Umbria Jazz 2019

Piccola premessa
Inevitabile non trattare solo di blues nel nostro nuovo racconto di UJ, anche se quella madre alla quale tutte le musiche moderne debbono qualcosa si ripresenta puntuale ad ogni edizione, in forme diverse, a volte complesse ma sempre parte fondante della natura di molti musicisti presenti.

IL FESTIVAL
Una pioggia ben augurante ha accompagnato il pomeriggio di apertura di Umbria Jazz 2019. In questi casi si è soliti dire; festival bagnato, festival fortunato…a differenza di altre volte, non è una banalità, ma una previsione azzeccata. Affluenza sempre costante, riapertura di palchi storici da tempo assenti (San Francesco al prato), collocazione di nuovi spazi (via della Viola) nonché rassegne incorporate, UJ4 Kids (progetto educativo creativo dedicato ai bambini) in primis. In poche parole tra le edizioni più “ricche” e “futuribili” di questi recenti anni. Evitiamo, per non annoiarvi, i soliti numeri… che sono esorbitanti per concerti, artisti, eventi e workshop correlati e andiamo direttamente al dna di questa dieci giorni… la musica. Certo, di cambiamenti negli anni ce ne sono stati, non solo perché Umbria Jazz ha allargato i suoi orizzonti (per alcuni in modo troppo popolare) ma è cambiata la società con i suoi modi di comunicare e interagire. Allo staff di UJ va riconosciuto il merito di aver saputo adeguarsi ai tempi, spesso anticipandoli e soprattutto promuovere un territorio dalle potenzialità importanti, rischiando a volte, ma sempre preoccupandosi di mantenere viva quella qualità che ha contraddistinto la kermesse fin dal ‘73, anno della sua nascita. Oggi Perugia e Umbria Jazz sono una realtà di fama globale che continuano a crescere con le sue numerose edizioni e proposte, winter, spring, summer e non solo.

FREE OUTDOOR CONCERTS …partiamo da qui
Più di altre volte quella del 2019 è stata un’edizione dove i set gratuiti dislocati per il centro storico perugino, si sono distinti per peculiarità e attrattiva.

Foto di Michela Luoni

Di grande impatto sono state le esibizioni di Thornetta Davis, regina del blues di Detroit che tra classici e originali, provenienti dal recente “Honest Woman”, ha reso evidente, non solo un’incredibile vocalità, ma soprattutto quella duttilità necessaria per eventi di questo genere. La band l’ha sempre seguita nel giusto modo, regalando performance dinamiche, di sostanza e piene di brio. Per lei era l’esordio a Umbria Jazz dopo l’apparizione ad Orvieto nell’edizione invernale, ma visto l’accoglienza di un pubblico sempre entusiasta di fronte ai suoi palchi, crediamo non sarà difficile rivederla presto. Non era la prima volta per Anthony Paule, che ricordiamo sempre con gioia a Perugia quando più di venti anni fa esordiva nella band di Johnny Nocturne.

