Bombino Bologna 2018

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LODI BLUES FESTIVAL

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TRASIMENO BLUES 2018

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Porretta Soul Festival 19-22 luglio 2018

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UMBRIA JAZZ 2018

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Robert Finley – Fiorenzuola D’Arda

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Torrita Blues Festival 2018

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FANTASTIC NEGRITO

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American Music Tour: impressioni di un viaggio

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Category Archives: Lutti

Aretha Franklin 1942-2018

Su una figura così iconica nelle ultime settimane è stato scritto molto, da pubblicazioni di ogni lingua ed estrazione. D’altra parte quando se ne vanno artisti di questo calibro, pensiamo a B.B. King per il blues o Miles Davis per il jazz, ci si sofferma a pensare al loro enorme lascito e alla loro unicità. Già, perché la musica di Aretha Franklin è profondamente legata alla cultura tout court degli ultimi sessant’anni e il suo impatto si misura ben al di là della musica afroamericana. Tuttavia la figlia del Reverendo C.L. Franklin ha sempre avuto dentro di sè la musica della chiesa, lo ha voluto ribadire Mavis Staples in una dichiarazione di ricordo rilasciata al Los Angeles Times, “qualsiasi canzone sentissi cantare ad Aretha, ci sentivo il gospel, è una cosa che non puoi perdere, era casa sua”. Affermazione del tutto condivisibile, tanto più che viene da una collega che Aretha la conosceva sin da quando erano ragazzine. La sua biografia tocca luoghi densi di storia musicale e non. Era nata a Memphis, infatti, cresciuta a Detroit (ma non ha mai inciso per Motown), firma per la Columbia e incide in quel periodo tra New York e Los Angeles. La svolta avviene quando Jerry Wexler la mette sotto contratto per l’Atlantic. L’idea di portarla agli studi Fame di Muscle Shoals nel gennaio 1967 sembra brillante ma la session finisce male, come racconta Guralnick in “Sweet Soul Music”, con un solo brano completato, seppur formidabile, “I Never Loved A Man (The Way I Love You)”. Ma la strada è quella giusta e Aretha, come noto, non si fermerà più inanellando una serie di capolavori la cui bellezza viaggia inalterata attraverso le decadi. Merito anche di Wexler, Arif Mardin, Tom Dowd, le Sweet Inspiration, le sorelle Erma e Carolyn e di una schiera di musicisti di prim’ordine, ma soprattutto della voce e del piano di Aretha, di una personalità particolare che nemmeno i suoi biografi sono riusciti a svelare del tutto. Tra tutte le registrazioni di quel periodo magico ognuno avrà le sue preferenze, anche perché quella musica ha fatto da colonna sonora a innumerevoli momenti della vita di tanti. Aretha rendeva proprio tutto ciò che cantava, un esempio per tutti “Respect”, indice di un talento con pochi eguali e anche magari in modo meno esplicito di altri colleghi, ha avuto evidenti rimandi alle lotte per i diritti civili e sociali degli afroamericani. Tra i tanti suoi dischi ci piace ricordare due tra le testimonianze più alte della sua arte, lo stupendo “Live At Fillmore West” con l’epocale versione di “Spirit In The Dark” in duo con Ray Charles e l’album gospel “Amazing Grace” che la riporta in chiesa. Sono due dischi pubblicati all’inizio degli anni settanta, un decennio che la vedrà in maniera sempre  disinibita, affrontare situazioni funk e soul/pop anche di stampo disco music, mentre dagli anni Ottanta nuove generazioni di artisti neri e bianchi di svariate direzioni stilistiche le chiedono una presenza nei loro dischi per duetti, mentre anche per Whitney Houston o Beyonce è stata una musa ispiratrice. Il giornalista e attivista afroamericano Ta-Nehisi Coates nel suo libro autobiografico “Tra me e il mondo” ricostruisce la storia (nero) americana che include anche passaggi riguardo alla musica, dove in uno di questi dice: “(…) ed è Aretha l’ultima voce che ascoltano prima di morire”. E’ un obbligo chiudere con un ringraziamento per le emozioni che la sua voce ci ha regalato e quelle che ci regalerà ancora. Il suo funerale si è tenuto nella Chiesa Pentecostale Greater Grace Temple di Detroit, la stessa dove si tennero le esequie di Rosa Parks.

