili divismi – più ancora che interessato ai singoli nomi. E forse anche questo il segreto di un successo che pare inarrestabile.

Edoardo Fassio

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