Tedeschi Trucks Band -Teatro degli Arcimboldi

Il tour europeo della Tedeschi Trucks li ha portati a suonare, anche in Italia, nella dimensione prediletta, quella dei teatri, ragione in più per rendere imperdibile la data del 17 aprile al More »

Larkin-Poe_live-ST89_foto-Francesca-Castiglioni-©

LARKIN POE – Spazio Teatro 89, Milano

Il 29 Marzo scorso allo Spazio Teatro 89 di Milano c’erano le Larkin Poe, band americana capitanata dalle sorelle Lovell. Fin dalla canzone che ha aperto il set “Summertime Sunset” si nota una More »

Trombone Shorty & Orleans Avenue – Santeria

Lo avevamo perso la scorsa estate a Fiorenzuola d’Arda, abbiamo rimediato lo scorso 27 marzo quando Troy “Trombone Shorty” Andrews con la sua formazione, Orleans Avenue, ha fatto tappa alla Santeria di More »

Il Blues n.146 Marzo 2019

        In questo numero troverete: William Ferris Dave Keyes Derek Trucks Johnny Tucker Martin Luther King Jr. Robert Kimbrough Sr. .. e tante recensioni!! Per poterlo leggere: http://www.ilbluesmagazine.it/ E non More »

INTERVISTA LARKIN POE

Incontriamo le sorelle Rebecca e Megan Lovell poco prima della loro esibizione al Druso di Bergamo, quasi intrufolandoci di nascosto nella loro privacy del backstage, in realtà accompagnate dalla road manager che More »

Lodi Blues Festival

Quest’anno il Lodi Blues Festival è tornato in scena nel suo abituale periodo dell’anno, in inverno, e nella sede storica, il Teatro alle Vigne. E’ stata dunque l’undicesima edizione della “Winter Session”, More »

Rhiannon Giddens & Francesco Turrisi – Folkclub

Un Folk Club di Torino esaurito, anche per i posti in piedi, ha sopperito al fatto che la prima volta in Italia di Rhiannon Giddens, fosse stata solo per una data, il More »

Category Archives: Lutti

MICHAEL LEDBETTER

Foto di Philippe Pretet

Credo fermamente che 33 anni, senza scomodare paragoni religiosi, è sempre troppo poco per lasciare questa terra, soprattutto quando si hanno delle doti tali da lasciare tutti sbalorditi, come faceva Mike Ledbetter quando saliva sul palco e cantava. Perché Mike era uno di quei cantanti che sa tirare fuori qualcosa di così personale, non voglio scomodarmi a chiamarla anima, che ti rimane attaccato alla pelle fino alla prossima volta in cui la risentirai e, come per magia, la riconoscerai subito. Lo incontrammo per la prima volta a Memphis nel 2014, a Beale Street assieme a Nick Moss, un altro gigante del blues, in tutti i sensi, mentre si esibivano al King’s Palace Cafè, forse il punto più alto delle esibizioni di quell’International Blues Challenge, seppure fuori concorso. Lo trovammo nuovamente a Chicago nel 2016, mentre si stavano realizzando le prove per il concerto di domenica 12 giugno al Petrillo Music Shell dedicato ad Otis Rush e alla sua carriera. Mostri sacri del blues camminavano e parlavano accanto a noi, spettatori fortunati e ammutoliti, e i giovani due Mike, Welch e Ledbetter, sembravano aver trovato un feeling particolare. Ed infine al Lucerna Blues Festival, quel duo nato quasi per caso, forse proprio nella sala prove della Delmark, Mike Welch e Mike Ledbetter, seppe infuocare il casinò e lasciare tutti ancora una volta senza parole, quasi che, in un periodo in cui i nostri idoli ci stanno lasciando uno ad uno, il futuro del blues sembrasse meno grigio. E come dimenticare il suo duetto con Kaz Hawkins, organizzato quasi per caso all’ultimo momento, un incontro di artisti irripetibile, due sensibilità uniche che hanno iniziato subito a vibrare all’unisono. E invece la notizia della sua scomparsa ci ricorda che non è solo l’età a portarci via degli amici, dei musicisti e prima ancora degli esseri umani, ma a volte la campana suona in anticipo, o almeno a noi sembra così. E dopo l’ultimo rintocco rimane solo il silenzio ed un terribile senso di vuoto. Un silenzio che la voce di Mike Ledbetter non riempirà più di calore e musica.

