Spencer Bohren 1950-2019

Ripubblichiamo di seguito e integralmente l’intervista comparsa in origine nel n. 104 de Il Blues con una persona speciale, umanamente e musicalmente, Spencer Bohren.  Lasciando  in tal modo che sia lui stesso a rievocare  la sua storia musicale singolare. Possiamo solo essere grati di averlo conosciuto e inviare un pensiero alla moglie Marilyn, ai loro quattro figli e alla grande comunità di artisti di New Orleans.

Come è stato il tuo primo approccio con la musica?

Sono nato in Wyoming e  cresciuto in una famiglia molto battista, perciò con una educazione gospel. Mia madre suona, piano, organo e fisarmonica, tutte canzoni che parlano di Gesù però, canzoni gospel. Avevamo una sorta di coro in famiglia, mia madre non aveva figli e figlie, ma soprano, alto…Sembrava che non facessimo niente altro che mangiare e andare in chiesa! Cantavamo molto spesso, in auto, a tavola, in ogni occasione. A dodici anni ho cominciato a capire che cantare non era una cosa che facevano tutti, imparai presto le armonie vocali e tutto il resto. Credo che la prima volta che sentii il Kingston Trio cantare “Tom Dooley” mi piacque moltissimo, allora c’era un ritorno della musica folk, con artisti che avevano anche successo commerciale come Peter, Paul & Mary e in mezzo a tutto questo spuntava Bob Dylan, così strano che sembrava un attore e non cantava secondo i canoni classici. Ma mi affascinava molto, così come tutta la musica folk di quel periodo, dai canti degli Appalachi, alle ballate inglesi, murder ballads e ovviamente il blues. Ripensandoci ora in prospettiva, fu una fortuna che così tanti veri bluesmen fossero ancora vivi. Certo c’erano i loro dischi di venti o trenta anni prima, non molto tempo quindi, ma allora sembrava provenissero da un altro secolo o da un altro pianeta! Gente come Mississippi John Hurt, Son House o Bukka White, con il quale ho  suonato e bevuto, imparando molte cose.

Come hai conosciuto Bukka White?

L’ho incontrato sulle montagne del Colorado, un posto fuori dal mondo. Lui era in tour ed un mio amico disse che dovevo conoscerlo così ci sedemmo ad un tavolo e tirò fuori una bottiglia di whisky, sorrise, estrasse la sua scintillante chitarra National e disse: “ suoneremo finché la bottiglia non sarà finita!”. Lui era un bevitore professionista, io ne bevvi sicuramente troppo così  mi ricordo poco della fine della serata.  Poi a diciannove anni a Denver, passai alcuni giorni  con il grande Reverend Gary Davis che era in città in tour, io cominciavo a suonare alcune sue cose e blues in genere, suonavo con un altro ragazzo e pensavamo di essere bravi, ma eravamo solo due bianchi che cercavano di imparare; in Wyoming non c’era neanche un nero! Davis era incredibile anche mio padre era un reverendo ma era del tutto diverso, Gary Davis cercave donne e whiskey. Il suo agente ci aveva detto di non fargli assolutamente bere whiskey ma appena  Gary salì in macchina con noi disse: “ok adesso fermati e andiamo a comprare del whiskey, il dottore dice che devo bere whiskey per vivere!”. Il resto della settimana bevve e suonò la chitarra quasi ininterrottamente, dormiva solo tre o quattro ore. Nonostante siano passati quasi quarant’anni ogni tanto quella musica straordinaria risuona ancora in me. In quegli anni potevi sentire dal vivo  Skip James o Fred McDowell, Big Joe Williams, Magic Sam… anche se non avevamo la consapevolezza che fossero alla fine delle loro vite. Andai al primo festival blues in America, ad Ann Arbor, Michigan, era il 1969 e molti  di loro nel giro di un paio di anni sarebbero morti. Magic Sam fu qualcosa di incredibile una visione del futuro mai visto nulla di tanto eccitante, sembrava fluttuare con la sua musica; poi c’erano Muddy Waters, Howlin’ Wolf, Freddie King, Otis Spann, Big Joe Williams…ed il pubblico era tutto di bianchi. Un susseguirsi di concerti uno dopo l’altro, senza sosta, dormivamo in macchina o in una tenda per non perdere nulla. Per molti di noi fu uno shock, conoscevamo qualcosa di blues ed ascoltavamo gente come Janis Joplin, Steve Miller,  Paul Butterfield…ma era una scena sotterranea, quasi segreta e  tutta da scoprire, non avevamo mai visto suonare molti di loro. Quando vidi Magic Sam o Howlin’ Wolf, capii che era qualcosa di molto più profondo, al confronto ciò che ascoltavamo dai bianchi sembrava musica di Perry Como. Ricordo che non voleva lasciare il palco a Muddy che doveva suonare per ultimo e disse a Hubert Sumlin di suonare più forte.