 

                                                                                                       Matteo Bossi    Silvano Brambilla

 

 

Matt Murphy 1929-2018

Foto di Renato Tonelli ©

Resterà impresso nei ricordi anche del pubblico generalista in virtù del suo ruolo in “The Blues Brothers”, ma sarebbe riduttivo identificare un musicista della classe di Murphy solamente con quella fase, pur importante e riconoscibilissima della sua carriera. A suo modo Murphy compie un tragitto simile ad altri suoi contemporanei, dal natio Mississippi, si sposta prima a Memphis, dove nemmeno ventenne viene arruolato da Howlin’ Wolf poi a Chicago dove si ritaglia un ruolo come sessionman. Il suo lavoro è di grande qualità e il suo apporto ad esempio ai dischi di Memphis Slim d’inizio anni Cinquanta è indice di un chitarrista creativo e fluido, si ascoltino gli splendidi solchi incisi per l’etichetta United, riediti dalla Delmark come “Memphis Slim U.S.A.” e “The Come Back”.  In quegli anni registra pochissimo a suo nome, ma se si va scorrere i sessionmen della Chess, il nome di Murphy è ricorrente, accanto a Chuck Berry, Etta James, Koko Taylor.

Foto di Marino Grandi

Le sua apparizione all’American Folk Blues Festival del 1963 non passa inosservata e lascia anche un ricordo discografico, un album edito dalla Storyville di cui è titolare Sonny Boy Williamson. Anche nei Settanta la sua attività prosegue è nella band di James Cotton per i dischi su Buddah. E’ persino strano che abbia dovuto attendere il 1990 quando la Antone’s gli produce il primo vero e proprio disco solista, “Way Down South”, dove ritrova il fratello Floyd, anche lui chitarrista e vecchi amici come Mel Brown e Tony Coleman. E’ un disco a sua immagine, ben suonato, piacevole, mai eccessivo. Ad esso seguiranno due produzioni degli anni Novanta su etichetta Roesch e diversi concerti in America e in Europa. Problemi di salute ne avevano rallentato l’attività dal vivo, anche se negli  ultimi anni si ricordano apparizioni al Festival di Chicago o al Crossroads organizzato da Clapton nel 2013. Murphy apparteneva alla categoria ristretta del “musician’s musicians”, coloro cioè che malgrado una carriera solista d’impatto relativo, hanno fatto scuola e possiedono una loro ineguagliata unicità. Ci mancherà.

 

 