 

Davide Grandi

Lazy Lester 1933-2018

Lazy Lester (foto Paola Cortelazzo (Chicago Blues Fest 2016)

Con colpevole ritardo, rendiamo omaggio anche ad uno degli esponenti di spicco dello swamp blues, Lazy Lester, scomparso a fine agosto scorso. Classe 1933, era forse l’ ultimo artista ancora attivo del lotto valorizzato da J.D. Miller su Excello e registrati nello studio di Crowley, Louisiana. Proprio l’incontro casuale su un bus con Lightnin’ Slim a metà anni Cinquanta, mentre questi era diretto allo studio di Miller, rappresenta un momento decisivo per lui, infatti Leslie Johnson non ancora Lazy, si ritrova a suonare l’armonica per la session di Slim e da lì in avanti, verrà sovente impiegato da Miller come musicista, vista la sua versatilità su chitarra, armonica e percussioni. Non passò molto tempo prima che gli venisse data l’opportunità di incidere a proprio nome e Lester, d’ora in avanti Lazy per l’indole rilassata, cesella una serie di composizioni destinate a diventare dei piccoli classici. Il successo arriva con un singolo del 1958 “I’m A Lover Not A Fighter”(che qualcuno ricorderà sul disco d’esordio dei Kinks) con “Sugar Coated Love” sul retro, cui seguono altri episodi “I  Hear You Knockin’” o ancora “They Call Me Lazy” e “Patrol Blues”. Pur memore dello stile di Little Walter, l’uso dell’armonica è del tutto peculiare, mentre l’influenza ritmica di un altro artista molto popolare, Jimmy Reed, si fa sentire in generale sullo swamp blues, filtrato, nel caso di Lester da un amore mai sopito per la musica country.

Lazy Lester (foto Paola Cortelazzo (Chicago Blues Fest 2016)

Verso la fine degli anni Sessanta si allontana dalla musica, vive per un periodo a Chicago e poi a Pontiac, Michigan, esercita lavori diversi, dal taglialegna al camionista, suonando solo sporadicamente, bisognerà attendere la metà degli anni Ottanta per un suo vero e proprio ritorno, grazie ad un disco per la Blue Horizon, intitolato “Lazy Lester Rides Again”. Da allora riprende a girare per i festival e a incidere più o meno regolarmente, le sue capacità sono intatte, come del resto la sua bonomia. Ricordiamo con particolare piacere i due Cd usciti su Antone’s a cavallo del millennio, “All Over You” e “Blues Stop Knockin’” in cui il produttore Derek O’Brien lo circonda di un gruppo valido (tra i chitarristi c’è anche Jimmie Vaughan) e interpreta alcuni dei suoi classici con freschezza. Apparteneva alla genia di artisti di cui non esistono eredi e  ancora due anni fa a Lucerna lo ricordiamo accompagnato dai fratelli Moeller, con l’aria divertita, di qualcuno che era a suo agio ovunque, specialmente sul palco, a suonare il suo swamp blues con occasionali puntate nel country, cantò persino “Blue Eyes Crying In The Rain” di Willie Nelson. Tra l’altro due mesi dopo la sua scomparsa la sua vedova Pike ha perso la loro casa di Paradise, California a causa degli incendi che hanno martoriato la regione. A fine novembre si sono tenuti alcuni concerti col duplice fine di ricordare Lester e aiutare la vedova, con la partecipazione tra gli altri, di Rick Estrin, Mark Hummel e Rusty Zinn.

 

