Soundtracks Jazz & Blues Festival 2019

Sempre con l’organizzazione in mano a Daniela Rossi e Luciano Oggioni, quest’anno il Festival con la sua caratteristica di “itinerante”, è andato in scena in sei comuni della provincia di Milano: Lainate, Nerviano, Canegrate, Busto Garolfo, Parabiago, Cerro Maggiore. La sua collocazione è nel periodo estivo e per questa quindicesima edizione il comun denominatore è stato un piccolo strumento che ha contribuito a rendere grande e immortale la musica blues, l’armonica, con i suoi protagonisti nelle vesti di leader delle varie formazioni che sono state invitate. Come è da tradizione del Sound Tracks, i concerti erano gratuiti e a sostegno di varie organizzazioni di beneficenza laiche e cattoliche. Ci scusiamo se per questa edizione non abbiamo potuto seguirli tutti, per un sovrapporsi di altri avvenimenti in altri luoghi, ma persone fidate ci hanno raccontato dell’esito positivo, anche in termini di partecipazione di pubblico. Per dovere di informazione citeremo comunque tutti gli appuntamenti, iniziando dal primo, dove eravamo presenti, e fortunatamente, perché l’inaugurazione del Festival è stata fatta da uno dei veterani della scena blues in generale e nello specifico inglese, Paul Lamb & The King Snakes, venuto in Italia solo per un concerto, tenutosi nel bellissimo “teatro naturale” situato in uno dei cortili della Villa Visconti Borromeo Litta di Lainate.

Paul e Ryan Lamb foto Fabio Tosca

Un concerto decisamente soddisfacente per una palese ed efficace naturalezza, dove la tradizione è stata proposta con freschezza, sobriamente segnata da accenni di contemporaneità dalla chitarra dell’unico giovane, il figlio Ryan Lamb. Il padre Paul ha iniziato da solo con l’armonica, offrendo al pubblico una versione di “Summertime”, poi raggiunto dal chitarrista ritmico e voce leader Chad Strentz, con un canto dalle tonalità calde e molto idonee a cantare sia il blues che il soul, per un duetto dove Paul Lamb ha ripercorso i passi di Sonny Terry con quel tipico intercalare fra suono dell’armonica e urletti. Raggiunti dal resto dei King Snakes, oltre al figlio, il bassista Rod Demick e il batterista Mike Thorne, l’armonicista inglese hacontinuato ad alternare qualche originale a cover, un po’ritmici, un po’ slow, tutti con una sapiente spinta, mai eccessiva e tendente a rendere un’immagine reale del blues. Da “Baby PleaseDon’t Go”, a “Nine Below Zero”, da “Tore Down” oppure un tributo a B.B.King con passeggiata fra il numeroso pubblico. Proprio un bel concerto! Un altro bellissimo luogo, il Chiostro degli Olivetani a Nerviano, ha ospitato il concerto “sold out” della Treves Blues Band in Tour pei “70 in Blues” (sono gli anni di Fabio Treves). Un altro veterano dunque dell’armonica e della scena blues italiana e non solo, ben conosciuto da più generazioni, che con i suoi affiatati e noti musicisti, Alex “Kid” Gariazzo chitarre di ogni tipo e voce, Massimo Serra batteria e percussioni, Gabriele “Gab D” Dellepiane basso, ha sciorinato un repertorio che dal blues sconfina nel rock e rock’n’roll che ha entusiasmato il pubblico, catturato anche dalle chiacchiere di Fabio, fra il serio e il faceto, che non fa mai mancare ai suoi concerti. L’ultima domenica dello scorso agosto, Canegrate è stata per un giorno “città del blues”. Dal pomeriggio alla sera in due Circoli, Galileo e Bell’Unione e in Piazza Matteotti, Egidio “Juke” Ingala& The Jacknives e Alessandro Ponti, hanno catturato l’attenzione del pubblico. In

