Il Blues e Solidarietà Digitale

In questo periodo di riposo forzato, anche Il Blues come trimestrale di cultura musicale, vuole fare la sua piccola parte, ed offre gratuitamente, fino a giugno 2020, la lettura delle annate 2017 More »

Il Blues n.150 Marzo 2020

          In questo numero: Magic Slim Shemekia Copeland Paolo Bonfanti Jack Kerouac Little Lee Guido Toffoletti Black & Whites Recensioni Italiane ed Estere .. e tanto altro!! Per More »

Il Blues n.149 Dicembre 2019

          In questo: The Como Mamas Janiva Magness Dr. Ross Fleetwood Mac Joanna Connor Sugar Harp Zig Zag Recensioni Italiane ed Estere .. e tanto altro!! Per abbonarvi: http://www.ilblues.org/abbonati/ More »

Lucerne Blues Festival 2019

Venticinque edizioni non sono certo poche per qualsiasi manifestazione, musicale o meno, rappresentano un bel traguardo. Ad esso ci si può arrivare in condizioni differenti per mille ragioni, con il rischio talvolta, More »

Francesco Piu Crossing Spazio Teatro 89 Milano

Quando parlai a Marino Grandi, direttore della nostra testata, della personale idea di scrivere qualcosa su Robert Johnson, mi suggerì tutte le cautele del caso, come chi mai dovesse operare su una More »

Blues Made In Italy – Decima Edizione

Lo scorso 12 Ottobre all’Area Exp di Cerea (VR) sono confluiti migliaia di appassionati di Blues accorsi da ogni angolo d’Italia (ma non solo!) per festeggiare i 10 anni del Blues Made More »

NORTH MISSISSIPPI ALLSTARS – Spazio Teatro 89

Serata da non mancare quella del 17 segnava infatti il ritorno, dopo otto anni di assenza dal capoluogo lombardo, dei North Mississippi Allstars, allora suonarono in duo al Blue Note, questa volta More »

Category Archives: Lutti

Bill Withers 1938-2020

Ha fatto tutto a modo suo William Harrison Withers, a tutti noto come Bill. Già perché chi altro può dire di aver pubblicato il primo disco a trentatre anni ed aver smesso a quarantasette? Nel mezzo però ha composto e interpretato una serie di canzoni entrate a far parte delle vite di un numero incalcolabile di persone. Nato in una cittadina del West Virginia, Slab Fork, diciottenne si arruolò in marina e vi rimase nove anni. Poi si trasferì a Los Angeles, lavorando nel settore della manutenzione degli aerei, con l’idea di provarci con la musica. L’esordio avviene con “Just As I Am” nel 1971 su etichetta Sussex, con la produzione di Booker T. Jones e un paio di brani destinati a diventare dei classici ripresi mille volte, “Ain’t No Sunshine” e “Grandma’s Hands”. La scrittura di Withers è semplice, ed empatica, proprio per questo suona vera e universale. Quando gli è stato chiesto come lo spiega, ad esempio nello speciale Great Songwriters, passato sovente su Rai 5, lui ha risposto che c’è un pizzico di magia, non tutto è razionale ironizzava, “se ci pensate non ci sono tante grandi canzoni scritte da diplomati alla Juilliard”. L’understatement è un altro tratto del suo carattere, lui che tuttavia, sfidando le imposizioni delle case discografiche e le categorizzazioni, seppe ritagliarsi un ruolo di cantautore con elementi folk, rhythm and blues, soul. Raccontava le relazioni umane come pochi, pensiamo a  “Lean On Me” o “Who Is He (And What Is He To You)?” entrambe sullo splendido secondo disco, “Still Bill”, ma anche il dramma dei reduci dal Vietnam, “I Can’t Write Left Handed”. Altri dischi si susseguono a ritmo regolare, tra cui il magnifico “Live At Carnegie Hall” e se forse nessuno raggiunge le vette dei primi due, le belle canzoni non mancano di certo, pensiamo a “The Same Love That Made Me Laugh” o l’arcinota “Lovely Day”. Si ritira per dedicarsi alla famiglia nel 1985, un po’ disilluso dal music business,  concedendosi qualche apparizione sporadica ma nessun nuovo disco. Lo troviamo nel documentario a lui dedicato nel 2009, “Still Bill” o per la cerimonia di induzione nella Hall of Fame nel 2015, dove tenne un discorso pieno di simpatia e modestia. Le sue canzoni sono entrate a far parte del repertorio di artisti delle più diverse estrazioni e generazioni,  in qualche modo trovavano ogni volta la lor veste che fosse in chiave blues, jazz, soul, pensiamo ancora al recente tributo resogli dal cantante Jose James, con un intero CD di suoi pezzi. La terra gli sia lieve, come era solito scrivere un altro grande cantore del lato umano, seppur in ambito del tutto diverso, che ci ha lasciato di recente, Gianni Mura. Un pensiero ed un ringraziamento ad  entrambi.

