Summer Jamboree 2019

“The Blues Had A Baby And They Named It Rock And Roll” diceva un tale…. e chissà se quel personaggio lo pensava veramente o era solo un pretesto per un’altro dei suoi racconti. Fatto è che quel bambino è ormai cresciuto e ha girato in lungo e in largo tutto il globo, facendo proseliti e seguaci fedeli. In Italia c’è un posto dove ama recarsi da venti anni e stabilirsi per più di una settimana; quel posto si chiama Summer Jamboree e lo trovate nella bellissima cornice di Senigallia, nelle Marche. Dodici giorni in questo 2019, dal 31 luglio all’11 agosto con tutti gli eventi correlati che ormai caratterizzano il festival a cominciare da una mostra fotografica bellissima, intitolata “Rock’N’Roll Is A State Of The Soul” dove fino al 29 settembre, 41 fotografi raccontano le prime due decadi di questa incredibile avventura attraverso 341 scatti e immersioni multimediali. Va detto che il festival ha il merito, più di altri, di aver creato negli anni una forte relazione tra immagine e musica diventando, non solo appuntamento musicale obbligato per gli amanti del genere ma anche un affascinate meeting per chi voyeuristicamente ama solo vedere e osservare. La musica però ha e avrà sempre un ruolo dominante al Summer Jamboree e quindi tornando al tale di inizio articolo, sarebbe stato contento di sapere che quel blues del quale parlava, resta sempre un punto ben presente in molti dei musicisti che si sono esibiti ad iniziare da chi ha avuto l’onere e l’onore di inaugurare il nuovo episodio del SJ.

Foto di Simone Bargelli

Apre le danze il britannico Big Boy Bloater in trio dove trova spazio il contrabbassista Al Gare, famoso per la lunga collaborazione con Imelda May. Il suo è un suono essenziale, asciutto  che non guarda molto all’estetica, ma alla sostanza. La chitarra è squillante e tagliente, suonando a suo modo classici di “un tale” M.W., BB King e Elmore James con un orientamento di chi ha voglia di divertire e divertirsi. Molti pezzi arrivano anche dal suo corposo repertorio, mentre tra una birra e l’altra i boogie sembrano essere la parte migliore dei due set previsti.  Il suo approccio istintivo e sincero piace per quel lato anche ironico che non fa mai male. Il Summer Jamboree riesce a superare anche le intemperie e con qualche ora di ritardo nella serata di venerdì 3 agosto salgono sul palco della Rocca i giovanissimi Boogie Banausen, trio tedesco composto dal sedicenne Dennis Tàubner al pianoforte e dal quindicenne Lorenz Knauft ai sassofoni vari. Sorprendono per la contagiosa energia e quella sicurezza espressa, attraverso un rock n roll inebriante ricco di rhythm blues; le qualità strumentali di Lorenz sono eccezionali e non osiamo immaginare dato la loro età, quale sia la potenzialità della band che suonavano in Italia per la prima volta. Dimostrano anche di essere audaci compositori suonando molti dei brani inediti contenuti nel loro album “Don’t Talk Around” tra cui l’interessante “Voodoo Woman”.

Foto di Simone Bargelli

Eravamo molto curiosi di ascoltare il nuovo progetto di Max Baj, già presente al Jamboree di qualche anno fa con i The Honkers. Max Tone & The Hot Tempo, non deludono; incantano con il loro linguaggio fedelissimo alla tradizione jump della west coast californiana con una naturalezza che ci fa dubitare addirittura della loro italica provenienza. Il quintetto composto da eccellenti musicisti tra cui il sax di Ermano Dardanelli, risuona di quella tradizione costruita da Lester Young, Louis Jordan e Teddy Bunn. Quasi due ore incessanti di ritmi da ballare e da ascoltare in quello che è stato un set ricco anche di blues; a breve ci hanno promesso anche l’uscita dell’album, nel frattempo la versione di “Boogie Woogie Barbecue” di Tiny Grimes è una sua gustosa anteprima. Forse non tutti sanno che il festival quest’anno ci ha fatto un regalo.