Matteo Bossi

Clarence Fountain 1929-2018

Foto di Marino Grandi

“Non sono venuto qui in cerca di Gesù, l’ho portato con me”, così esordisce Clarence Fountain in uno dei live più belli dei Blind Boys of Alabama, “I Brought Him With Me” (House Of Blues, 1995). Lui del gruppo è stato leader e fondatore, attraversando le decadi, cominciando a cantare da ragazzino al Talladega Institute for the Negro Deaf and Blind, quando mette  insieme un gruppo gospel chiamato Happy Land Jubilee Singers. Qualche anno dopo diventano Blind Boys of Alabama e il loro primo disco risale al 1948, quando per la Coleman incidono “I Can See Everybody’s Mother But Mine”, che da il la ad una serie di lavori per etichette quali Vee-Jay e Specialty poi. La fama di Fountain e dei Blind Boys cresce e le loro performance trascinanti, sovente sfidando i Five Blind Boys of Mississippi a colpi di estatico hard gospel. Fountain e soci restano fedeli ad esso e non si lasciano tentare dalle numerose offerte di incidere musica secolare, sulle orme di Sam Cooke. Fountain però lascia il gruppo negli anni Settanta per una carriera solista tornando all’ovile negli Ottanta, rilanciando l’attività del gruppo. Dapprima con l’acclamata partecipazione al musical Gospel At Colonus, tratto dall’Edipo a Colono di Sofocle, rappresentato anche a Brodway, nel cast c’era Morgan Freeman. Fountain e gli altri due membri storici, George Scott e Jimmy Carter, traghettano il gruppo verso nuove frontiere, un album prodotto da Booker T, un paio per la House of Blues e poi il fortunato approdo alla Real World di Peter Gabriel, col magnifico “Spirit Of The Century” (vincitore del Grammy). Da lì è un susseguirsi di concerti in giro per il mondo e di collaborazioni con un numero quasi incalcolabile di artisti (la più celebre forse quella con Ben Harper), su disco o su un palco. La voce di Fountain profonda e versatile, capace di passare dalla gravità ad un lancinante urlo in falsetto conserva negli anni la capacità di trafiggere gli ascoltatori, come ricorderà chi li ha visti in concerto, anche nel nostro paese. Da una decina d’anni problemi di salute gli avevano impedito di andare in tour e i Blind Boys, già privi di Scott, scomparso nel 2006, hanno continuato guidati da Jimmy Carter. Clarence ha attraversato oltre settant’anni di musica e restava, forse, l’ultimo dei grandi solisti ancora legati al periodo d’oro di questa musica. “Volevo cantare gospel e volevo cantare per il Signore” disse una volta Fountain. Ed è esattamente quello che ha fatto.

Matteo Bossi

Eddy Clearwater 1935-2018

Foto di Matteo Bossi

Festival di Cognac, estate 2005, è pomeriggio esul palco principale Eddy Clearwater sta facendo il soundcheck, accompagnato dai Los Straitjackets, gruppo surf mascherato da wrestlers con il quale aveva inciso “Rock’n’ Roll City”. Le prove si trasformano in un mini concerto a beneficio dei pochi appassionati presenti, con Clearwater che si diverte da matti a suonare. Questo aneddoto rispecchia, crediamo, un musicista generoso al quale si applica la duplice accezione inglese (o francese) del verbo che designa il suonare, vale a dire giocare. Perché “The Chief” vedendolo su un palco sembrava sempre il primo a divertirsi, vuoi per i suoi famosi copricapo pennuti, che indossava sempre, almeno all’inizio dei concerti, vuoi per i passi di danza e la spiccata attitudine autoironica. Musicista di gran talento e dall’ indole eclettica, era appassionato di country e soprattutto di rock’n’roll, tanto che a lungo venne, a torto, ritenuto solo un imitatore di Chuck Berry. Cominciò negli anni Cinquanta a Chicago, dapprima con lo pseudonimo Guitar Eddy, poi Jump Jackson batterista e manager gli coniò il soprannome Clear Waters, sulla scia di Muddy e da lì a Clearwater il passo è breve. Qualche singolo, molti concerti e finalmente a metà anni Settanta un LP per MCM, una  session prodotta da Ralph Bass poi rieditata su Delmark, “Boogie My Blues Away”, con alcuni splendidi brani di marca West Side, folgoranti blues in minore quali “Came Up The Hard Way” uno dei suoi classici, ripreso anche in dischi successivi e “Mayor Daley’s Blues”. Poi il suo primo vero e proprio album in studio “The Chief”, grazie alla Rooster di Jim O’Neal e con un gruppo comprendente, tra gli altri, il cugino Carey Bell (il vero cognome di entrambi era Harrington) e il figlio Lurrie.