Matteo Bossi

Jody Williams 1935-2018

Foto di Marino Grandi

E’ scomparso il primo dicembre scorso Jody Williams, lui che era nato a Mobile, in Alabama, nel 1935, cresciuto a Chicago fin dall’età di sei anni. Attivissimo negli anni cinquanta, la sua chitarra marchia parecchie incisioni su Chess, soprattutto con l’amico Bo Diddley, Billy Boy Arnold, Otis Spann o ancora con Howlin’ Wolf. Dotato di inventiva, Jody è autore in proprio di un pugno di singoli su etichetta Argo, rieditati negli anni Settanta su Red Lightnin'(The Leading Brand) e più recentemente dalla Jasmine. Le sue idee, soprattutto alla chitarra come ci ha raccontato nell’intervista pubblicata sul n. 79 de Il Blues, erano talmente buone che vennero usurpate da altri colleghi, senza rendergli alcun credito. Celebre il caso di “Lucky Lou” e di “Billy’s Blues”, rispettivamente “ispiratrici” di “All Your Love” e “Love Is Strange”. Sconfortato Williams abbandona la musica per lavorare come perito elettronico alla Xerox. Il suo ritorno, inaspettato, avviene nel 2000, dapprima sul palco e poi in studio, dove incide due bei Cd su Evidence.  In cartellone in diversi festival europei, in Italia aveva partecipato al Castel San Pietro in Blues nel 2001 e in quell’occasione ci aveva detto: “sono tornato a suonare la mia chitarra perché era una cosa che amavo fare, non sono tornato per entrare in competizione con altri chitarristi.  La mia musica proviene da due luoghi: la mia testa e il mio cuore. Questo è Jody Williams”. Vedendolo si percepiva in effetti la soddisfazione di essere tornato a calcare un palcoscenico e a proporre la sua musica, fatta di fraseggi originali e melodia e poter godere di meritati, seppur tardivi riconoscimenti. Con lui se ne va un altro legame vivente alla Chicago degli anni d’oro.

Matteo Bossi

Eddie C. Campbell 1939-2018

Eddie C. Campbell (Milano, Teatro Ciak, 19-11-1979, foto Marino Grandi)

Se ne è andato un altro storico alfiere del Chicago blues, stile West Side,  Eddie.C. Campbell. Era nato a Duncan, Mississippi, nel 1939 ed è mancato lo scorso 20 novembre, dopo anni difficili in seguito ad un ictus che lo aveva colpito mentre era in tour in Europa nel 2013. Lo ricordiamo proprio pochi mesi prima, al festival di Lucerna nel 2012, in piena forma, con i suoi tipici fraseggi blues e funky imbastiti sulla sua vecchia fender jazzmaster, compagna di sempre, assieme ad un gruppo di veterani quale l’amico Bob Stroger e Billy Flynn. Il blues ha segnato Eddie, che imparò a suonare la chitarra grazie agli insegnamenti della sorella Elnora Jones, fin dall’infanzia influenzato soprattutto in primo luogo da Muddy Waters e in seguito, Magic Sam. Questi tra l’altro fu suo vicino di casa a Chicago da ragazzino. Per una serie di circostanze il suo vero e proprio album  d’esordio da solista si fa attendere fino al 1977, dopo un periodo nei Chicago Blues All Stars di Willie Dixon. Quando succede il risultato è a dir poco eccellente.  “King Of The Jungle” diviene subito un classico, suoni taglienti e blues ispirato,  l’album, edito dalla Mr Blues di Steve Wisner viene  poi nel 1986 ristampato dalla Rooster di Jim O’Neal, grande amico di Eddie che gli dedicò anche un brano nel suo ultimo, “Spider Eating Preacher”,  intitolato appunto “My Friend”. Tra il 1984 e il 1993 poi Campbell si trasferisce in Europa, abitando prima in Inghilterra poi in Olanda e Germania, lo si vide sovente anche in Italia (l’intervista pubblicata nel numero 21 de Il Blues), continuando ad incidere, seppur senza eguagliare il suo capolavoro.

Eddie C. Campbell (Milano, Teatro Ciak, 19-11-1979, foto Marino Grandi)

Dal suo ritorno in patria torna a rivestire un ruolo nella scena di Chicago, sebbene l’attività discografica sia tutto sommato sporadica, un buon album per Blind Pig e uno per Rooster  negli anni Novanta e infine due lavori per Delmark, prodotti da un altro amico di lunga data, Dick Shurman. Ciò che accomuna Campbell ai suoi contemporanei è, forse paradossalmente, anche ciò che li differenzia, ognuno di loro, infatti malgrado li si raggruppi a volte sotto una categoria comune, possedeva (Dawkins, Allison, Clearwater…) una personalità e un talento tale da distinguersi dagli altri. Ed è una qualità sempre più rara. Anche per questo ci mancherà molto.

