Sunflower River Blues and Gospel Festival

Scoprendo il Mississippi col Reverendo  di Federico “Cannonball” Albertoni

Le ultime note di un possente assolo di Christone ‘Kingfish’ Ingram vengono interrotte dal suono che segnala l’arrivo di un’e-mail. Il mittente, Eddie, mi comunica che avremmo dovuto incontrarci prima del 7 agosto perché quel giorno sarebbe partito per il Mississippi con il Reverendo. Senza rifletterci troppo gli rispondo “Posso venire anche io?”. È quel genere di decisione impulsiva di cui troppo spesso si ha paura, ma ora non potrei essere più felice di aver scritto quelle quattro fatidiche parole.  Evito di raccontare l’inizio sfortunato del nostro viaggio, quello in cui tutti i voli per Memphis (e decine di altre località) che partono dall’aeroporto di New York LaGuardia sono annullati, quello in cui non si trova una camera d’albergo nel raggio di 50 chilometri, quello in cui si passa la notte a ‘dormire’ (si fa per dire) tristemente appoggiati ad un tavolino del bar dell’aeroporto. Arriviamo a Memphis, si sale in macchina e si imbocca l’autostrada del blues, la leggendaria Highway 61. Dal Tennessee siamo in pochissimo tempo al cospetto del cartello “Welcome to Mississippi – Birthplace of America’s Music”. La sosta è obbligata per una foto e per assaporare il momento, per rendersi conto che si è entrati in una terra speciale, quasi sacra per noi amanti del blues.

Eddie punzecchia scherzosamente il Reverendo (“Questa foto la fai ogni anno! È proprio necessario mettersi in posa anche oggi?”), il quale però non vuole sentir ragioni e, con l’entusiasmo che non si può simulare di chi ama il blues con ogni singola cellula del proprio corpo, sorride beato sotto il cartellone. È tornato nella sua terra, nel suo Mississippi, e la sua trasformazione è evidente e quasi commuovente. La riproduzione casuale dei brani più cari al Reverendo, non appena scolliniamo nel Mississippi, ci propone ‘You Gotta Move’ di Mississippi Fred McDowell. Il sole sta calando, ed è un momento perfetto. La base del nostro soggiorno nel “Magnolia State” è Clarksdale, vale a dire la città in cui la 61 e la 49 si incrociano e che non solo ha dato i natali ad alcuni tra i più importanti bluesmen di sempre, ma ospita anche il ‘Sunflower River Blues and Gospel Festival’ proprio nei giorni del nostro viaggio. Così, sin dal primo istante, il binomio che ha caratterizzato la nostra avventura è consolidato: tanta musica dal vivo e tante visite ai luoghi storici che hanno segnato la storia del blues. Eddie mi aveva avvisato “quando si è in Mississippi con il Reverendo, lui ti dirà cosa c’è sotto ogni sasso ancora prima di averlo sollevato”. Si parte presto alla mattina per andare a vedere il luogo in cui è nato il blues (uno dei tanti, sia chiaro): siamo alla (ex) stazione ferroviaria di Tutwiler, dove nel 1903 W.C. Handy sentì suonare una slide guitar come mai l’aveva sentita prima. Era il blues. Cammino qualche metro sui binari abbandonati, fino al ponte troppo pericolante per i miei gusti, seguendo le metaforiche impronte di chi, mi piace immaginare, pensava che camminando sulla strada ferrata, northbound ovviamente, avrebbe trovato una vita migliore di quella che si faceva tra questi maledettissimi campi di cotone. Già, i campi di cotone. Infiniti. Con quell’energia sinistra addosso. Con il sudore, le lacrime, il sangue di chi ci lavorava che sembrano essere ancora lì. Con quell’invito a non dimenticare la storia dolorosissima di questi posti. Sarebbe impossibile farlo, perché l’aria un po’ decadente (ma, soprattutto per noi ‘malati di blues’, anche così dannatamente affascinante) dei luoghi del Mississippi ti sbatte in faccia tutto senza pietà. Qui, tra questi campi di cotone, ancora in fiore nei primi giorni di agosto in cui li abbiamo visti noi, si sono scritte alcune delle pagine più tristi e folli della storia dell’umanità. Da questi avvenimenti così atroci e deprimenti è però scaturito un dono enorme: la musica, il blues.