Foto di Matteo Bossi

Da lì in avanti incide regolarmente, ancora per Rooster, poi per Blind Pig e Bullseye, in una serie di dischi curati che ne confermano il talento tra blues in minore e spruzzate di rock’n’roll. L’ultimo album da studio resta “West Side Strut”,  uscito per Alligator nel 2008, altro titolo che racchiude il personaggio, dove troviamo una nuova versione di “Came Up The Hard Way”. Ad esso aveva fatto seguito un live autoprodotto e  Clearwater, per alcuni anni anche titolare di un locale, il Reservation Blues, continuava ad esibirsi regolarmente. Il suo posto nella storia di questa musica è fuori discussione, noi ci sentiamo un po’ più soli, perché quando se ne vanno artisti di questa statura diventa evidente che personalità così sono destinate a restare prive di eredi credibili.

 

Matteo Bossi

LEO “BUD” WELCH 1932-2017

Foto di Davide Grandi

Abbiamo conosciuto Leo nel lontano 2014, quando la prima esperienza con Travel For Fans ci aveva portato, manipolo di italiani con aggiunta di due Finlandesi e di una Svedese, giù nel Mississippi, come si suol dire, nella terra del blues. Leo non doveva essere lì, al Red’s Juke Joint di Clarksdale, dove lo stesso Red Paden ci aveva organizzato una cenetta con tanto di ragù alla bolognese, e accompagnamento musicale di Robert Belfour, ma il fato ha voluto che lo incontrassimo. Leo era perfetto per quel posto tanto sgangherato quanto caratteristico, ed il suo sound difficilmente ci uscirà dalla testa. Lo abbiamo rivisto in Italia ai Vizi del Pellicano, sempre nel 2014, per un concerto speciale, legato alle registrazioni con Faris Amine di alcuni pezzi di chitarra per il suo disco di sahara blues. Leo parlava poco e quel poco che diceva si faticava a capirlo. Lo stesso Faris lo seguiva attento e ammirato, pur non riuscendo a farsi dire in che accordatura stava suonando. Welch era così, traspirava dai suoi pori tutta la vita passata a fare il boscaiolo, e anche se Vencie Varnado, il suo manager, amico e assistente, lo accudiva come si farebbe con un padre, i suoi occhi languidi e sinceri non nascondevano timidezza e un pizzico di paura. Il suo sound era grezzo, non di certo volutamente ma perché solo così sapeva suonare. Niente scuole di musica, niente spartiti, spesso gli scappava di dire a bassa voce vicino al microfono che quella canzone che gli chiedevano di suonare lui non la sapeva. Ma poi rideva, sdentato, felice e divertito come un bambino, e così ti arrivava giù, non in fondo all’anima ma in fondo allo stomaco, dove albergano i sentimenti più profondi. Il suo blues ha finito di essere suonato, almeno per noi che ancora camminiamo su questa terra, e non ci è dato sapere se qualcuno da qualche parte lo stia ascoltando, e se il suo sguardo innocente stia ancora facendo da preludio ad una grossa e tenera risata. Gli possiamo solo augurare che sia davvero così!

 

Davide Grandi

NORMAN HEWITT 1943 – 2017

Foto di Gianfranco Skala

Il primo contatto fu telefonico. Quello successivo, fisicamente, ebbe luogo in occasione, e non poteva essere diversamente, del concerto di Blind Jim Brewer a Vimercate il 12 marzo 1983. Da allora la stima nei riguardi di questo figlio di Albione, la cui ironia era proverbiale, non fece altro che aumentare. Infatti, oltre ad essere un profondo conoscitore dell’universo Blues & Jazz, le sue trasmissioni che andavano in onda dalla stazione radio della Svizzera Italiana divennero basiche per molti, comprese le collaborazioni con il Corriere della Sera e successivamente con la nostra rivista “IL BLUES”, divenne nel 1989 il cervello pensante (leggasi Direttore Artistico) della rassegna annuale “Blues To Bop” erede, in un certo senso, della precedente “New Orleans in Lugano”. Ciò che soddisfaceva della sua conduzione era la poliedricità degli artisti che, nel corso degli anni, si succedevano sul palco del festival. Era ormai logico aspettarsi i musicisti della Music Maker Foundation che lasciavano il posto alla sacred steel guitar di Aubry Ghent, apprezzare il blues acustico di Tom Pomposello in giusto contrasto con il blues elettrico del figlio d’arte Big Bill Morganfield e quello di Eddie Clearwater, il tutto senza mai dimenticare gruppi locali o band italiche come quelle di Rudy Rotta e Blue Stuff.