 

Matteo Bossi

TONY JOE WHITE 1943 – 2018

per gentile concessione della Yep Roc Records

Arriva sempre così, come un fulmine nella notte, la scomparsa di qualcuno a cui tieni davvero, anche se gli abbiamo stretto la mano una volta sola, quasi timoroso, in un fumoso club della fredda Norvegia. Tony Joe White ci ha lasciato. E non c’è dolore più grande che ricordare il suo ultimo disco, un capolavoro, o quello dei suoi ascoltato anni fa quasi per caso. Paludi e storie fangose, lacrime dolore ed ironia. Nessuno come lui sapeva entrarti dentro, un artiglio affilato sul cuore, una risata sarcastica lanciata contro la cattiva sorte. Ci rimangono poesie e storie di emarginati ad accompagnare le nostre serate solitarie. L’unico rammarico è che non ne troveremo più di nuove. Ci toccherà consumare i vecchi dischi, cercando di nascondere una incontrollabile lacrima. Vogliamo credere che non abbia sofferto, strappato da questo mondo da un infarto, mentre affranti riascoltiamo frettolosamente sul cellulare le sue canzoni, guardando l’Oceano spumeggiante in questa notte buia e solitaria. Un lungo viaggio con la musica come compagna, il mondo di certo non cambierà senza di te Tony Joe White, ma per noi sarà davvero un poco più triste e freddo..

 

Davide Grandi

Otis Rush 1934-2018

 

Foto di Marino Grandi – Teatro Orfeo Novembre 1980

I mancini, si sa, sono dotati sovente nell’arte, nello sport o nella musica di un talento spiccato, che sfiora la genialità, accompagnato ad una certa incostanza. Rifiutano la banalità e sono in genere capaci di essere ispiratissimi e regalare capolavori o colpi memorabili, accanto a momenti di appannamento in cui sembrano estraniarsi. E’una considerazione che crediamo calzante per la carriera di Otis Rush, artista che ci ha lasciato il 29 settembre scorso, dopo che da anni le conseguenze di un ictus ne avevano compromesso purtroppo la possibilità di suonare. I suoi inizi, come noto, sono straordinari, Rush ha appena ventidue anni quando, grazie a Willie Dixon, esordisce sulla neonata Cobra di Eli Toscano con “I Can’t Quit You Baby”. L’avventura Cobra sarà di breve durata, ma avrà il tempo di incidere una serie di pezzi destinati a conquistare lo status di classico, segnando l’affermarsi di una diversa generazione di musicisti, quelli nati nel corso degli anni Trenta. Seguono infatti cose come “My Love Will Never Die”, “Groaning The Blues”, “Double Trouble”, “All Your Love”. E poi “So Many Roads, So Many Trains”, uscita per Chess e “Homework” per Duke. Tutti questi titoli li troveremo nel repertorio di Mayall, Clapton, Led Zeppelin, J.Geils Band, Fleetwood Mac, Stevie Ray Vaughan, Rolling Stones…Ma gli anni Sessanta, nonostante tutto, sono piuttosto avari di soddisfazioni e bisogna attendare la fine della decade per un vero e proprio Lp a suo nome, “Mourning In The Morning”, prodotto da due suoi ammiratori, Bloomfield e Gravenites, inciso a Muscle Shoals con tanto di fiati e, in alcuni brani, Duane Allman. Di nuovo Gravenites gli produce nel 1971 il buon “Right Place, Wrong Time”, che però non esce se non cinque anni dopo. Scottato da queste esperienze, Rush si fa imprevedibile e l’attività in studio si dirada parecchio.