Matteo Bossi

Please follow and like us:

Larry “The Mole” Taylor 1942 – 2019

Milano, 07-10-1987, foto Marino Grandi

«Gusto inconfondibile nella scelta delle note» (“Il Blues” n.78, pag.36). Così ce lo fece conoscere più da vicino, nel marzo 2002, il bassista Lillo Rogati, ovvero uno dei più distinti bassisti italiani avente già alle spalle la conoscenza di quanto di meglio fosse stato possibile nel mondo del blues e non solo. Orbene Larry, nativo di New York, entrò in contatto con i nascenti Canned Heat che gli affibbiarono il soprannome di “The Mole” (ovvero Talpa) perché pensavano che la divisione dei suoi denti lo facesse assomigliare ad una talpa, ma che nel contempo gli fecero vivere le emozioni legate a due festival (storici per i tempi in cui vissero) come “Monterey Pop Festival” (16-18 giugno 1967) e “Woodstock Festival” (15-17 agosto 1969). Purtroppo le difficoltà di Larry (preciso ed umano) di convivere con il chitarrista Henry Vestine (la cui genialità veniva cancellata dagli eccessi di droga), lo spinse ad abbandonare la band in occasione della collaborazione con John Lee Hooker (“Hooker ‘N Heat”), con cui ritornerà dopo 17 anni. D’altronde il giudizio che lo portò a considerarlo come il miglior bassista del tempo, riconoscimento che fu impossibile ignorare data la sua presenza con Tom Waits, John Mayall (qui con Harvey Mandel), Albert King, Solomone Burke, Buddy Guy, Wanda Jackson, Tracy Chapman, Kim Wilson, Charlie Musselwhite, J. J. Cale, Ry Cooder, John Lee Hooker. Dopo un periodo alternato, si riunirà di nuovo con gli eterni Canned Heat, che però nel frattempo era diventato un gruppo che viveva legato ai membri più diversi, dalla cui varietà spuntò la versione del 1987, un quartetto che si avvalse di un trio formato da Fito de la Parra, Henry Vestine e Larry Taylor, la cui tappa a Milano, a cui assistemmo nel 1987, si rivelò la classica rilettura finalmente avvolta dallo spirito di un tempo. Se l’amico-nemico Vestine scomparirà il 20 ottobre 1997 a Parigi, Larry Taylor si è spento a Lake Balboa il 19 settembre 2019. Con ciò, oltre a voler chiedere scusa per esserci dimenticati, lo vogliamo ricordare solo con “Time Was” un blues con cui lui e Henry ci hanno salutato facendoci capire che si può vivere insieme.

 

Marino Grandi

Please follow and like us:

Little Charlie Baty 1953-2020

Little Charlie Baty foto Gianfranco Skala

Malgrado fosse uno dei chitarristi più stimati e riconoscibili sulla scena, il primo strumento di Charlie Baty fu l’armonica. Nato nel 1953 in Alabama, la sua famiglia si trasferì in California a Sacramento, all’inizio degli anni Sessanta. Studi universitari di matematica e una passione per la musica a tutto tondo caratterizzano la sua giovinezza. L’incontro con Rick Estrin a metà anni Settanta, un altro armonicista di talento, lo porta alla decisione di dedicarsi alla chitarra, i due fondano una nuova band, Litte Charlie & The Nightcats e cominciano a farsi conoscere sulla West Coast.  Hanno occasione di suonare al San Francisco Blues Festival ingaggiati dal patron Tom Mazzolini. Ci mettono un po’ di tempo a trovare uno sbocco a livello discografico, anche se la loro reputazione cresce, non solamente a livello regionale. Un loro demo finisce alle orecchie di Bruce Iglauer che li mette sotto contratto e nel 1987 la sua Alligator pubblica “All The Way Crazy”, primo di nove album (tra studio e palco) fino al 2005.  Il loro è un blues vivace e divertente, ibridato con rhythm and blues, rock’n’roll, jump e swing, con un denominatore comune costituito dall’ironia insita nelle composizioni di Estrin e nell’estetica del gruppo autoderisoria, evidente dalle copertine dei loro dischi, pensiamo a “Big Break” in divise da galeotti.