Foto di Salada Luciana

Ma il fiore all’occhiello rimane la dimensione affidata al gospel che veniva ospitato la domenica nella cattedrale di Lugano, ed in cui nel 1995 ricordo ancora le impressionanti presenze successivamente di John Dee Holeman, Neal Pattman e Sarah Barnes & Carolina Messengers. Ciao Norman. Adesso potrai fare a John Lee Hooker, finalmente, quella domanda riguardante Muddy Waters, che la sua manager ci impedì di portare in porto quell’11 maggio 1983 nei camerini del Teatro Orfeo di Milano. Ma credo che ormai ce la siamo dimenticata…

 

 

Marino Grandi   

CeDell Davis 1926 – 2017

Foto di Marino Grandi

Aveva quasi 70 anni quando, nel 1995 e per merito della passione di Stefano Marise, CeDell Davis approdava nel nostro Paese per esibirsi al Delta Blues Festival di Rovigo. Nel frattempo da parte nostra lo avevamo già apprezzato discograficamente, più che altro non tanto per le sue prime tracce degli anni Ottanta pubblicate su LP antologici, quanto per i due CD editati a suo nome dalla quasi neonata ma già esplosiva Fat Possum. Il perché riteniamo ancora oggi indimenticabile l’evento di quella ormai lontana estate, lo troverete nel seguito. Infatti, come lui stesso ci disse «Dicono che la mia chitarra è stonata, scordata, fuori tono e tutto il resto…», il vederlo alle prese con il suo stile anarchico e quel coltello impugnato con la lama e la cui impugnatura invece veniva usato nelle veci del bottleneck classico per scorrere lungo il manico della chitarra, ci lasciò senza fiato. Ne usciva così un suono grezzo che non lasciava spazi inutili, ma che ti penetrava nell’anima quale espressione di un blues essenziale in grado di percorrerti da capo a piedi. E se da questa fonte sonora emozionale, aggiungiamo la forza di CeDell Davis che seppe convivere con gli effetti tragici della poliomielite che lo colpì all’età di 10 anni privandolo della deambulazione e deformandogli gli arti superiori mani incluse, non potemmo che rimanere in silenzio ad ascoltare la sua voce come ci narrava il “suo” blues. La stessa emozione, se non di più, la vivemmo nel 2003 quando al King Biscuit Festival di Helena, assecondato dall’eclettico Jimbo Mathus, diede vita (e chi se non lui poteva dare più senso a questa parola) ad un concerto che odorava di altro mondo. Nonostante i nuovi problemi che lo afflissero da allora in poi, Davis continuò ad essere se stesso, pur limitando sia le esibizioni che l’uso della chitarra, ma ritagliandosi sempre la voce per raccontare quelle nuove storie che ogni giorno gli facevano compagnia.

«Non è rimasto più nessuno dei rural delta blues players» (CeDell Davis, Clarksdale, Juke Joint Festival 2015). Adesso sì. CeDell Davis ci ha lasciati il 27 settembre 2017 a Hot Springs, Arkansas.

 

 