Foto di Marino Grandi – Nave Blues Festival 1990

Dal vivo invece prosegue e numerose sono le testimonianze su disco delle sue prestazioni, dal Giappone (Delmark), all’Europa (Nancy, Montreux) agli Stati Uniti (San Francisco, in due differenti occasioni), con vari gradi di riuscita, a metà strada tra routine e convinzione. Ma ci sono serate di grazia in cui ritrova la verve migliore e, come certi campioni, sembra giocare in una categoria a sé stante; è il caso del live al Wise Fools Pub di Chicago pubblicato solo nel 2004 da Delmark col titolo “All Your Love I Miss Loving”. Torna in studio negli anni Novanta per un paio di solidi dischi, il secondo, “Any Place I’m Going” gli vale persino un Grammy, anche se non gli arride la medesima fortuna e il medesimo riconoscimento dal mondo del rock che ottiene a partire da quel periodo, il suo quasi coetaneo Buddy Guy. Forse sottostimato, ma benvoluto e idolatrato da colleghi e discepoli, più o meno diretti, basti ricordare le parole di Carl Weathersby nell’intervista pubblicata sul n.144 e il tributo che gli venne dedicato in occasione del Chicago Blues Festival del 2016. In una prospettiva storica la figura di Rush rappresenta un tassello imprescindibile e senza questo magnifico alfiere del West Side Blues, non ci restano che Buddy Guy e Jimmy Johnson, come testimoni ancora battaglieri di una fase irripetibile.

 

Matteo Bossi

Aretha Franklin 1942-2018

Su una figura così iconica nelle ultime settimane è stato scritto molto, da pubblicazioni di ogni lingua ed estrazione. D’altra parte quando se ne vanno artisti di questo calibro, pensiamo a B.B. King per il blues o Miles Davis per il jazz, ci si sofferma a pensare al loro enorme lascito e alla loro unicità. Già, perché la musica di Aretha Franklin è profondamente legata alla cultura tout court degli ultimi sessant’anni e il suo impatto si misura ben al di là della musica afroamericana. Tuttavia la figlia del Reverendo C.L. Franklin ha sempre avuto dentro di sè la musica della chiesa, lo ha voluto ribadire Mavis Staples in una dichiarazione di ricordo rilasciata al Los Angeles Times, “qualsiasi canzone sentissi cantare ad Aretha, ci sentivo il gospel, è una cosa che non puoi perdere, era casa sua”. Affermazione del tutto condivisibile, tanto più che viene da una collega che Aretha la conosceva sin da quando erano ragazzine. La sua biografia tocca luoghi densi di storia musicale e non. Era nata a Memphis, infatti, cresciuta a Detroit (ma non ha mai inciso per Motown), firma per la Columbia e incide in quel periodo tra New York e Los Angeles. La svolta avviene quando Jerry Wexler la mette sotto contratto per l’Atlantic. L’idea di portarla agli studi Fame di Muscle Shoals nel gennaio 1967 sembra brillante ma la session finisce male, come racconta Guralnick in “Sweet Soul Music”, con un solo brano completato, seppur formidabile, “I Never Loved A Man (The Way I Love You)”. Ma la strada è quella giusta e Aretha, come noto, non si fermerà più inanellando una serie di capolavori la cui bellezza viaggia inalterata attraverso le decadi. Merito anche di Wexler, Arif Mardin, Tom Dowd, le Sweet Inspiration, le sorelle Erma e Carolyn e di una schiera di musicisti di prim’ordine, ma soprattutto della voce e del piano di Aretha, di una personalità particolare che nemmeno i suoi biografi sono riusciti a svelare del tutto. Tra tutte le registrazioni di quel periodo magico ognuno avrà le sue preferenze, anche perché quella musica ha fatto da colonna sonora a innumerevoli momenti della vita di tanti. Aretha rendeva proprio tutto ciò che cantava, un esempio per tutti “Respect”, indice di un talento con pochi eguali e anche magari in modo meno esplicito di altri colleghi, ha avuto evidenti rimandi alle lotte per i diritti civili e sociali degli afroamericani. Tra i tanti suoi dischi ci piace ricordare due tra le testimonianze più alte della sua arte, lo stupendo “Live At Fillmore West” con l’epocale versione di “Spirit In The Dark” in duo con Ray Charles e l’album gospel “Amazing Grace” che la riporta in chiesa. Sono due dischi pubblicati all’inizio degli anni settanta, un decennio che la vedrà in maniera sempre  disinibita, affrontare situazioni funk e soul/pop anche di stampo disco music, mentre dagli anni Ottanta nuove generazioni di artisti neri e bianchi di svariate direzioni stilistiche le chiedono una presenza nei loro dischi per duetti, mentre anche per Whitney Houston o Beyonce è stata una musa ispiratrice. Il giornalista e attivista afroamericano Ta-Nehisi Coates nel suo libro autobiografico “Tra me e il mondo” ricostruisce la storia (nero) americana che include anche passaggi riguardo alla musica, dove in uno di questi dice: “(…) ed è Aretha l’ultima voce che ascoltano prima di morire”. E’ un obbligo chiudere con un ringraziamento per le emozioni che la sua voce ci ha regalato e quelle che ci regalerà ancora. Il suo funerale si è tenuto nella Chiesa Pentecostale Greater Grace Temple di Detroit, la stessa dove si tennero le esequie di Rosa Parks.