Ale Ponti foto Fabio Tosca

ordine di apparizione per tutti gli appuntamenti, ha iniziato Ale Ponti, chitarra acustica e voce, un disco già pubblicato e un altro in uscita e dei crediti che stanno rafforzandosi di concerto in concerto per essere un sensibile portavoce della cultura musicale neroamericana, laica e sacra, situazioni che hanno convinto appieno il pubblico, ricevendo anche i complimenti degli organizzatori, specialmente per il bellissimo gospel di sua composizione,“Lord Send And Angel In My Life”, anteprima del nuovo disco in uscita, così come i blues che ha eseguito, “Lone Ol’ Dog” e “Forgiveness Blues”. L’ottima serata è continuata con un altro maestro armonicista, Egido “Juke” Ingala e i suoi sodali partner. La sua considerazione va al di là dei confini nazionali, per essersi ben calato in una dimensione professionale, dove tecnica strumentale, spettacolo e coinvolgimento del pubblico sono degli elementi centrali  del suo/loro successo. Nei suoi concerti è spesso immancabile il tributo a uno dei suoi principali punti di riferimento, l’armonicista George Harmonica Smith, ma anche pescando dal repertorio meno noto di gente come Eddie Taylor o Jerry McCain. Musica e show vanno di pari passo anche per merito di un gruppo affiatato in cui la chitarra di Marco Gisfredi si conferma valore sicuro. Purtroppo per i motivi di cui sopra dobbiamo solo segnalare la presenza a questa edizione del Sound Tracks, dell’armonicista Keith Dunn e del duo italiano, in ascesa, Superdownhome (Henry Sauda voce, cigar box, diddleybow e Beppe Facchetti percussioni) insieme ad uno dei migliori esponenti della nuova generazione di armonicisti, diventato per le sue qualità endorser delle armoniche Hohner, Davide Speranza. Il concerto è stato un successo ed ha forse sancito l’inizio di una collaborazione. Il 13 settembre ci siamo invece spostati nell’auditorium di Cerro Maggiore, gremito come lo è stato nelle altre edizioni del Festival, per il concerto di Johnny Sansone.

Johnny Sansone foto Fabio Tosca

L’artista residente da anni nel quartiere di Bayou St. John a New Orleans tornava in Italia dopo qualche anno di assenza, accompagnato da un gruppo composto da Fabio Marzaroli alla chitarra, Gabriele Dellepiane al basso (habitué del festival, già al fianco di Treves e Keith Dunn) e Max Ferraro alla batteria.  Sansone ha premesso ad inizio concerto che “avrebbero suonato solo musica originale”. Così hanno fatto e la cosa è ancor più apprezzabile, vista le qualità compositive dispiegate in circa una dozzina di dischi a suo nome e diverse collaborazioni di prestigio come quella col progetto Voice of the Wetlands. Per la prima parte del concerto sceglie l’armonica, “Once It Gets Started”, è solida e la figura imponente di Sansone detta il tempo, seguito dalla band. Non mancano alcuni classici del suo repertorio come “Give Me A Dollar” o “Crescent City Moon”, insieme ad altri dal recente “Hopeland”, come la ritmata “Derelict Junction”. Nella parte centrale del concerto passa all’accordeon e la musica si tinge di elementi cajun e zydeco, belle coloriture e ritmi contagiosi, anche se affiora qualche comprensibile incertezza del gruppo, l’intesa è da affinare, essendo il primo concerto insieme. Ma questo non intacca minimamente la convinzione di Sansone e arriva senza dubbio uno dei pezzi più intensi, la ballata elegiaca “Poor Man’s Paradise”, scritta dopo Katrina e interpretata con trasporto. Finale in crescendo con l’accattivante “The Lord Is Waiting And The Devil Is Too”, canzone titolo di un suo disco. E’ stato bello rivedere Johnny Sansone, un artista indipendente e dal percorso singolare, cantore di un mondo poetico impregnato fino in fondo degli umori della Louisiana, senza ammiccamenti o compromessi. E’ tutto anche per quest’anno, con l’augurio di  lunga vita per la manifestazione, ormai ben radicata nell’alto milanese.

 

 

                                                                     Matteo Bossi,  Silvano Brambilla e Gianfranco Skala

 

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