Marino Grandi   

Charles Bradley 1948-2017

Foto di Matteo Bossi

Strano destino quello che ha finito per accomunare Charles Bradley a Sharon Jones. Scoperti e valorizzati dalla stessa etichetta, la Daptone, in età non più giovane e proprio per questo l’entusiasmo e l’energia che mettevano ogni volta che salivano su un palco era palpabile. Entrambi se li è portati via un cancro, a neppure un anno di distanza. Bradley dallo scorso anno stava affrontando la malattia e sembrava sulla via della ripresa, era infatti tornato a tenere concerti in primavera, tuttavia le sue condizioni erano peggiorate ed era stato costretto ad annullare le date previste in autunno. Dopo alcuni singoli il suo esordio vero e proprio avvenne con “No Time For Dreaming” nel 2011, costruito come gli altri due dischi successivi, con la collaborazione di Thomas Brenneck, strumentista e produttore che in Bradley ha creduto fin da subito.  La sua vita, romanzesca a dir poco,  raccontata anche nel documentario “Charles Bradley: Soul Of America”, lo ha portato in giro per gli Stati Uniti, svolgendo i lavori più diversi, dal cuoco al tuttofare. Musicalmente la sua figura di riferimento era James Brown che vide all’Apollo nel 1962 e affascinò a tal punto il giovane Bradley che ne divenne un imitatore, esibendosi per anni sotto vari pseudonimi, il più famoso è probabilmente Black Velvet. Ricordiamo ancora con divertimento il suo concerto al Bloom di Mezzago nel novembre 2013 e la generosità totale del suo carattere, sudore, passione e spontaneità, riversato, quasi senza filtri, su qualsiasi pubblico si trovasse davanti. Gabriel Roth, fondatore della Daptone, ha raccontato così l’ultima conversazione con Bradley, “Gli ho detto che avrebbe continuato ad ispirare amore e musica per diverse generazioni. Ci ho provato, mi ha risposto Charles. Penso che volesse letteralmente abbracciare ogni persona sul pianeta”. Peccato davvero che l’abbraccio, umano e musicale,  non sia durato più a lungo.

Matteo Bossi

Roberto Berlini

Da qualche parte l’affermazione di quel bluesman che dice: «Tutte le strade finiscono!». Mente, parla doppio, come ogni bluesman, le strade non finiscono, al più s’interrompono per riprendere altrove. Conosco Roberto Berlini solo da qualche anno, un privilegio che declino al presente perché Roberto è ancora tra Noi. Ultimo ad arrivare in quella cerchia del riconoscimento che è una scena blues il nostro primo incontro è a una Jam del Lunedì alla Blues House di via S. Uguzzone, un pezzo di Chicago tra il nulla e Sesto San Giovanni. Di blues so poco, come anche ora del resto. Lui è seduto dietro una batteria affondato nello sgabello, quasi scompare tra piatti sistemati troppo in alto. Per partecipare alla Jam salgo sul palco, qualcuno della band mi chiede: «Cosa vuoi fare?». Rispondo: «Hoochie Coochie Man!». La testa di Roberto, istantanea, cade obliqua. Laconico, puntandomi le bacchette, aggiunge: «E come lo vuoi fare? Alla vecchia?». Non so, non capisco. So solo che il brano parte, mi portano in alto, mi depositano qualche minuto più tardi là da dove ero partito. Sano e salvo. Abbandono il palco ma intendo benissimo il suo commento: «E’ mai possibile che quando salgono vogliono fare solo Hoochie Coochie? Ma cazzo! Altri brani proprio non ne conoscono?». Roberto è così, e forse bisogna essere così. La storia del blues a Milano è ancora da scrivere, se mai verrà scritta, di Roberto “Zio” Berlini, si deve dire che ha condiviso questa musica dagli inizi. “Maestro” per competenza strumentale ma anche per avere insegnato a molti, e tra molte, una cosa: il palco è qualcosa di conteso non è libero. Se ci vuoi stare e hai qualcosa dentro, tirala fuori se no meglio evitare. A molti Roberto insegna a tirar fuori quello che hanno dentro. Il metodo è semplice: benevolo fino a un minuto prima di sedersi alla batteria e un minuto dopo che tutto è finito, durante, meglio aver chiaro che cosa TU vuoi fare. Certo non ha un carattere facile se ne accorgeranno presto nell’altro condominio, del resto il carattere è appreso non è innato. Se la vita non è stata generosa un po’ sghembo lo diventi, sei storto, come lo stare a cavallo seduto sulle natiche non sulla groppa, come cadere sul pavimento da un seggiolone di un bar battendo in rapida successione gomito-mento-fronte. Che poi, è come suonare uno shuffle.