Foto di Michela Luoni

Torna a UJ con il suo nuovo progetto Soul Orchestra accompagnando il bravissimo Wee Willie Walker. La loro è un’anima traboccante di soul, grazie a Willie che ha nelle sue corde vocali tutta la tradizione della scuola Motown e Atlantic. L’orchestra è strepitosa e il feeling eccellente; si divertono e fanno divertire permettendo a ogni singolo elemento di mettersi in evidenza. Certamente il pubblico si ricorderà a lungo dei folli funambolismi di Derrick D’mar Martin alla batteria, ma la sezione fiati è di quelle che non deludono mai. Fra soul, rhythm and blues e blues di matrice tipica della bay area di San Francisco, la Anthony Paule Orchestra è tra le presenze più entusiasmanti dei free outdoor concerts. Altra bella sorpresa di quest’anno è stata Michael Supnick, dal Massachussets, anche se da circa trent’anni residente a Roma. La Supnick Swing è un ensemble di otto elementi, ballerini compresi, che ripercorrono quella tradizione tipica di New Orleans, tra dixieland, blues, swing e jazz. Tutti bravi i musicisti con una particolare attenzione agli arrangiamenti e a quei dettagli che in questi casi fanno realmente la differenza; ottimo il supporto vocale di Miss Faro. Con la sua ironia, l’innata simpatia ma principalmente la maestria di suonare swing e jive il ritorno di Ray Gelato and The Giants è stato un tripudio di applausi. Ormai possiamo definirlo perugino d’adozione, dato le sue numerose partecipazioni al festival. Come sempre accompagnato da una band strepitosa, meriterebbe la cittadinanza ad honorem solo per come sa orientarsi tra le viuzze meno note del centro storico cittadino; se volete sapere dove mangiare il miglior gelato della città….chiedete pure a lui…non è una battuta! Perfettamente “accordati”, sono stati gli italici Accordi Disaccordi, che scovati come buskers qualche anno fa tra le vie perugine, si sono guadagnati i palchi di Umbria Jazz attraverso il loro gypsy blues, quello di chiara scuola Reinhardt-iana. Un po’ più “caotici” e non sempre precisissimi nelle loro performance sono stati i californiani Con Brio; per loro un ringaggio dopo l’esordio dello scorso anno. La proposta è colma di contaminazioni, fra funk e nu-soul e i loro set live sono una vera e propria perfomance fisica a discapito a volte della riuscita musicale; apprezzati comunque dal pubblico più giovane per l’energia e i ritmi offerti. Per gli amanti della chitarra jazz, imperdibili sono stati i concerti di Bobby Broom e la sua Organi-Sation nella più classica delle formazioni, batteria-chitarra-organo Hammond. L’ex chitarrista di Sonny Rollins incanta per classe ed eleganza inglobando nel suo stile anche una prorompente anima soul. Non vanno nemmeno dimenticate tutte quelle giovani orchestre jazz provenienti dagli stati uniti che come ogni anno si sono alternate presso il palco di Piazza IV Novembre, mentre ai giardini Carducci si sono esibite anche le band finaliste del Conad Jazz contest, presenza constante di questi ultimi anni. Claudio Jr De Rosa Quartet, Adrien Brandeis Quintet e gli immancabili Funk Off hanno completato il corposo cartellone dei free outdoor concerts, dalle 13 alle 1 di ogni giorno.

ARENA SANTA GIULIANA…il main stage

Robben Ford ha l’onere di aprire la lunga programmazione dell’Arena Santa Giuliana presso il main stage, presentandosi in quartetto. Formazione caratterizzata da un suono minimale ma deciso, attraverso strutture solo apparentemente semplici. Omaggia e ricorda figure a lui care come Freddie King e BB rendendo sempre evidenti e importanti le sue radici. Il linguaggio proposto è unico, lo stesso che lo ha reso un’icona, miscelando tecnica e gusto strumentale, senza mai eccedere. È questo il segreto di Robben Ford…che sembra aver ritrovato la genialità di un tempo dopo qualche periodo di stanca. Alza anche i ritmi in esecuzioni più orientate verso dimensioni rock ribadendo la sua grandezza ed eccellenza; le soluzioni espresse non sono state mai ovvie. Suona gran parte del recente “Purple House”, e lo fa alla grande… Un inizio migliore di questo era difficile da immaginare.