Please follow and like us:

Henry Gray 1925-2020

 

Henry Gray Lucerna Blues Festival 2011 foto Matteo Bossi

Le notizie degli ultimi mesi che il suo amico Bob Corritore aveva trasmesso non erano incoraggianti sulla sua salute e purtroppo lo scorso 17 febbraio, all’augusta età di novantacinque anni, ci ha lasciato anche Henry Gray. Con lui se ne va probabilmente l’ultimo esponente di una era irripetibile di Chicago Blues e insieme una colonna dello Swamp Blues. E non è una iperbole, solo una constatazione. Gray era nato a Kenner, Louisiana ma cresciuto con la famiglia ad Alsen, poco fuori Baton Rouge. Imparò da piccolo a suonare il piano e si può ben dire che non abbia più smesso. Nemmeno durante la guerra, quando venne arruolato nell’esercito. “Ci sono stato dal 1943 al 1946, ma non sono mai stato al fronte, ero nelle retrovie e facevo parte di una di quelle orchestre che suonano per le truppe”, raccontò a Marino Grandi e Luca Lupoli nell’intervista pubblicata sul n. 82 de Il Blues. Rientrato in patria, non ci mette molto per decidere di trasferirsi a Chicago, dover rimarrà fino alla fine degli anni Sessanta. E’ una fase feconda, il piano è ancora un elemento chiave, pensiamo a gente come Sunnyland Slim, Willie Mabon, Eddie Boyd, Roosevelt Sykes, Big Maceo, quest’ultimo divenne una sorta di mentore per Gray. Oltre naturalmente ad artisti più o meno della sua generazione come Johnny Jones e Otis Spann. Il lavoro non manca, né dal vivo né tantomeno in studio dove i suoi servigi sono richiestissimi. Basti pensare ad una breve lista di musicisti con cui registrò: Jimmy Rogers, Little Walter, Billy Boy Arnold, Morris Pejoe, Jimmy Reed, Bo Diddley…Incise anche alcune canzoni a suo nome per la Chess, rimaste inedite per decenni purtroppo. Ma è con Howlin’ Wolf il suo ingaggio regolare e per circa quattordici anni e il suo contribuito nel gruppo è tutt’altro che secondario.

Please follow and like us:

Wee Willie Walker 1941-2019

foto Gianfranco Skala

“Il music  business è pieno di ingiustizie e storie di grandi talenti che non hanno raggiunto il successo. Quando ho incontrato qualche anno fa Willie Walker ho capito che era uno dei casi più emblematici di storie del genere”. Così scriveva Rick Estrin nella note di copertina di “If Nothing Ever Changes” album che dopo quelli incisi con i Butanes nella sua città di residenza, Minneapolis, lo aveva definitivamente rilanciato come una delle grandi voci di soul classico ancora sulla scena. Ad esso aveva fatto seguito una collaborazione, su disco come sul palco, con la Anthony Paule Band, sfociata in un album in studio, “After A While” e uno dal vivo registrato al festival di Notodden. Negli ultimi anni era divenuto anche uno dei beniamini del pubblico di Porretta, essendo ormai quasi una presenza fissa nelle ultime edizioni. Nell’intervista che ci aveva concesso, pubblicata sul numero 147 de Il Blues, aveva ripercorso la sua carriera, cominciata negli anni Sessanta alla Goldwax e proseguita con alti e bassi fino ad oggi. Concludeva con parole rivolte al presente e al futuro, “Al momento nella mia vita gira tutto a meraviglia e fortunatamente le cose non sembrano affatto destinate a rallentare. Va bene il passato ma le cose migliori nella mia vita e nella mia carriera, stanno succedendo ora.” E di certo nulla faceva pensare che la fine sarebbe giunta così, visto che proprio con Paule aveva appena concluso le sessioni per un nuovo album ad Oakland, California, prima di rientrare in Minnesota, pronto a ripartire per il prossimo ingaggio in Cile. Ci mancherà, per l’unicità della sua voce, la capacità di interpretare e rendere personale materiale diverso,  (ricordiamo la sua versione deep soul della beatlesiana “Help”) e la gioia di stare sul palco.