Che il blues sia un genere musicale legato a filo doppio ai fenomeni sociali che ne hanno caratterizzato il contesto è un concetto che traspare benissimo anche al ‘B.B. King Museum’ di Indianola, la nostra tappa seguente. Il museo è ben curato e il percorso tra le varie fasi della vita di Riley (con, appunto, grande attenzione anche ai molti aspetti educativi che se ne possono ricavare) è convincente. Prima di tornare a Clarksdale, ci si ferma davanti allo storico ‘Ebony Club’, davanti all’angolo sulla strada in cui il giovane  B.B. King suonava il sabato per raccogliere qualche dollaro, e davanti ad innumerevoli altri cartelli commemorativi blu della Mississippi Blues Commission che segnalano i punti storici del blues, come per esempio i luoghi di nascita dei grandi uomini del blues. La forte attenzione dedicata ai posti magici e fondamentali del genere musicale che noi più amiamo, che va a costituire un vero e proprio fittissimo percorso sulla mappa del Mississippi, è stata una delle più piacevoli e quasi inaspettate costanti di tutto il nostro viaggio. Tra le tappe più emozionanti, specialmente per il Reverendo che non ci tornava da circa trent’anni, c’è sicuramente stata quella alla ‘Mount Zion Missionary Baptist Church’. Dopo una sorta di caccia al tesoro caratterizzata da numerose miglia percorse, non sappiamo bene come mai, tra le strade sterrate che tagliano i campi di cotone, arriviamo a una delle (almeno) tre tombe in cui si dice sia seppellito Robert Johnson. Poi la tomba di Charley Patton, i murales di Leland, il gran temporale sulla 49. E siamo di nuovo a Clarksdale, pronti per la prima serata del festival.

Anthony Big A Sherrod foto Gianfranco Skala

Il ‘Sunflower River Blues and Gospel Festival’ è uno dei pochi festival americani ad essere rimasto interamente gratuito per il pubblico. Alla reception dell’hotel in cui abbiamo pernottato già si riferiva di qualche voce di corridoio riguardante un certo ridimensionamento del festival per l’edizione del 2019. Il motivo è ovviamente legato alla mancanza di fondi per mantenere in buona salute questo piccolo festival che vuole dare spazio principalmente a musicisti locali non ancora affermatissimi. Malgrado si vociferasse della scelta di avere meno artisti in programma, a noi l’offerta concertistica è sembrata comunque piuttosto ricca e variata. Dove hanno probabilmente scelto di risparmiare è stato altrove, commettendo, secondo la modesta opinione di chi scrive, un grave errore; ci è stato subito evidente come la qualità dell’audio non fosse assolutamente all’altezza (e si parla sia del materiale tecnico, sia dei sound guys, che sono apparsi purtroppo molto poco competenti). Se ne parla in questo piccolo racconto di viaggio perché è stata una componente che, purtroppo, ha seriamente condizionato il godimento di tutta la musica del festival: le voci dei cantanti erano sempre totalmente distorte, alcuni strumenti sovrastavano gli altri in modo francamente incomprensibile, e via dicendo. Qualche giorno dopo, alla ‘Blues Hall of Fame’ di Memphis, due signori hanno replicato alle nostre educate lamentele con un laconico “beh, cosa ci si può aspettare da un festival gratuito? It is what it is”. Okay, forse è così. Purtroppo però troppo spesso ci siamo guardati dicendoci “pensa che bel concerto sarebbe stato con una qualità sonora almeno decente”. Ci è sembrato corretto riportare questo aspetto sfortunato, anche se è giusto dire che alla fine non ha influenzato troppo le buone vibrazioni, la voglia di blues e il grande fascino che sa creare solo un festival che ha luogo in una delle città più rappresentative della musica afroamericana.

