Torrita Blues Festival 2019

C’era una volta, in una ridente collina toscana…  Beh, si, ne siamo consapevoli!  Cominciare così il racconto di una favola è forse la cosa meno originale che si possa fare; ma dopo 30 anni le idee iniziano a latitare e poi, come vuoi chiamare questa piccola “avventura” nata nell’estate del 1989 se non…una vera e propria favola? Per una volta, concedeteci quindi, un incipit “tradizionale” che racconti i tre giorni di una “certezza”, una delle poche rimaste, del blues di casa nostra. Certo, le rughe iniziano a intravedersi, i capelli a imbiancarsi, le storie a ripetersi, ma l’atmosfera e l’entusiasmo che il piccolo borgo della Val Di Chiana e la sua gente regalano ogni anno, più che ad una favola fanno pensare ad un miracolo. Come recente tradizione vuole, si comincia giovedì 20 giugno con l’immancabile cena blues.

L’evento, sempre più seguito, offre, in un ambiente conviviale, il piacere del buon mangiare e del buon ascolto, proponendo agli oltre 350 partecipanti tre band provenienti dal contest invernale Effetto Blues, organizzato dal festival stesso. Tra le band esibitesi spicca quella dei sardi Bad Blues Quartet, attraverso un suono fresco personale e convincente.

Foto di Simone Bargelli

Oltre alla suggestiva cornice della piccola piazza, il momento che merita essere menzionato per simpatia e veridicità toscana, è stato quello dell’esibizione dei “ragazzi del Torrita” (l’associazione al completo) che hanno giustamente voluto festeggiare i loro primi 30 anni. Una rivisitazione torritese di “The Blues Is Alright”…trasformata per l’occasione in “A Torrita c’è il Blues” assume un valore particolare, per genuinità, sincerità e per tutta la storia che c’è attorno a questi “bischeri”….semplicemente fantastici. La serata seguente si è aperta con i bravi ed esplosivi torinesi Boogie Bombers, ancora da Effetto Blues; mentre la bella sorpresa arriva da Novara con la Fabio Marza Band. Il quintetto, condotto al meglio dallo stiloso Fabio, offre un rock-blues finalmente “diverso”, dove soluzioni inusuali e mai banali, fanno emergere una personalissima ricerca musicale, rara di questi tempi. Oggi dove tutto sembra dover essere d’immediato consumo e disponibilità, la Fabio Marza Band piace per quello spiccato gusto melodico e concretezza nel risultato.  Attenti a Greta Bragoni, giovane voce della quale sentiremo molto parlare.

Foto di Simone Bargelli

La presenza di Robert Randolph si era già intravista nella prima serata del festival e tutto quello che avevamo potuto intravedere si è poi manifestato da li a poche ore. Un’ondata di energia straripante in un mix di poli-culturalità e suoni; una facilità strumentale che ti lascia sbalordito e una musicalità innata, caratteristica di chi ha nel proprio dna un qualcosa in più.  Non a caso Robert è, nella scena statunitense, musicista che gode di alta considerazione. Colleghi e artisti più rodati hanno solo parole di elogio nei suoi confronti e quella pedal steel guitar non ha nessun segreto per lui e apparentemente nemmeno per i suoi compagni di viaggio. Ne abbiamo avuto prova quando attraverso scambi di strumenti la band confermava una nota legge matematica; cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia.Il concetto di show di Randolph prevede una presenza di note sempre elevata e questo, se per alcuni è oro colato, per altri può risultare stancante; forse a volte “quell’acceleratore” andrebbe un po’ premuto con più discrezione; ma come abbiamo presto intuito Robert è uno che ama l’alta velocità! Tra i brani più riusciti ci sono “Got Soul”, “Nobody” e “I Thank You” oltre a presentarne alcuni dal progetto d’imminente pubblicazione (agosto 2019), mentre con lo scorrere dei minuti il concetto di The Family Band si allargava agli spettatori presenti trasformando alcuni di loro in parte integrante dello show. Un set del genere forse avrebbe meritato una platea più numerosa ed è questo il grande rammarico di una serata colma di ritmo e buone vibrazioni. The Bus Driver is Drunk, trio acustico provenienti anch’essi dal contest, aprono la serata conclusiva del festival che da li a poco avrebbe riaccolto un assiduo frequentatore del palco torritese.