Foto di Simone Bargelli

Abbiamo assistito alla reunion di un gruppo che qualche anno fa si sarebbe chiamato Veronica and Red Wine Serenades; oggi sono Max, Veronica e Freda Frank, ma la sostanza non cambia. E’ un immenso piacere rivederli insieme con quel suono che non si è scalfito affatto, anzi forse rinvigorito da quel lungo periodo di silenzio. Il blues prebellico, quello di Nola, del Mississippi e dei suoi eroi con i mille racconti e miti. La compattezza del trio è alternata a quella sensibilità che li ha sempre caratterizzati e quell’acusticità che mostrano con orgoglio. Insuperabili nelle loro playlist piacciono molto le riletture di “Delta Bound” by Miss Sophie Lee e riproposte di Mississippi Fred McDowell, artista particolarmente caro al sempre bravissimo Max De Bernardi. Per festeggiare i suoi primi 20 anni di attività il festival si è regalato un sacco di esclusive e prime nazionali come i canadesi Peter & The Wolves. Anche in questo caso siamo difronte ad un quartetto giovanissimo e dopo l’ascolto delle prime tracce è inevitabile pensare subito ai tasti infuocati del rock ‘n’ roll, Jerry Lee tra tutti, ma piace sapere che gran parte del set è composto di pezzi originali scritti da Howlin’ Pete Cormier, piano, guitar, lead vocals e ciuffo compreso. Lo show, adattissimo per i ballerini del Jamboree, scivola via con leggerezza tra ballate anche country e melodie più altisonanti.

Foto di Simone Bargelli

Non possono certo mancare amici ormai consolidati del festival e se sul palco sale il Don Diego Trio state pur certi che la qualità viaggia su mani sicure; l’abilità chitarristica di Diego è insuperabile, così come l’assemblaggio orchestrale dell’Hot Club di Ray Collins garanzia di divertimento, entertainment e affidabilità musicale. Tornando a parlare di esclusive il 4 agosto il Foro Annonario ha ospitato Jimmy Dale, cantante chitarrista proveniente dall’ Oklahoma, molto noto localmente. Uno show incentrato soprattutto nella sua immagine quasi iconica proponendo un rockabilly, honky tonk di matrice classica. Apprezzato dal pubblico per le riletture di Hank Williams, è però nella parte originale che convince appieno, soprattutto quella più “tirata” come nel bel singolo “She’s Wild”.  Diverte quando vira a suo modo in pezzi di James Brown,  mentre i suoi compagni di viaggio per l’occasione devono aver faticato non poco per sostenere uno show non facile da “improvvisare”, il risultato comunque è eccellente.

Foto di Simone Bargelli

Giornata molto attesa quella del 5 agosto; sulla spiaggia di Senigallia per l’ormai tradizionale Hawaiian Party sono previsti i Los Lobos nell’unica data italiana per questo tour. Erano in 5 mila ad accoglierli in un’atmosfera di festa e giovialità, una caratteristica che non deve essere data mai per scontata; là dove la frequenza aumenta il popolo del Jamboree ha dato prova di maturità e pazienza. Prima parte del set dedicata ai suoni acustici attraverso anche tipici strumenti della cultura Mariachi. Ma il meglio deve ancora venire quando lo show si veste di elettrico includendo tutta la potenza e compattezza dei Lobos con i loro quaranta anni di vita e le qualità invidiabili di David Hidalgo. Il suono è quello che li ha resi celebri; connubio di rock, folk, rock n roll e blues come quello della tirata “Marie Marie” o “Georgia Slop” di Jimmy McCracklin, tra i migliori momenti dell’evento, mentre inevitabili sono i boati sulle note di “La Bamba” e “C’mon, Let’s Go” di Richie Evans. Tex mex, rhythm and blues, country, c’è di tutto in una serata da ricordare tra le più riuscite e apprezzate nella storia del festival. Sarebbe impensabile, in una kermesse cosi ampia e imponente, di non incontrare esibizioni poco convincenti e per nulla coinvolgenti. In realtà ne abbiamo viste poche ma i polietnici The Hoo-Doo Sinners hanno presentato uno show di poca efficacia, cosi come i tedeschi Dr. Bontempi’s Snake Oil Company, forse per una proposta troppo legata a una tradizione country di settore.