Si parte, la prima band è quella dei giovani che seguono il programma educativo e musicale del ‘Delta Blues Museum’, la cui organizzazione è il cuore pulsante del festival e, sembrerebbe, in generale di tutta la scena musicale di Clarksdale. Si danno il cambio sul palco ragazzini talentuosi che si cimentano in grandi classici del blues e che potrebbero un giorno seguire la strada tracciata prima di loro da musicisti come Kingfish Ingram, che è partito dallo stesso programma per poi guadagnarsi di recente un contratto con la Alligator Records. Dopo di loro è il momento della dirompente Lady Trucker, che si presenta sul palco con un vertiginoso body nero solo parzialmente coperto dalla vita in giù da una gonna quasi totalmente trasparente (la descrizione è d’obbligo, non essendo sicuro che le foto scattate dal Reverendo siano pubblicabili su una sito rispettabile ed elegante come questo). Il suo è un Mississippi soul, chiamiamolo così, caratterizzato da una vocalità (proprio quella della Signora Trucker) non particolarmente incisiva. Alcuni elementi finiscono sul mio taccuino: il fatto che sia il bassista e sia il chitarrista sono mancini, la discesa tra il pubblico per far ballare diverse signore di mezza età (una roba da fare impallidire qualsiasi animatore di villaggi turistici di fine anni ottanta) e un finale di ‘Rock Me Baby’ in cui i vocalizzi della Signora si interrompono bruscamente quando lei si china ‘aggraziatamente’ a raccogliere una banconota da un dollaro lanciatale sul palco da un uomo che è rimasto colpito dalla sua performance (o, forse, dal suo abito?). La terza formazione a salire sul palco principale (mentre nei tanti blues clubs del paese continuano altri concerti) è quella di Heather CrosseHeavy Suga & The Sweet Tones. L’ambiente si scalda, la pista da ballo si riempie (la band sembra avere un suo seguito). Si nota uno scalino qualitativo evidente rispetto all’inizio del festival, e sicuramente il fatto che questa è una band consolidata (suonano quasi interamente assieme da 12 anni) gioca un ruolo importante. Ancora durante seconda parte del loro set, la Signora Trucker continua imperterrita a camminare tra il pubblico, fermandosi spesso addirittura davanti al palco, con una certa insistenza, impugnando i suoi cd in una mano e un bel mazzo di dollari nell’altra. Sempre in tenuta da brivido. Immensa. L’eleganza è un concetto a lei poco conosciuto, non solo nel vestire. A completare il quadro un po’ felliniano arriva, durante quello che sarebbe stato comunque l’ultimo brano del set, anche una sfortunata interruzione della corrente elettrica. Dopo un’interminabile attesa, e il pubblico si è dimezzato, arriva la Stone Gas Band che propone il suo blues che trasuda Mississippi e che avrebbe nei juke joints (tipo il Red’s, per dirne uno di Clarksdale) la sua dimensione perfetta. La band ha tanto mestiere, come si suol dire, e il convincente percorso musicale che propongono strizza l’occhio anche al soul e al rhythm’n’blues. Ho apprezzato moltissimo il solido batterista e il bassista (uno spettacolo di autenticità). Da ricordare la loro versione di ‘Scratch My Back.

Super Chikan foto Gianfranco Skala

A chiudere la serata per i pochissimi superstiti rimasti c’è una leggenda locale: l’immenso, trascinante e talvolta anche delirante James ‘Super Chikan’ Johnson. Ed è un frenetico susseguirsi di dialoghi (un chicchirio, ovviamente) tra il pubblico amico e il mattatore della serata, assoli di gomiti e pugni della meravigliosa pianista LaLa Craig, chitarre artigianali strampalatissime, versi di polli e galli al microfono, tanti immancabili “shoot that thing!” alla fine di ogni brano, un tizio che sale sul palco e balla in modo tanto scomposto quanto determinatamente ripetitivo davanti a Super Chikan (“you’re gonna be sore tomorrow”, gli dice James). È un concerto per molti versi memorabile, che chiude la prima lunga serata del festival.