 

Cosa ti ha portato a New Orleans, oltre all’incontro con Dr John?

Non sapevo molto di New Orleans, certo la città ha sempre avuto qualcosa di leggendario ma al tempo non se ne parlava molto in America. Gli anni Sessanta con l’esplosione del rock’n roll, i Rolling Stones e i Beatles, spinsero in un certo senso New Orleans fuori scena; anche se era da lì che provenivano moltissime incisioni degli anni Cinquanta di gente come Professor Longhair o Fats Domino. Io e mia moglie Marilyn viaggiammo per un anno intero in un furgone, era la metà degli anni Settanta ed ero molto disilluso dal mondo dei discografici. Aprii per Dr. John ad un suo concerto in Colorado, era il periodo in cui aveva registrato “Desitively Bonnaroo” , amavamo molto i suoi dischi, soprattutto i primi come “Gris Gris” e “Gumbo” ma non avevamo compreso esattamente cosa fossero. Sapevo che era musica di New Orleans ma non che poteva essere il “sacro graal” della musica di New Orleans. Perciò incontrarlo fu molto particolare, sembrava dormire ma poi cominciava improvvisamente a parlare di Professor Longhair o di indiani al Mardi Gras. Professor Longhair mi incuriosiva parecchio, avevo letto un articolo su di lui in una rivista di Jazz ma era poco conosciuto perché non era propriamente blues. Poi un amico ci invitò a New Orleans e ci andammo, casualmente era il periodo del Mardi Gras e temevamo ci fosse troppa gente, troppi turisti. Però il nostro ospite insistette e ci condusse a visitare la città, ci mostrò le feste, le parate e tutto il resto. Dopo due settimane eravamo completamente sedotti da New Orleans. Così poco dopo tornammo, per restare questa volta, Marilyn era incinta di sette mesi. Io cominciai e cercare spazio nella scena musicale cittadina e lo cosa non era facile, c’erano molti musicisti. Ad esempio il postino era un trombettista fantastico, il cassiere del  macellaio era un bassista che aveva suonato su metà dei dischi di Fats Domino. E’ qualcosa che è possibile trovare solo a New Orleans e che c’è tuttora nonostante tutte le vicissitudini. Non è come a Nashville o Los Angeles, dove tutto è molto commerciale, qui c’è una vera comunità, di generazione in generazione.

Coesistono varietà  di musiche differenti.

Sì è qualcosa di magnifico, forse non c’è molto blues in senso stretto, ma tutto è in qualche modo legato al blues. Ora c’è parecchio funk, combinato con la tradizione delle brass band e l’uso del sousaphone al posto del basso tanto che lo chiamano sousafunk. Uno dei miei figli suona in una band che si chiama Johnny Sketch And The Dirty Notes, sono tutti musicisti con una formazione classica che però suonano funk, hanno registrato alcuni dischi e sono spesso in concerto. Poi c’è la scena tradizionale, quella caraibica, e quella rhythm and blues che purtroppo sta un po’ scomparendo; gente come Fats Domino o Earl King, che veniva spesso a vedermi  quando suonavo al Tipitina’s al lunedì sera, Bobby Mitchell, Mr Google Eyes, Huey “Piano” Smith, anche se ci sono ancora artisti come Snooks Eaglin e Irma Thomas. La scena delle brass band è sempre più numerosa, ci sono gruppi incredibili come i Nightcrawlers,  un suonatore di tuba fenomenale che si chiama Matt Perrine, i Mardi Gras Indians… tutto questo è stato scalfito dall’uragano Katrina, ma non sparirà. La nostra città ha sofferto molto e la gente sta lottando ancora  per ricostruire le loro vite e le loro case. Pochissime persone hanno evitato i danni dell’uragano, noi abbiamo perso metà della nostra casa e siamo tra quelli che possono ritenersi fortunati, a  quasi due anni di distanza siamo finalmente a buon punto con i lavori di ricostruzione. A New Orleans c’è ancora il segno lasciato dall’alluvione, un segno nero che in alcune zone arriva fino al ginocchio, in altre come a pochi isolati da casa nostra,  fino all’altezza del petto. Ho scritto  una canzone  del mio ultimo album intitolata  “The Long Black Line” che si riferisce a questo segno scuro s ancora ben visibile. Questa canzone è diventata qualcosa di molto forte, ha avuto un impatto molto forte sulla gente di New Orleans, molti mi hanno chiamato raccontandomi le loro esperienze personali dopo aver sentito il pezzo alla radio,  diversi DJ hanno voluto trasmettere questa canzone. Il fatto che tutto questo sia scaturito da me mi ha sorpreso e commosso, in mezzo a questo disastro è come se avesse toccato in modo positivo le persone in modo positivo.