Già lo shuffle. In questo Roberto è un grande lo dicono tutti. Ne è padrone non impadronito. Ma perché è così bravo? Perchè ha studiato. Soprattutto perché di quel terzinato obliquo ha compreso il saltellare degli ultimi non dei vinti. E’ l’essenza del blues. C’è polvere sulle scarpe e tavole sconnesse anche da noi non solo in Mississippi. Qualche giorno fa, steso sul letto d’ospedale, mi dice: «Dai! Appena esco organizziamo una seratona!». Non è proprio la cosa cui penso, ma sorprende che lo faccia lui. La vita è irrinunciabile almeno fino a un secondo prima di lasciarla. Da quel letto mi confida di tutti quei giovani dottori che ogni giorno sostano sul suo corpo per imparare a riconoscere segni, sintomi di una malattia. Mi racconta di quella giovane dottoressa che durante il giro gli controlla respiro, battito, di un cuore stanco. Roberto gli fa dono dell’informazione che forse la cambierà in un medico. Educato, mentre lei tiene il fonendoscopio poggiato sulla schiena, gli dice: «Guardi dottoressa che vicino al cuore io ho anche un’altra cosa», «Ah! E cosa sarebbe?» risponde un po’ scettica la dottoressa. «Ascolti bene dottoressa, si sforzi, perché vicino al cuore io, ho il Blues!».

Ciao Roberto

Mauro Musicco

 

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Roberto Berlini, Batterista

Padova 24 Giugno 1949 – Milano 17 Giugno 2017

 

Foto di Davide Miglio

 

 

 

Hannes Anrig

Non è mai facile trovare le parole giuste per ricordare qualcuno che se ne è andato, sia che la sua “partenza” sia attesa, che improvvisa, sia che abbia una certa età o che sia giovane. Purtroppo assistere al funerale di un caro amico porta con sé, troppo spesso, oltre al dolore le parole asettiche e impersonali dell’omelia, di chi magari non lo conosceva nemmeno. Detto questo certo non sono la persona più indicata per ricordare Hannes Anrig, che ci ha lasciato il 29 Aprile scorso, nella sua casa ad Arcegno, Svizzera. E non lo sono perché con lui non ho condiviso viaggi, concerti o esperienze particolarmente intense, ma sicuramente l’ho incontrato spesso, dai concerti a Vallemaggia, e prima ancora a Rapperswil, o a Lucerna per il festival nell’intimo backstage, per non dimenticare le finali dell’European Blues Challenge in giro per l’Europa. Ha sempre avuto un modo particolare di legare e di parlare, catturando facilmente l’attenzione della mia compagna, Caterina, e a volte assieme a lei riuscendo anche a prendermi in giro, con quell’ironia teutonica legata anche all’accento che lo contraddistingueva. Sapevo della sua malattia ma l’ho sempre visto forte e combattivo, lasciando trasparire forse nello sguardo, un misto tra malinconico e curioso, la sua sofferenza, che comunque con estrema dignità, non gettava addosso agli interlocutori. Si parlava della musica, dei miei gusti lontani dai suoi, ma non così tanto, dei progetti, e soprattutto si rideva. Questo ricordo con piacere, il suo sorriso mai forzato e neanche sguaiato, così ben abbinato  al suo sguardo. Lo avevo sentito al telefono qualche mese fa per una mail urgente che lo riguardava e che era arrivata all’indirizzo dell’EBU, e di cui mi ringraziò calorosamente, ed incontrato a Horsens, in Danimarca, per l’EBC di quest’anno. Impenetrabile come sempre, ci siamo salutati come se presto ci saremmo ritrovati in qualche concerto. Non potevo sapere che il suo sorriso ed i suoi occhi malinconici non li avrei più rivisti. Quando ho saputo che aveva scelto un posto nuovo per ascoltare la musica ho solo sperato che non avesse dimenticato nulla qui da noi.

Davide Grandi