Il giorno seguente la sveglia suona ancora prestissimo, ma stavolta si resta a Clarksdale per visitarne, con la sapiente e illuminate guida del Reverendo, i luoghi blues più importanti: il convincente e sincero ‘Delta Blues Museum’, l’affascinante Cat Head di Roger Stolle (un leggendario negozio di ‘roba blues’), senza dimenticare un’occhiata e una foto al Sunflower River (che personalmente ridefinisce il concetto di ‘acque fangose’). Il sabato pomeriggio e sera del ‘Sunflower River Blues and Gospel Festival’ offre la bellezza di 27 concerti in nove palchi secondari, oltre ai cinque shows previsti sul main stage. Eddie e il Reverendo studiano con cura un percorso che possa accontentare tutti. Partiamo dallo storico ‘Ground Zero’ dove sentiamo la chitarra slide e le atmosfere ipnotiche così tipiche del delta di un bravissimo Kenny Brown. Ci spostiamo poi in un altro locale, una art gallery molto suggestiva: il mitico Hambone di Stan Street. Sul palchetto proprio lui, l’istrionico Stan (armonica, voce, batteria e sax) con la bravissima Jaxx Nassar (chitarra e voce). Anche lei è uscita dalla programma del Delta Blues Museum di cui ho scritto sopra, e in questo contesto acustico riesce ad essere sempre elegante, potente ed efficace in ogni circostanza. L’energia è semplicemente perfetta per lanciare la lunga giornata di musica dal vivo a Clarksdale. Il momento più emozionante del pomeriggio (e, forse, di tutto il viaggio nel Mississippi) arriva però al Red’s, un juke joint di altri tempi e per certi versi surreale. Alle pareti ci sono decorazioni stile ‘festa di compleanno delle scuole medie’ (più tardi quella sera Chuck Dalton, un bassista attivo sulla scena blues locale che ho conosciuto quando venne al Bellinzona Blues Festival con Kingfish nel 2016, mi avrebbe detto che sono appese lì da anni senza che nessuno sappia bene il perché), attorno al palco (che non è un palco ma uno spazio in cui si esibiscono i musicisti) ci sono sedie disposte un po’ alla rinfusa, dietro al bancone del bar c’è un uomo burbero che serve bibite maldestramente. Mi ricordo della frase detta ridendo da un altro amante del blues che abbiamo conosciuto la sera prima “se per caso avrete occasione di andare al Red’s, mi raccomando, cercate di non dover andare al bagno e soprattutto tenete le mani in tasca. È meglio, dal punto di vista dell’igiene, non toccare niente lì!”. Eppure è tutto bellissimo, tutto meraviglioso. È esattamente come mi sarei aspettato di trovare un juke joint di quelli veri, autentici.

Willie Farmer foto Gianfranco Skala

È pronto ad esibirsi Little Willie Farmer, anche se i microfoni e le casse non sono ancora arrivati. Decide, senza preoccuparsi troppo, di iniziare a suonare e a cantare così ‘al naturale’. Ed è subito magia. Se c’è un concerto a cui ho assistito di persona nella mia vita che racchiude il senso del Delta blues delle origini, beh, è indubbiamente questo. Willie racconta le sue storie, fa sorridere il pubblico, ci riporta tutti in una dimensione ancestrale del blues. Siamo tutti catturati da ogni singola parola e da ogni nota della chitarra perfettamente scordata di Willie. I momenti migliori di un concerto da brivido sono senza dubbio quelli che hanno preceduto l’arrivo tardivo degli addetti al suono e del microfono. Dopo questa esperienza indimenticabile mi accorgo che il mio amico batterista Joe Eagle (anche lui conosciuto quando accompagnò Kingfish nel 2016) mi ha scritto un messaggio. Passiamo diverso tempo fuori dal locale a parlare di musica, di problemi sociali (il problema con la P maiuscola: il razzismo in America), del successo di Kingfish e di tante altre cose. Anche questo è blues. Il pomeriggio prosegue con un sacco di altri concerti acustici sui palchi più diversi: una lezione di Delta blues del bravissimo Bill Abel, ancora l’esilarante Super Chikan che suona e racconta storie di galli e polli, il concerto blues di Bill “Howlin’” Madd Perry (uno show che in realtà ho trovato poco sincero e forse anche un po’ sbrigativo) accompagnato dalla tastiera (che svolge il ruolo del basso) della bella figlia Shy Perry e dalle sue movenze tanto sensuali quanto, forse, un po’ forzate. Si passa al palco principale, dove mi gusto i concerti in compagnia di Chuck Dalton (che mi fornisce un sacco di informazioni preziose e di aneddoti gustosissimi sui musicisti di Clarksdale e dintorni), di Eddie e del Reverendo (sempre occupato a scattare moltissime foto che spero di vedere prestissimo).