Come hai cominciato a incidere dischi?

E’ strano ma non ho mai pensato che fare dischi fosse importante, ho sempre preferito suonare dal vivo. Perciò non ho inciso un album a mio nome se non dopo molto tempo. Alla fine un tipo mi propose di incidere un disco, io obiettai che era costoso, ci volevano più o meno diecimila dollari; ma lui insistette e riuscì a trovare quei soldi. Erano i primi anni Ottanta e un mio amico, John Mooney che all’epoca viveva a New Orleans e con il quale suonavo spesso, disse che avrebbe prodotto lui il disco. Mooney mi chiese che musicisti avrei voluto per il disco, io volevo Dr. John e lui, con mia grande sorpresa, accettò anche se mi costò il dieci per cento del budget! E suonò benissimo. Curiosamente la copertina del disco (il titolo era  “Born in Biscayne”ndr) mi ritrae in cima al World Trade Center a New York, che purtroppo non c’è più. Era davvero un buon disco e se avessi i soldi lo riediterei! Fu stupefacente non appena pubblicato il disco, come ottenni riconoscimenti, era più che una testimonianza della mia musica, le radio in Inghilterra e in America trasmettevano l’album, riviste di blues in Europa e in Belgio in particolare avevano recensito e apprezzato il mio lavoro. Poi realizzai “Down In Mississippi”  e conobbi una coppia di giovani francesi che volevano pubblicare i miei dischi in Francia. In quel periodo suonavo spesso in Scandinavia, dove ci sono ottimi musicisti. Poi ci fu questa opportunità in Francia dove registrai un paio di dischi, uno con la partecipazione una popstar francese, pubblicati da Virgin e un altro dalla Sony. Poi come a volte accade, improvvisamente qualcosa cambiò nel rapporto con la persona che curava i miei interessi in Francia e senza apparente ragione. Fu un peccato perché avevo un bel rapporto col pubblico francese, mi ricordo un concerto con B.B. King a La Cigale, ma queste relazioni forse nell’ambiente musicale sono cose che vanno e vengono. Io preferisco essere totalmente estraneo al music business, fare i miei dischi da indipendente con completa libertà, mi piace essere responsabile dei miei progetti, averne il controllo,  è molto più faticoso ma alla fine anche più gratificante. Faccio anche l’artwork sulle copertine!

C’è qualcuno in particolare cui ti sei ispirato quando hai iniziato a suonare la chitarra?

