Ciò che ci affascina del “Blues” è marketing. Una chiacchierata con Elijah Wald, un amante della musica popolare americana.
Per chi non lo conoscesse Elijah Wald è un chitarrista folk blues americano, giornalista e storico del blues. Tra i suoi libri più famosi troviamo: “Escaping the Delta”, “Come i Beatles hanno distrutto il rock n’ roll: una storia alternativa della musica popolare americana”, “Il giorno che Bob Dylan prese la chitarra elettrica”, da cui è stato tratto il (bel) film “A Complete Unknown” con l’ottimo Timothée Chalamet nei panni di Bob Dylan.
Personaggio dalla personalità sincera, bastano due episodi per capire con che tipo di uomo parlerò alla fine del suo spettacolo. Ebreo figlio di una rifugiata del periodo nazista, qualche tempo fa ha trascorso una notte in prigione per aver manifestato contro il genocidio in Palestina. Quando, durante una intervista radiofonica, gli hanno chiesto del suo libro “Il giorno che Bob Dylan prese la chitarra elettrica” (in italiano edito da Vallardi), che racconta di quando Bob Dylan, suonò in elettrico al famosissimo festival folk di Newport, ha risposto, candidamente, di averlo scritto perché ricorreva l’anniversario e gli sembrava un buon modo per vendere il libro. Quindi non esattamente una persona che si preoccupa troppo delle opinioni mainstream.
L’incontro con Elijah Wald e la chiacchierata

Elijah Wald live Circolo ARCI Isabelle Il Capriolo, Ranica (foto Andrea Capelli)
Quando ho avuto occasione di parlare con musicisti ho sempre chiesto se oggi ha ancora senso suonare Blues. Il genere, infatti, è stato uno strumento per raccontare la sofferenza e la voglia di riscatto di una intera popolazione emarginata e discriminata. Condizione da cui oggi molti autori blues sono ben distanti. Le risposte sono sempre state positive e rassicuranti: certo il blues ha ancora senso di esistere, la sofferenza esiste anche oggi, la musica evolve, ecc… Tutto bello, fino a che non ho sbattuto violentemente nelle prime pagine di “Escaping the Delta”.
Nel suo lavoro, Wald ha impiegato circa 10 pagine a mandare in frantumi il sogno e l’immagine romantica che avevo del Blues. Racconta che la visione letteraria per cui il blues sarebbe il cuore della povera gente nera, pur avendo un fondamento di verità, è stata ammantata di leggenda per commercializzare quello che, all’epoca, era un nuovo prodotto.
Dall’avvento del folk-blues revival di fine anni ’50, centinaia di ragazzi bianchi provenienti dalla classe media costruirono i loro personaggi blues imitando volontariamente l’immagine di menestrelli cenciosi e oppressi che suonano la loro musica sotto portici fatiscenti.
Si può quindi ben immaginare quanto fossi contento poter parlare di persona con questo autore.
Cosa è il Blues?
Beyoncé è una cantante blues, cantante che discende direttamente da Aretha Franklin, che discende da Dinah Washington che a sua volta discende da Bessie Smith e Ma Rainey (in 4 secondi mi ha tracciato un vero e proprio albero genealogico dagli anni ’20 ad oggi n.d.a), è una tradizione che è completamente viva. Il rock discende direttamente dal blues. La tradizione non è finita, il marketing gli ha cambiato il nome, ma è ancora qui. C’è ancora molta gente che suona il vecchio stile. Per me il nome è marketing, la musica rimane viva. La musica cambia.
A me piace il Blues nei suoi diversi generi, ci sono alcune declinazioni di Blues che preferisco rispetto ad altre …
Vedi, un’altra cosa riguardo a questo è che a me piaceva il vecchio Blues anche quando ero giovane, ma questo riguarda me, non riguarda il Blues.
E riguardo al libro di Robert Palmer, “Deep Blues”?
Un grande libro, un masterpiece. Quando la gente mi chiede cosa dovrebbe leggere, io rispondo di iniziare prima con Deep Blues e poi, se vogliono fare un passo in più, leggere il mio.