Foto di Simone Bargelli

Deludono un po’ i perenni amici Britti/Gazzè, non tanto per l’esecuzione offerta, quanto per la proposta. Da un progetto intitolato “Siamo in missione per conto di Dio” ci si aspettava una playlist diversa, invece il loro è stato un susseguirsi dei passati successi pop trasformati da arrangiamenti più elaborati rispetto alle versioni originali. Unica eccezione fatta, un’intrigante e liberatoria versione di “Voodoo Chile”. Desta sempre sensazioni contrastanti Diana Krall, che torna nuovamente nel main stage dell’Arena. Eleganza sublime che a volte può confondersi con freddezza e distanza. A differenza di altre volte cerca di essere più affabile e loquace ma quel vestito di diva perenne è ormai parte della sua figura e difficile da togliere. Forse Diana avrebbe bisogno di osare un po’ più e distaccarsi da una scaletta che ormai porta accanto a se da anni. La band è stellare, Joe Lovano tra tutti, anche se non sempre ben “regolata”, Marc Ribot sembra essere un po’ fuori contesto, comunque piaccia o non piaccia il risultato finale resta di qualità. Tra swing, tradizione e classici pop furbescamente riarrangiati la bionda canadese ha comunque la maggior fetta del pubblico dalla sua parte, critica invece divisa a metà. Possiamo tranquillamente dire che Alan Harris è stato una scoperta del festival dato le sue innumerevoli presenze alle edizioni passate quando la notorietà non era così evidente. Questa volta torna da star; oggi testate americane influenti lo hanno segnalato come uno dei volti più importanti della scena odierna. Accompagnato da una giovanissima band armoniosamente connessa, eccellente la batteria di Shirazette Tinnin, regala circa un’ora di bellissime emozioni, dove trovano spazio anche un paio di blues song, finemente lavorate; replicherà nei free outdoor concerts. Figura eloquente quella di George Benson, simbolo di produttività ed entertainment che mancava sui palchi perugini da qualche anno; la band che l’ha supportato è stata encomiabile e le playlist di George sono sempre piacevoli, certo è che in alcuni momenti i suoi 76 anni iniziano a farsi sentire. Non ci dilunghiamo tanto sul ritorno di Chick Corea, che ha presentato il suo cuore latino, la Spanish Heart Band, ma una cosa va detta; Chick è artista che attraverso una rara sensibilità affronta la musica con serietà ma anche con quella sana leggerezza che solo i grandi possono concedersi. Il suo set è stato più che mai un insegnamento di vita.

Foto di Michela Luoni

 La bella e carismatica Nik West torna ad UJ dopo l’esordio dello scorso anno, con il suo funk intriso di rock, a volte toccato dall’hard, dove l’energia viscerale del ritmo, il movimento e i colori decisi sono la base di uno show da ballare e vedere. La scuola è quella inevitabile di Prince, la personalità quella di un’intrigante West. L’Arena ormai ci ha abituati anche ai grandi eventi rock che nuovamente in questo 2019 hanno richiamato il pubblico delle grandi occasioni; due sono state principalmente le circostanze. Nick Mason’s Saucerful Of Secret, mercoledì 17 e King Crimson, giovedì 18 luglio. In entrambi i casi, gli spettacoli sono stati strettamente legati a quei movimenti costruttori di storia della musica inglese, ripercorrendo immagini di epoche passate e copertine di album entrate nella leggenda. Pura psichedelica quella di Nick, batterista dei Pink Floyd, che ha ripercorso i primi anni di vita della band britannica riarrangiando brani del repertorio scritto da Syd Barrett. Goduria pura per chi ha amato quell’epoca lontana, anche perché la performance è autentica, grazie a una band che mette tutta l’energia possibile per rendere al meglio uno show fatto di mille suoni e cento colori.