Foto di Simone Bargelli

Al contrario è stato un piacere incontrare un personaggio cult della cultura musicale di Austin come Don Leady che insieme al compianto Keith Ferguson formò il marchio The Tail Gators nella metà degli anni 80. Più che un concerto dei Gators, quello del Jamborre è stato un set di Don Leady. Il cantante chitarrista è il solo rimasto dello storico combo ed è  accompagnato da ottimi strumentisti tra cui il dinamico tuttofare Mario Monterosso, che rivedremo sui palchi di Senigallia in tante altre line-up. Don ripercorre le atmosfere swamp rock per le quali è diventato celebre in un connubio indelebile di blues, country cajun e rhythm blues; “Tore Up” e “Crawfishin’” di Clarence Garlow tra i momenti più belli. Ci siamo divertiti ascoltarlo anche se c’era poco del suono originale dei Tail Gators.  Una delle tante belle sorprese di questa edizione sono stati Billy and the Crazy Dogs, quartetto per tre quarti argentino da tempo residente in Italia che ha acceso il palco della Rocca con il loro rockabilly colmo di swing e ovvi riferimenti ai Stray Cats. Il set è fresco, anche se non sempre preciso, comunque pieno di ironia e tanta chitarra,  suonata dal bravo Ariel Virotti noto in patria per alcune collaborazioni con Slim Jim Phantom.

Foto di Simone Bargelli

C’è spazio nella seconda parte, per momenti surf, rock n’ roll più classici e riletture sempre in chiave rockabilly di brani anni 80 come “Call Me” di Blondie. Il set è di grande intrattenimento. Dopo il Burlesque, le lezioni e la gara di ballo, la sfilata d’auto, la mostra di tatuaggi, l’inevitabile mercatino vintage, serate dedicate al doo-wop e ai concerti in cui le voci sono state regine indiscusse come quella accompagnata dalla immancabile Abbey Town Jump Orchestra ci apprestiamo a vivere l’ultimo week-end del ventennale in quello che si rivelerà il momento musicale più elettrizzante dell’edizione. Il Foro si illumina venerdì 9 con quello che potremmo presentare come il futuro del rock n roll: il progetto Johnny & Jaalene è composto dal diciannovenne figlio d’arte Johnny Ramos e dalla sedicenne Jaalene DeLeon ed è una novità assoluta per il panorama italiano. il debutto discografico omonimo risale a qualche mese fa e contiene quel sound ricco di rock n roll, doo-wop, rockabilly e melodie della cultura chicana dalla quale provengono. Per l’occasione sono accompagnati dal padre di Johnny, il mitico Kid che ritornerà qualche giorno dopo con uno show tutto suo e parte dei Good Fellas. Permetteteci di aprire una breve parentesi su questa band la cui presenza danno tutti per scontata al Summer Jamboree; ma quello che spesso ci si dimentica è il complesso lavoro di accompagnamento che il gruppo offre in cento, mille linguaggi diversi sempre garantendo risultati significanti; è anche grazie a loro se si ha la possibilità di vedere artisti internazionali al meglio. La competenza paga sempre. Ritornando a Johnny & Jaalene, lo show è fresco, pieno di energia e voglia di stupire anche se la scelta artistica di includere così tante ballad anche consecutivamente, ci ha lasciati in po’ sorpresi; eppure quando i ragazzi alzano i toni ci sanno veramente fare. I loro rock n’ roll grazie alla carica strumentale di daddy Kid, sono entusiasmanti. Si fanno così apprezzare al meglio con pezzi quali “One Summer Night”, “Good Lookin’” di Etta James e “Please Give Me Somenthing”.