 

                                                                                                       Matteo Bossi    Silvano Brambilla

 

 

Matt Murphy 1929-2018

Foto di Renato Tonelli ©

Resterà impresso nei ricordi anche del pubblico generalista in virtù del suo ruolo in “The Blues Brothers”, ma sarebbe riduttivo identificare un musicista della classe di Murphy solamente con quella fase, pur importante e riconoscibilissima della sua carriera. A suo modo Murphy compie un tragitto simile ad altri suoi contemporanei, dal natio Mississippi, si sposta prima a Memphis, dove nemmeno ventenne viene arruolato da Howlin’ Wolf poi a Chicago dove si ritaglia un ruolo come sessionman. Il suo lavoro è di grande qualità e il suo apporto ad esempio ai dischi di Memphis Slim d’inizio anni Cinquanta è indice di un chitarrista creativo e fluido, si ascoltino gli splendidi solchi incisi per l’etichetta United, riediti dalla Delmark come “Memphis Slim U.S.A.” e “The Come Back”.  In quegli anni registra pochissimo a suo nome, ma se si va scorrere i sessionmen della Chess, il nome di Murphy è ricorrente, accanto a Chuck Berry, Etta James, Koko Taylor.

Foto di Marino Grandi

Le sua apparizione all’American Folk Blues Festival del 1963 non passa inosservata e lascia anche un ricordo discografico, un album edito dalla Storyville di cui è titolare Sonny Boy Williamson. Anche nei Settanta la sua attività prosegue è nella band di James Cotton per i dischi su Buddah. E’ persino strano che abbia dovuto attendere il 1990 quando la Antone’s gli produce il primo vero e proprio disco solista, “Way Down South”, dove ritrova il fratello Floyd, anche lui chitarrista e vecchi amici come Mel Brown e Tony Coleman. E’ un disco a sua immagine, ben suonato, piacevole, mai eccessivo. Ad esso seguiranno due produzioni degli anni Novanta su etichetta Roesch e diversi concerti in America e in Europa. Problemi di salute ne avevano rallentato l’attività dal vivo, anche se negli  ultimi anni si ricordano apparizioni al Festival di Chicago o al Crossroads organizzato da Clapton nel 2013. Murphy apparteneva alla categoria ristretta del “musician’s musicians”, coloro cioè che malgrado una carriera solista d’impatto relativo, hanno fatto scuola e possiedono una loro ineguagliata unicità. Ci mancherà.

 

 