Big George Brock foto Gianfranco Skala

L’apertura è affidata ad una leggenda vivente: Big George Brock. L’armonicista conserva il suo enorme carisma, anche se è evidente come gli anni inizino a farsi sentire. Segue David Dunavant e la sua Evol Love Band, il cui concerto ci sembra, in questo contesto, un po’ troppo rock. Sono però una formazione solida e di buon livello, come avremo modo di appurare pochi minuti dopo la loro esibizione, quando affamati ci rechiamo al ‘Ground Zero’. Entriamo e troviamo anche loro lì sul palco, ancora sudati dall’esibizione precedente. Con questa qualità sonora decisamente migliore ci piacciono di più. Dopo di loro, ancora al ‘Ground Zero’, Super Chikan (e sono tre!). Torniamo al palco principale dove sentiamo Terry “Big T” Williams & The Family Band. Il loro è un bel concerto in cui i membri della band si esprimono elegantemente in modo corale (ci sembra la classica situazione in cui l’insieme vale più delle singole parti). Il gran finale della parte blues del festival (il gospel è previsto, giustamente, per la domenica) è affidato a Anthony “Big A” Sherrod & the All Stars, che ci regalano un concerto super coinvolgente di grande energia. La band è pura roccia, i fraseggi di Anthony sono variati e la sua vocalità convincente. Anche la voce di “Space Cowboy” contribuisce in modo convincente ad uno show che avrebbe forse bisogno di un repertorio più ricercato (i grandi classici, specialmente se si è a Clarksdale, vanno sempre bene, ma…). Con tutto questo blues (nelle sue infinite sfaccettature) nelle orecchie e nel cuore, salutiamo Chuck e Joe e torniamo stanchissimi in albergo.

Terry Big T Williams foto Gianfranco Skala

È domenica, il giorno per eccellenza della musica gospel. I concerti iniziano il pomeriggio, quindi ne approfittiamo per farci guidare dal Reverendo su altre strade del blues. Andiamo, attraversando ancora interminabili e inesorabili campi di cotone, a Friars Point, poi si attraversa il grande fiume per arrivare nell’Arkansas (occhio alla pronuncia, amici) e più precisamente a Helena. Eddie e il Reverendo ci erano stati l’anno scorso per il ‘King Biscuit Blues Festival’ e grazie al loro racconto riesco ad immaginare un paese vibrante e invaso da blues-lovers. Davanti ai miei occhi invece una vera e propria ghost town, tutto chiuso, non un’anima in giro nelle strade del paese. Un unico segno di vitalità: all’incrocio quattro bambini giocano a basket su un canestro piuttosto precario, sotto il sole cocente. È vero, è domenica. Ci fermiamo davanti al carretto ‘Sonny Boy Meal – King Biscuit Flour’ per qualche minuto e poi riattraversiamo il Mississippi diretti verso la Stovall Plantation. È una delle soste più emozionanti e rivelatrici per me. Vicino a questi campi di cotone c’era la casa (una capanna, in realtà) di Muddy Waters, che è stata poi spostata  per essere preservata all’interno del Delta Blues Museum di Clarksdale. In questi campi hanno lavorato, come lui, migliaia di persone, da mattina a sera. Il caldo è insopportabile, l’umidità indescrivibile. Rientro in macchina, stordito ed emozionato. Ascoltiamo Precious Bryant:  “I’m going home on the midnight train / Well that evening train may be too late / (…)”. Siamo già diretti verso la prossima visita tutta blues: la Dockery Farm (Cleveland, MS), un ennesimo luogo dove si pensa sia nato il blues. È un museo a cielo aperto, con tanto di chiare spiegazioni sui grandi cartelli e, soprattutto, un pulsante da schiacciare per sentire alcune registrazioni del primo vecchio blues. Respiriamo a pieni polmoni il blues che ancora (e per sempre) vola nell’aria e scattiamo qualche foto anche alla pompa di benzina (immaginatevi la più americana e vintage delle pompe di benzina, ecco, proprio così). Siamo di nuovo in macchina, verso Clarksdale.