Quando parliamo di Blues, quindi, parliamo di una musica sempre esistita a cui in un certo momento hanno dato il nome Blues?
No, continua a cambiare. Voglio dire che non c’è alcun segno dell’esistenza di ciò che noi chiamiamo Blues prima del ventesimo secolo. Tutti, all’inizio del ventesimo secolo, descrivevano il Blues come un nuovo sound, seppur con radici profonde. Come il rap, che è sempre esistito, è la forma più antica sulla terra, ma quando è arrivata (al grande pubblico n.d.a.) nel 1978 l’abbiamo sentita come qualcosa di nuovo. Fu lo stesso per il Blues che, quando arrivò nel ventesimo secolo, arrivò come un nuovo sound ma certamente le sue radici erano profonde.
Prima degli anni venti c’era qualcosa di diverso rispetto a ciò che è arrivato dopo e che abbiamo chiamato Blues?
Il Blues è ovviamente legato alla musica africana e afro-americana, musica dei menestrelli, che era suonata con il banjo. Il fatto è che il Blues era musica per chitarra e pianoforte, non per violini e banjo e questo è un cambiamento enorme. Fu una cosa legata all’aspetto urbano (“was a urban thing”), e il Blues è arrivato con questo cambiamento. Il Jazz all’inizio non era differente dal Blues. Quando la gente parla dell’arrivo del Jazz intende dire che le band stavano suonando blues invece del ragtime. Non c’erano differenze tra il Blues e il Jazz all’inizio.
Una ultima domanda, come nasce un libro o un lavoro sul blues? In particolare per quanto riguarda la storia di un tempo che non c’è più, quali sono le tue fonti?
Ho scritto due libri che sono effettivamente sul blues. “Escaping the Delta”, è iniziato come un esercizio di lettura. Realizzai che Robert Johnson era considerato uno dei più importanti musicisti del ventesimo secolo e lui fece solo 30 registrazioni. – Anche Jimi Hendrix ha registrato solo 4 album ed è considerato una stella del rock – Che sono molto più di 30 canzoni e ci sono anche dozzine di album postumi. Robert Johnson avrà sempre quelle trenta registrazioni e quindi, come esercizio di lettura, ho voluto vedere se potevo dire qualcosa di interessante su ciascuna di queste. Così è iniziato quel libro. L’ho scritto e l’ho mandato a un mio amico, che mi ha detto che avrei dovuto pubblicarlo. Ho pensato che se lo avessi pubblicato le persone non avrebbero capito, perché avevano questa idea romantica del Blues. Così ho scritto la prima parte del libro per preparare i lettori, e poi ho scritto l’ultima parte per spiegare perché non erano pronti (ride nda).
Il mio nuovo libro, dal titolo “Jelly Roll Blues”, l’ho scritto perché ho ascoltato le registrazioni di Jelly Roll Morton che furono censurate e non furono pubblicate fino agli anni novanta. Queste contenevano un’epica ballad narrativa in dodici battute nella forma blues che abbiamo rischiato di non conoscere mai perché l’unica che venne registrata fu considerata oscena e non venne mai pubblicata. Quindi ho speso anni alla ricerca di note e collezioni di persone che conservavano musica nera e che non erano mai state in grado di pubblicare, cercando di capire come era questo mondo prima di essere censurato dalla distribuzione commerciale. Così ho capito che c’era una storia del Blues prima di tutto ciò di cui abbiamo parlato sino ad ora, di cui non è mai stato scritto nulla. E da qui è nato questo nuovo libro. Ma ho scritto anche di molte altre cose rispetto al blues.
Grazie ad Elijah Wald per il prezioso contenuto della sua ricerca sulla storia delle musiche americana e per la disponibilità a parlarne con me. Grazie anche a Michele Dal Lago per aver permesso questo incontro.
Andrea Capelli









Comments are closed