Matteo Bossi

Clarence Fountain 1929-2018

Foto di Marino Grandi

“Non sono venuto qui in cerca di Gesù, l’ho portato con me”, così esordisce Clarence Fountain in uno dei live più belli dei Blind Boys of Alabama, “I Brought Him With Me” (House Of Blues, 1995). Lui del gruppo è stato leader e fondatore, attraversando le decadi, cominciando a cantare da ragazzino al Talladega Institute for the Negro Deaf and Blind, quando mette  insieme un gruppo gospel chiamato Happy Land Jubilee Singers. Qualche anno dopo diventano Blind Boys of Alabama e il loro primo disco risale al 1948, quando per la Coleman incidono “I Can See Everybody’s Mother But Mine”, che da il la ad una serie di lavori per etichette quali Vee-Jay e Specialty poi. La fama di Fountain e dei Blind Boys cresce e le loro performance trascinanti, sovente sfidando i Five Blind Boys of Mississippi a colpi di estatico hard gospel. Fountain e soci restano fedeli ad esso e non si lasciano tentare dalle numerose offerte di incidere musica secolare, sulle orme di Sam Cooke. Fountain però lascia il gruppo negli anni Settanta per una carriera solista tornando all’ovile negli Ottanta, rilanciando l’attività del gruppo. Dapprima con l’acclamata partecipazione al musical Gospel At Colonus, tratto dall’Edipo a Colono di Sofocle, rappresentato anche a Brodway, nel cast c’era Morgan Freeman. Fountain e gli altri due membri storici, George Scott e Jimmy Carter, traghettano il gruppo verso nuove frontiere, un album prodotto da Booker T, un paio per la House of Blues e poi il fortunato approdo alla Real World di Peter Gabriel, col magnifico “Spirit Of The Century” (vincitore del Grammy). Da lì è un susseguirsi di concerti in giro per il mondo e di collaborazioni con un numero quasi incalcolabile di artisti (la più celebre forse quella con Ben Harper), su disco o su un palco. La voce di Fountain profonda e versatile, capace di passare dalla gravità ad un lancinante urlo in falsetto conserva negli anni la capacità di trafiggere gli ascoltatori, come ricorderà chi li ha visti in concerto, anche nel nostro paese. Da una decina d’anni problemi di salute gli avevano impedito di andare in tour e i Blind Boys, già privi di Scott, scomparso nel 2006, hanno continuato guidati da Jimmy Carter. Clarence ha attraversato oltre settant’anni di musica e restava, forse, l’ultimo dei grandi solisti ancora legati al periodo d’oro di questa musica. “Volevo cantare gospel e volevo cantare per il Signore” disse una volta Fountain. Ed è esattamente quello che ha fatto.

Matteo Bossi

Eddy Clearwater 1935-2018

Foto di Matteo Bossi

Festival di Cognac, estate 2005, è pomeriggio esul palco principale Eddy Clearwater sta facendo il soundcheck, accompagnato dai Los Straitjackets, gruppo surf mascherato da wrestlers con il quale aveva inciso “Rock’n’ Roll City”. Le prove si trasformano in un mini concerto a beneficio dei pochi appassionati presenti, con Clearwater che si diverte da matti a suonare. Questo aneddoto rispecchia, crediamo, un musicista generoso al quale si applica la duplice accezione inglese (o francese) del verbo che designa il suonare, vale a dire giocare. Perché “The Chief” vedendolo su un palco sembrava sempre il primo a divertirsi, vuoi per i suoi famosi copricapo pennuti, che indossava sempre, almeno all’inizio dei concerti, vuoi per i passi di danza e la spiccata attitudine autoironica. Musicista di gran talento e dall’ indole eclettica, era appassionato di country e soprattutto di rock’n’roll, tanto che a lungo venne, a torto, ritenuto solo un imitatore di Chuck Berry. Cominciò negli anni Cinquanta a Chicago, dapprima con lo pseudonimo Guitar Eddy, poi Jump Jackson batterista e manager gli coniò il soprannome Clear Waters, sulla scia di Muddy e da lì a Clearwater il passo è breve. Qualche singolo, molti concerti e finalmente a metà anni Settanta un LP per MCM, una  session prodotta da Ralph Bass poi rieditata su Delmark, “Boogie My Blues Away”, con alcuni splendidi brani di marca West Side, folgoranti blues in minore quali “Came Up The Hard Way” uno dei suoi classici, ripreso anche in dischi successivi e “Mayor Daley’s Blues”. Poi il suo primo vero e proprio album in studio “The Chief”, grazie alla Rooster di Jim O’Neal e con un gruppo comprendente, tra gli altri, il cugino Carey Bell (il vero cognome di entrambi era Harrington) e il figlio Lurrie.

Foto di Matteo Bossi

Da lì in avanti incide regolarmente, ancora per Rooster, poi per Blind Pig e Bullseye, in una serie di dischi curati che ne confermano il talento tra blues in minore e spruzzate di rock’n’roll. L’ultimo album da studio resta “West Side Strut”,  uscito per Alligator nel 2008, altro titolo che racchiude il personaggio, dove troviamo una nuova versione di “Came Up The Hard Way”. Ad esso aveva fatto seguito un live autoprodotto e  Clearwater, per alcuni anni anche titolare di un locale, il Reservation Blues, continuava ad esibirsi regolarmente. Il suo posto nella storia di questa musica è fuori discussione, noi ci sentiamo un po’ più soli, perché quando se ne vanno artisti di questa statura diventa evidente che personalità così sono destinate a restare prive di eredi credibili.

 

Matteo Bossi