Matteo Bossi

Please follow and like us:

Addio a “Mister Gip”, il grande bluesman dell’Alabama

Henry “Gip” Gipson (chiamato amorevolmente Mister Gip), bluesman  e proprietario di uno degli ultimi juke joint d’America, il Gip’s Place, è morto l’otto di ottobre 2019 a Bessemer, cittadina alle porte di Birmingham, Alabama. Aveva novantanove anni e dallo scorso maggio era ricoverato in una clinica. Sabato scorso al Gip’s Place i bluesmen locali hanno organizzato una serata di musica per commemorare la vita di quest’uomo eccezionale. «Mi mancherà come artista e come uomo», ha commentato Jock Webb, bluesman molto vicino a Mister Gip e alla sua famiglia. «Oltre al blues, Mister Gip amava scherzare, ridere, parlare di temi spirituali. Era un uomo unico, uno come pochi.»  Sarà poi proprio che Webb suonerà l’armonica al funerale di Mister Gip la cui data però non è ancora stata stabilita.

Please follow and like us:

David Kimbrough Jr 1965 -2019

Foto di Philippe Pretet

Figlio d’arte, chitarrista e cantante di talento, dalle vicissitudini complesse, David Kimbrough Jr se ne è andato a causa di una malattia lo scorso 4 luglio. Pubblicammo una intervista con lui nel nostro n. 96, realizzata da Gianluca Diana, in cui Kimbrough raccontava il proprio passato burrascoso, e il tentativo di lasciarselo alle spalle. Le sue frequentazioni con droghe e gang gli causarono più di un soggiorno nel carcere di Parchman e anche fuori di lì la vita non è stata facile. Eppure il segno tracciato su di lui dalla musica del padre è stato profondo e le capacità non gli mancavano di certo,  d’altra parte raccontava “avevo sei anni quando mio padre mi regalò una chitarra acustica. Qualche giorno dopo mi portò per la prima volta al juke joint”. Nel 1994 uscì il suo debutto su Fat Possum, “I Got The Dog In Me”, a nome David Malone & The Sugar Bears (il cognome della madre, Magnolia Malone), non dimentichiamo infatti che all’epoca l’etichetta di Oxford oltre a documentare Burnside, Kimbrough o CeDell Davis, aveva dato una possibilità anche a giovani come David o Little Dave Thompson, anche lui sfortunatamente scomparso in un incidente stradale nel 2010. Proprio Thompson, DuWayne Burnside e il fratello Kinney Kimbrough supportano David sul disco, dando vita ad un blues che parte dalla lezione del genitore incamerando i suoi tormenti interiori. Il seguito si farà attendere dodici anni, dopo un altro periodo in prigione, “Shell Shocked”. E’ un disco ancora molto personale e autobiografico, “come fosse una rinascita per me”, lo definì, pezzi scuri e  come “I Dreamed Pop Gigged With Us” o “Shell Shocked”, in cui David combina le sonorità soul a lui care, gli piacevano per esempio gli Isley Brohters o Prince, con il blues di trance primordiale paterno, amplificato dalla durata generosa di alcuni pezzi. Resterà  purtroppo l’ultima sua prova discografica in studio, ci piace ricordarlo infatti anche per la sua partecipazione al “Live From The Hut” (Il Blues n.138), raduno di famiglia dei Kimbrough / Burnside in cui le riletture di David di “Meet Me In The City” e “Don’t Leave Me” si sedimentano a lungo tra gli episodi più densi e riusciti del recente Hill Country Blues.