Foto di Simone Bargelli

Negli anni infatti Maurizio Pugno si è esibito più volte nel contesto toscano attraverso innumerevoli progetti e apparizioni varie. Indiscutibile la bravura del chitarrista eugubino che troviamo in ottima forma rispetto a recenti uscite alle quali avevamo assistito. Presenta il suo nuovissimo progetto Pugno Blues Band, quintetto formato da musicisti residenti in Umbria fra cui spicca il basso del torinese Franz Piombino. La sensazione è quella di workin’ progress per una band che sta cercando il suo baricentro sonoro. Alcuni dei suoi membri stanno affinando un linguaggio musicale ancora un po’ distante dalla genuinità della proposta e sarà sicuramente il tempo a dare la giusta risposta. Il range vocale di Raffo Barbi sembra risultare poco adatto al contesto e l’enfatizzazione scenica della sua presenza ci ha un po’ destabilizzati….forse nascondeva soltanto una forte emozione al suo interno.Chiusura migliore non poteva esserci per festeggiare trent’anni di festival. Sugar Ray Norcia and The Bluetones hanno ancora una volta ribadito di come la buona musica sia un concetto semplice quanto raro e difficile da realizzare. Diciamo che quando hai vicino a te gente come Duke Robillard e Charlie Baty le cose riescono con più facilità, ma quello che più ha sorpreso del concerto conclusivo è proprio la conduzione e la presenza di Sugar Ray, colonna portante e direttore ineccepibile. Una voce che incanta e un’armonica alla quale puoi solo inchinarti e se in verità lo show ha necessitato di un paio di brani prima di trovare il suo giusto equilibrio sonoro, da li in poi c’è stato spazio solo per il godimento di chi era presente. Due linguaggi chitarristici diversi; più calibrato ed elegante quello di Duke, geniale e irriverente quello di Charly, spaventosamente “irreale” nelle strumentali così come nella dinamicità delle slow proposte. C’è chi ironicamente li ha definiti la trinità del blues; padre, figlio e spirito santo…lascio a voi la scelta dei ruoli, ma certamente abbiamo assistito a uno dei set che entreranno di diritto nella storia del Torrita.

Foto di Simone Bargelli

Non vogliamo annoiare ricordando la lunga lista di brani proposti ma certamente far notare come l’imperscrutabile presenza di Nick Gouvin alla batteria e Michael “Mudcat” Ward al contrabbasso, assumono il valore d’ingrediente segreto di una ricetta praticamente perfetta. Permettetemi di aprire una breve parentesi su una delle poche note negative di questi tre giorni, che esula dal festival. Ho sempre pensato che cordialità e gentilezza siano alla base di un corretto comportamento. Maggiormente se lavori a diretto contatto con il pubblico e in ambiti di continuo interscambio. L’indisponibilità e l’arroganza di Nolan McGuire (road manager o presunto tale) di Robert Randolph hanno, non solo offuscato l’immagine dell’artista, ma reso difficile, per non dire impossibile, il lavoro d’innumerevoli persone (molte delle quali volontari) che erano li solo per la bella riuscita della kermesse, ad iniziare da fonici, roady, giornalisti e staff. Tra l’altro dopo tanta supponenza ha dimostrato in un breve intermezzo “live”, di non essere nemmeno adeguato per quello che gli era stato chiesto di fare. Chiusa la parentesi vi rimandiamo all’edizione del prossimo anno perché come si diceva…c’era una volta…c’è….e ci sarà ancora….il Torrita Blues Festival…buona estate a tutti!

 

Simone Bargelli

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