Tra quelli che abbiamo menzionato in principio ho imparato molto da Bukka White e Gary Davis. Non che cercassi di copiare qualcuno in particolare ma assorbivo molto anche da Blind Blake, Blind Willie McTell e Skip James, di cui ancora oggi suono alcune canzoni. Ovviamente Lightnin’ Hopkins che solo in apparenza più accessibile, ma non era certo semplice come sembrava. Poi certo imparavo le canzoni dei Rolling Stones o di Bob Dylan. Quando suono in posti piccoli mi piace riprendere cose di Blind Willie McTell, per trasportare il pubblico negli anni Venti. Per me questioni come se i bianchi o i giapponesi possono suonare il blues non sono davvero importanti. Il blues più vero è accaduto in un tempo precedente alla nostra comprensione, fino ai tempi di Muddy Waters e Howlin’ Wolf. Ora che questa gente non c’è più ci resta qualcosa di diverso, anche se non certo privo di validità. Poi la chitarra ha cominciato a prendere il sopravvento sul piano e la canzone finiva per non essere poi così importante. Se senti i dischi di Muddy Waters degli anni Cinquanta c’è una sensibilità incredibile, come se una sola persona suonasse tutti gli strumenti Qualche settimana fa ho sentito Bob Margolin che suonava con vecchietti come Pinetop Perkins, tutta gente che ha settanta o ottanta anni ma che suona in modo così rispettoso e devoto. E’ qualcosa di cui sento la mancanza oggi, un aspetto ancora unico a New Orleans dove c’è un senso di comunità tra i musicisti molto radicato, dopo aver suonato si va a mangiare insieme, nessuno si sente il migliore. Qui i musicisti sono una famiglia, se qualcuno ha successo si è contenti per lui e non vorrei mai che questo spirito venisse meno.

Dalla metà degli anni Settanta avete quindi vissuto sempre e New Orleans?

No 1983 ero in giro a suonare  talmente spesso che era diventato complicato tenere insieme la famiglia, avevamo ormai tre figli; è una questione che ogni musicista con famiglia si trova ad affrontare.  Marilyn in quel periodo lavorava come bambinaia per la gente del circo, persone itineranti che vivono in roulotte o camper. Uno di loro sentendole parlare dei nostri problemi le disse che avevamo solo bisogno di un Airstream trailer.  Iniziammo a pensarci e infine decidemmo di farlo, acquistammo una roulotte Airstream argentata, trainata da una Chevy del 55,  rossa e bianca, un’auto splendida. Caricammo le nostre cose, le mie quattro chitarre e i nostri bambini e partimmo. Siamo stati sulla strada per sette anni, abbiamo cresciuto i nostri figli, viaggiando sempre, Marilyn era la mia agente e si occupava dei concerti. Ad un certo punto abbiamo dovuto prendere un’altra roulotte più grande perché  abbiamo avuto il nostro quarto figlio Tucker, che a due anni era già stato in 37 stati americani e 4 volte all’estero, ma credo non se lo ricordi! Il problema era l’auto che si rompeva un po’ troppo spesso e la necessità continua di avere concerti uno dopo l’altro. L’auto ce l’ho ancora ma è stata sommersa dall’acqua per Katrina e non credo che sia possibile recuperarla. Ad ogni modo aveva quasi un milione di miglia e le siamo tutti affezionati, c’è anche qualche foto sul mio sito.  Dopo questi sette anni sulla strada, siamo ritornati in Wyoming, dovevo in un certo senso riprendere il rapporto con la mia famiglia sono molti religiosi e credo avessero un’idea sbagliata di chi ero.  Alla fine però New Orleans ci ha richiamato ed eravamo tornati in città da sette anni e mezzo quando l’uragano Katrina la colpì. Gli argini si ruppero, l’ottanta per cento della città venne allagato, il sessanta per cento è ancora disabitato. Lo spirito della città sebbene compromesso c’è ancora, considerando la gente, la mia opinione è che New Orleans è sempre stata un posto ideale, ha ispirato chiunque ci sia passato, musicisti o gente comune. Andarsene ora che è sofferente, sulle ginocchia, sarebbe un crimine, perché è un posto che mi ha dato molto. Faremo tutto ciò che è necessario per ricostruire, nel corpo e nello spirito, ma non sappiamo cosa ci riserverà il futuro. Devo dire che ho acquisito delle capacità nuove come carpentiere o elettricista, infatti bisogna fare da sé non c’è tempo di aspettare che arrivi qualcuno. Poi ho cominciato a lavorare in modo differente, sono in tour per periodi più brevi ma intensi, un mese o sei settimane consecutive al massimo, poi torno a casa e mi dedico agli altri lavori, questa è una condizione ideale. Abbiamo affrontato qualcosa che la maggioranza delle persone per fortuna non dovrà passare, siamo più consapevoli e grati di quello che abbiamo e della relatività delle cose materiali. Tremila persone sono morte a New Orleans, intere famiglie, nessuno è rimasto indenne.

 

( Intervista realizzata a Salsomaggiore Terme, Pr, il 7 luglio 2007)