Foto di Simone Bargelli

Applauditissimi dal numeroso pubblico presente. Una delle rivelazioni più esaltanti del SJ 2019 è stata a nostro parere la grintosa Bailey Dee, anch’essa giovanissima. Gli amanti del genere l’avevano già notata attraverso singoli pubblicati qualche anno fa, ma vederla e ascoltarla dal vivo è tutt’altra cosa. C’è tanto blues nel suo graffio; una voce sexy e ammaliante capace di aggredire ed emozionare. La dinamicità di Bailey dimostra che è già artista di esperienza e le sue idee sono ben chiare. Riesce a tenere il palco con naturalezza e mestiere; non è un caso che cominci la sua lista con l’ intrigante versione di “Help Me”, portata al successo da Sonny Boy Williamson II visto che la ragazza arriva proprio da Chicago. Alternando classici come “Let The Good Times Roll” a pezzi di Gene Vincent e originali come “Tip Toe Boogie”, intensa è la sua versione di “Bad Bad Whiskey” di Amos Milburn. La bella statunitense sa quando poter spingere e quando ammorbidire le atmosfere, non resta quindi che sperare in un primo full lenght album, prima di poterla rivedere in un futuro non troppo distante. Se eravate in cerca di stile e buon gusto non potevate perdervi l’esibizione di Walter Broes e Don Diego Trio che probabilmente hanno dato origine a uno dei set musicalmente più interessanti di questa dodici giorni. Walter è chitarrista elegante e pieno di estro, che con la sua innata pacatezza sa dove e quando mettere le sue note. Personaggio molto noto in Belgio anche per il suo importante passato musicale, ha espresso un linguaggio colmo di blues, swing e rock n roll supportato dal trio (sempre bravissimo) di Diego Geraci esibendo fin da subito un’ottima affinità come se il combo suonasse assieme chissà da quanto. I suoni sono sempre ben calibrati e i ritmi mai esagerati dimostrando tutta quella classe che li ha distinti fin dalle prime note. Tra un brano e l’altro c’è spazio anche per qualcosa di Bo Diddley e successi di Fats Domino. L’ultima giornata è stato un momento intenso dove i vari stage sembravano avere un’armonia fra loro.

Foto di Simone Bargelli

Mentre Walter concludeva la sua prima parte con “I’m Ready” dal repertorio di Fats, casualmente Shaun Young and the Texas Blue Dots aprivano la serata del Foro Annonario con lo stesso brano. Rock ‘n’ roll all night ci verrebbe da dire per descrivere la performance di una celebrità del rockabilly texano. I Texas Blue Dots sono musicisti di origine italiana, tra cui il bravo Paolo Bortolomiol al contrabbasso, che risiedono da tempo ad Austin e che stabilmente accompagnano Shaun anche nelle performance americane e questa cosa indubbiamente si fa sentire e apprezzare. La loro è un’ora abbondante di ritmi elevati chitarre squillanti e sudore continuo, in quello che potremmo definire un figlio adottivo di Chuck Berry data la condotta che Shaun ha deciso di proporre nel palco; non a caso conclude proprio con un brano della leggenda di St.Louis “Little Queenie”.

Foto di Simone Bargelli

A Kid Ramos viene dato l’onore di concludere questa edizione con un concerto che ricorderemo a lungo. Rispetto alla sua presenza con Johnny e Jaalene, che torneranno comunque sul palco, il set è marcatamente più bluesy e senza annoiarvi troppo con liste o canzoni varie, possiamo dirvi che la sua performance è stata strepitosa! Quando Kid suona la sua stratocaster, non ce n’è veramente per nessuno; è assolutamente musicista di livello superiore, unico e inimitabile che colpisce anche per la semplicità di uomo e la sua affabilità. Ritrovarlo sul palco del main stage dopo la sua presenza del 2016 è stato un regalo apprezzatissimo. Presto il main stage si è trasformato in una festa finale che ha visto la partecipazione del cantante Marco Schell, Jackson Sloan e tanti altri ancora. Concludiamo con un unico dato che racchiude tutto il successo del Summer Jamboree; 35mila presenze giornaliere con numeri di copertura sui social da capogiro, oltre 2 milioni di contatti. Sarà difficile confermare un’edizione come questa, ma dato che venti anni fa era tutto partito dai giardini di una scuola, nulla è impossibile per quei folli sognatori di Senigallia. Seguire il Summer Jamboree nella sua totalità è impresa irrealizzabile; ci scusiamo quindi con tutti quegli artisti che non sono qui riportati…assistere ai loro show è stato impossibile. E allora tornando all’inizio di questo racconto… aveva proprio ragione quel tale che affermava “The Blues Had A Baby And They Named It Rock And Roll”! Chissà poi che fine abbia fatto…

Simone Bargelli

Please follow and like us:
error