Foto di Simone Bargelli

Evidenza inevitabile per le chitarre di Gary Kemp e Lee Harris, in oltre due ore di concerto dove trova spazio anche una bella versione di “One Of These Days”. Discorso diverso per Robert Fripp, unico reduce della formazione del ‘69 e i suoi King Crimson. Sono all’arena con il tour che festeggia i 50 anni di attività della band pioniere del rock progressivo. Line up composta da otto incredibili strumentisti tra cui l’insuperabile Tony Levin e tre batteristi Gavin Harrison, Pat Mastellotto e Jeremy Stacey. Il set, più di tre ore, è caratterizzato da un suono perfetto a volte extraterreno per limpidezza e pulizia. Intermezzi di puro rock sinfonico, a volte addirittura le dinamiche si tuffano nella classica, anticipando e intercedendo momenti più legati al metal, al folk e al rock. In una parola, prog. La complessità delle armonie è contrapposta da interludi più melodici ma alla base resta comunque l’eccezionalità delle singole performance strumentali e la singolarità dei musicisti. Il pubblico, numerosissimo, è letteralmente in delirio, anche se (personalmente) avremmo voluto “sentire” a volte, una maggiore presenza d’animo da parte dei singoli membri. Ribadiamo, il concerto è stato stellare, ma un po’ per la struttura tipica del sound dei Crimson e un po’ forse per la lunghezza del set al termine della serata ci siamo chiesti cosa c’era rimasto di tutta questa esperienza. I Snarky Puppy sono probabilmente la realtà che meglio incarna l’attuale evoluzione del jazz, attraverso le constanti variabili del loro stile… funk, rock, rnb e tutto ciò che interessa la sperimentazione. Attenzione perché altra caratteristica è che prediligono una strumentazione classica, senza particolari “effetti speciali” e una sezione fiati sempre in primo piano. Una generazione di ottimi musicisti che hanno la peculiarità di “fare gruppo” senza eccedere o abusare di solismi. Tornano sul palco di Umbria Jazz con un set più ritmico rispetto al passato, ma la proposta innovativa resta fondamentalmente quella dei primi lavori discografici. Ammirati da un pubblico relativamente giovane che li segue con passione e fedeltà, hanno regalato una performance come sempre ineccepibile. Subito dopo l’arrivo di colui che sta rivoluzionando il jazz contemporaneo a pochi anni di distanza dal debutto discografico; Kamasi Washington. Mix di colori e groove in un set dove l’eccentricità del suo protagonista è contrapposta anche dall’ironica simpatia e affabile presenza. Certamente il suo linguaggio non è di facile o immediato appiglio, ma è semplice vedere nello stile la rarità di chi è già stato paragonato alle icone del passato. La nota stonata del festival arriva nel suo giorno di chiusura. A nostro parere, la tanto attesa (nel vero senso del termine con due ore di ritardo sull’orario previsto) Lauren Hill, non solo infastidisce un po’ per il suo atteggiamento da diva, ma offre una performance non al meglio delle sue qualità, anche perché accompagnata da una band non sempre coesa e precisa. Il pubblico comunque apprezza. Christian McBride, produttore, bassista e autore ha avuto la responsabilità di aprire una serata. Funk e rhythm and blues il suo, con chiari riferimenti al pop; buon set quello proposto soprattutto per chi aveva voglia di un po’ di movimento.

TEATRO MORLACCHI…pomeridiani e ‘round midnight….tempio di jazz
Il palco del Morlacchi è ormai da tempo il luogo dove la vera anima di Umbria Jazz prosegue la sua tradizione più classica, quella per la quale è nata, ma anche stranamente la platea dove in questa edizione abbiamo trovato più “blues”.

Foto di Simone Bargelli

Come quello di Terence Blanchard and E-Collective, lunedì 15 luglio poco dopo la mezzanotte. Il loro è un blues nascosto che si trasforma spesso in quella malinconia capace di stupire per mezzo di un suono pieno, unico ed evocativo. Quintetto straordinario che ha visto la presenza del bravissimo Gerald Clayton al pianoforte e del tecnico Charles Altura alla sei corde. Chi non c’era si è perso un’occasione perché il loro è stato uno dei momenti più affascinanti e intensi di questa edizione. Sempre particolarmente interessanti sono gli esordi di Umbria Jazz e anche questa volta la promessa è stata mantenuta. Esordio come quello di Marquis Hill da Chicago, trombettista accompagnato da un quintetto di giovani talenti tra cui spicca Joel Ross, fenomenale vibrafonista. I Blacket, questo il nome della band, riescono ad incarnare quel mix tra innovazione e tradizione, tra jazz, rnb, funk e blues in una sintassi sonora di fascino e creatività; attitudine all’insegna del rinnovamento ma sempre con un appiglio alle “scuole” passate. Un set di puro stile ed energia, dove il blues assume connotazioni di elemento quasi inconscio. Facendo un breve passo indietro, UJ ha ricordato il mito Art Blakey nel centenario dalla nascita presentando domenica 14 per ‘round midnight The Messenger Legacy. I messaggeri attuali sono formati da musicisti che nello scorrere degli anni si sono avvicendati nelle ultime edizioni dei Jazz Messengers. I sassofonisti Bobby Watson e Bill Pierce, il trombettista Brian Lynch, il pianista Anthony Wonsey, il bassista Curtis Lundy, Ralph Peterson Jr. alla batteria. Set eloquente che rende omaggio al maestro in un connubio di atteggiamento, buon gusto e alta scuola jazzistica (quella che come sempre parte dal blues). Nulla è lasciato al caso e le intese sono quelle di chi ha vissuto momenti indelebili e attraversato tempi fondamentali per la creazione di un suono. Quella dei Messenger legacy è stata l’ennesima perla delle lunghe notti di Umbria Jazz. Altro momento eccellente è stato quello del pomeriggio di sabato 20. Partiamo dalle parole di Dado Moroni dette tra un brano e l’altro: “Non posso chiamarlo un concerto di jazz se dentro non c’è almeno un blues”. Quello del super trio Peter Erskine, Eddie Gomez e del pianista genovese è stato un vero e proprio viaggio che, partito dalle radici della musica afro-americana con brani Duke Ellington e Fats Waller come “What Will I do In The Morning?” ha permesso di attraversare tutto il secolo fino ad arrivare alle composizioni originali dei tre; ma innanzitutto ha proposto le loro maggiori influenze. Dado ha dimostrato la sua grandezza accanto a due mostri sacri e il suo stile è colorato di blues. Un concerto di rara sensibilità, leggerezza e intensità in un mood ricolmo di eleganza ed essenzialità. Altro breve salto indietro di qualche ora per ricordare altri due esibizioni di alto livello. Sempre un piacere ascoltare i progetti di Roberto Gatto, giovedì 18 ore 17, che riesce a sorprenderci ogni volta, per la sua inenarrabile maestria e signorilità. Un’ora di accurata eleganza la sua, accompagnato da un quartetto che si distingue per coesione ed intesa. Per Enrico Rava, invece, non abbiamo più parole da spendere; l’unicità di chi ha fatto, fa e ancora farà la storia del jazz italiano (e non solo) è tutta racchiusa nei due bis (l’unico ad aver ricevuto questa richiesta) di un teatro strapieno e adorante. Straordinario!