Alle 16 (4 pm, pardon) era previsto l’inizio dei concerti gospel al ‘Clarksdale Civic Auditorium’. Alle 15.59 (povero Reverendo, viaggiare con due svizzeri non deve essere la cosa più semplice) entriamo in una sala ancora semi-deserta. Rabbrividiamo quando vediamo gli stessi operatori del suono della piazza intenti (senza grande fretta) a sistemare microfoni che già fischiano. Il suono sarà ancora disastroso per tutto il pomeriggio, purtroppo. Si comincia, con un certo ritardo, e il presentatore della serata continua a chiamare l’evento il ‘Sunflower Gospel Festival’, “dimenticandosi” sempre del blues. A pensare male si fa peccato, si dice, ma spesso ci si azzecca; durante il pomeriggio questo signore fugherà ogni dubbio dicendo esplicitamente “certo, il blues non è così male… ma è Gesù (attraverso il gospel) che ti salverà e risponderà alle tue richieste di aiuto. Non il blues”. Il messaggio passa forte e chiaro. Altrettanto chiaro è il suo approccio alle donazioni per il festival (o per la chiesa?): “mettete quello che volete, 5$, 10$, 50$. Evidentemente più soldi metterete più Dio saprà rispondervi ed aiutarvi”. Resto sbigottito, ma fa tutto parte di un’atmosfera incredibile che solo questo tipo di situazione (e, mi spiega il Reverendo, “pensa che si trattava solo di un concerto, non di una funzione religiosa, dove i toni sono ancora più surreali per noi europei”). La musica? Bellissima.

foto di Gianfranco Skala

Sezioni ritmiche strepitose (specialmente i bassisti mi colpiscono per la loro bravura), intrecci e armonizzazioni vocali da pelle d’oca e un’autenticità sbalorditiva. Insomma, dimenticate i concerti gospel natalizi per il nostro pubblico, “Oh Happy Day” e via dicendo. Ognuno dei quattro gruppi di apertura propone il momento in cui un membro della band racconta con parole ed espressioni quasi formulaiche di una guarigione, di un miracolo, di un intervento divino. Il pubblico partecipa, annuisce, fa il joyful noise, si alza in piedi, armonizza perfettamente con i cantanti che si stanno esibendo sul palco. Esclusi i salti mortali, sembra a tratti di essere catapultati in una messa degna di Reverend Cleophus James nel film ‘The Blues Brothers’. Il main event della serata è affidato a Minister Ricky Burton & 4ever Grateful, che annovera nella sua band un bravissimo chitarrista che, dice il band leader, “qualche anno prima suonava rock’n’roll, o forse lo chiamate blues, sul palco del venerdì e del sabato qui a Clarksdale. Poi ha capito che la musica svolge il suo ruolo pienamente solo quando è dedicata a Dio”. Verso la fine di un concerto veramente bellissimo di quasi un’ora, Mr. Burton scende cantando tra la gente e stringe la mano ripetutamente al nostro Reverendo. C’è intesa tra i due. Come potrebbe essere diversamente?

Il viaggio volge al termine e, prima di lasciare il Mississippi, visitiamo un altro museo che si trova sulla Highway 61. Si tratta dell’ottimo ‘Gateway to the Blues’ (Tunica, MS). Poi arriviamo a Memphis, dove visitiamo il Sun studio. Purtroppo lo ‘Stax Museum of American Soul Music’ è chiuso il lunedì. Non c’è il tempo nemmeno per lo stupendo ‘Civil Rights Museum’ situato all’interno dello storico ‘Lorraine Motel’. Riusciamo a visitare, invece, il bel museo della ‘Blues Hall of Fame’ e a chiacchierare a lungo con i signori della Blues Foundation. La sera usciamo per una serata di musica a Beale Street, ma senza grande entusiasmo. Dopo aver visto e vissuto il vero blues del Mississippi a Clarksdale, quello senza sconti, quello che riguarda ancora ogni aspetto della vita di tutti i giorni, mi sembra tutto un pochino artificiale ed effimero. Prima di riconsegnare la macchina, attraversiamo ancora una volta il Mississippi, solo per vederlo ancora, per non dimenticarlo mai, questo fiume che ci ha in un qualche modo regalato una delle nostre ragioni di vita: il blues. Scoprirlo nei suoi luoghi veri, sotto l’impareggiabile guida del Reverendo, è stata un’esperienza che, posso dirlo senza timore, mi ha segnato e mi ha cambiato.

 

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