Foto di Michela Luoni

Un grande concerto di blues, quello che ha terminato i pomeriggi del Morlacchi. A condurre il tutto uno strepitoso Fabrizio Bosso alla tromba e quel folletto creativo che è Mauro Ottolini, nonché arrangiatore attento. La tradizione di New Orleans, quella delle brass band, quella di WC Handy, Billie Holiday e compagni, reinterpretata con cura e rispetto nella personificazione di atmosfere passate ma che ancora una volta sorprendono per vigore e originalità. È inutile ribadirlo, quando c’è nell’aria quell’energia strana che alcuni chiamano blues, il risultato assume tutto un altro sapore e il pubblico in delirio ne è la naturale conseguenza. Da segnalare la bella vocalità di Vanessa Tagliabue. Al di là della musica in questo 2019 c’è una data che resterà nella storia del festival; quella del 19 luglio. Le emozioni sono tutte nella riapertura di San Francesco al Prato, finemente restaurata e riconsegnata alla città attraverso chi trasformò questo luogo in tempio della musica jazz e non solo. Il concerto di Uri Cane riapre gli orizzonti di immagini passate e ricordi indelebili. Umbria Jazz ritrova un palco che tornerà ad essere cuore pulsante del suo futuro. Ovviamente ci perdoneranno tutti quegli artisti che non abbiamo citato o potuto ascoltare. Seguire totalmente una manifestazione così imponente è impossibile; a rappresentanza di tutti ne ricordiamo uno, perché ci è veramente dispiaciuto non poter assistere al suo set, Dianne Reeves, mentre una volta tanto ci piace affermare il lavoro impeccabile dei tecnici, della sicurezza dell’ufficio stampa e delle maestranze varie perché i numeri finali parlano chiaro; 40000 biglietti venduti, per un incasso di 1,6 milioni di euro e una presenza di oltre 500mila unità, con un boom del merchandising ufficiale incrementato del 40%. Un festival sempre più social, raggiunto digitalmente da un numero impressionante di utenze….ma soprattutto le emozioni, quelle vere, quelle che non hanno prezzo e quell’energia quasi alchemica che solo la musica ben fatta sa offrire. Dimentichiamo sicuramente qualcosa, ma se questo è il preludio per la prossima edizione, avremo modo di ricordarlo presto!

Foto di Simone Bargelli

Se ancora non siete stati a Umbria Jazz… perché rimandare? Perugia vi aspetta.

Simone Bargelli