Matteo Bossi

Please follow and like us:

Paul “Lil’ Buck” Sinegal 1944-2019

 

Lucerna Blues Festival 2015 – Foto di Marino Grandi

Per ricordare Sinegal, scomparso lo scorso 10 giugno, vi riproponiamo di seguito l’intervista apparsa in origine nel numero 83 de Il Blues. Classico musicista la cui bravura andava di pari passo con l’umiltà, impedendogli forse di raccogliere maggiori consensi come solista. Ma a lui andava bene così e riusciva sempre ad essere un valore aggiunto per l’artista che stava accompagnando, fosse un gigante come Chenier ai suoi tempi o più recentemente figure come i suoi amici Henry Gray e Major Handy. Protagonista  di tante session con i più bei nomi della musica di Louisiana e dintorni, il suo nome figura anche sul celebre “Graceland” di Paul Simon, ai tempi  in cui faceva parte della band di Rockin’ Dopsie. So Long, Lil’ Buck.

Please follow and like us:

Spencer Bohren, addio ad un gentiluomo della musica americana

La notizia era nell’aria, ce lo stavamo aspettando un po’ tutti ed erano terminate le speranze. A pochi giorni di distanza New Orleans perde due tra i suoi personaggi più importanti, musicalmente parlando. Dopo Dr. John, infatti, abbiamo appena ricevuto la notizia della scomparsa di Spencer Bohren, un vero gentiluomo nonché persona di grande cuore. È una notizia che ci rattrista particolarmente perché Spencer era un amico, da quell’ormai lontano 2007 quando lo abbiamo incontrato sui palchi del Rootsway e dell’Ameno Blues, i due festival italiani che lo hanno coccolato e fatto conoscere al pubblico di casa nostra. Gli avevamo dedicato una copertina (“Il Blues” n. 124) nel 2013 assieme a Jimmy “Duck” Holmes a ricordo di una indimenticabile serata in terra emiliana. Spencer era innamorato dell’Italia, dell’arte, della nostra cucina ed era una di quelle persone col quale ti potevi perdere in chiacchiere e lui ti faceva la storia della musica americana, della quale era un profondo studioso. Nato nel Wyoming nel 1950 aveva girato gli States per poi accasarsi in Louisiana, dove era diventato un punto di riferimento per tantissimi amanti della buona musica. Veniva spesso in Europa, particolarmente apprezzato proprio per le sue doti sia artistiche che umane. Un grande amante del blues, che sapeva trasmetterlo con classe e assoluto rispetto, deliziando il pubblico sia con la sua vecchia Gibson acustica che con la lap steel di cui era un maestro indiscusso. Lascia un grande vuoto e come rivista siamo vicini alla moglie Marilyn che lo accompagnava sempre nei suoi viaggi in Italia e con la quale abbiamo trascorso bellissimi momenti. Ma sappiamo che avrà un posto di assoluto rispetto tra i buoni in paradiso.

 

Antonio Boschi

Please follow and like us:

Dr John 1941-2019

Foto di Bruce Weber

Iconico. Parola forse associata a tanti musicisti e non sempre in modo appropriato, ma nel caso di Malcolm John Rebennack Jr alias Dr John, quantomai pertinente. Già, perché Mac, così lo chiamavano tutti, è inscindibile da New Orleans, dalla sua musica e dalla sua cultura tout court. Figlio di un negoziante e riparatore audio, sin dall’adolescenza lo si ritrova in decine di produzioni, soprattutto alla chitarra suo strumento prima del famoso episodio in cui perse la funzionalità di un dito in una sparatoria e cominciò a fare del piano il suo strumento principale. Riusciva a tenere insieme musiche diverse, rhythm and blues, jazz, country, cajun, rock’n’roll, blues…trasfondendovi dentro il plasma di New Orleans. Parlava, suonava, cantava in un modo tutto suo, in qualsiasi contesto lo si mettesse, trovava un modo lasciare la sua zampata, chiunque abbia lavorato con lui ha molti aneddoti che lo riguardano. Ma al di là dell’aspetto pittoresco e teatrale, il voodoo e tutta la sua mitologia, Mac era un musicista geniale e moltissime registrazioni lo testimoniano. Basti riascoltare quel fantastico calderone sonoro visionario e folle uscito nel 1968, e invecchiato benissimo, con cose come “Walk On Guilded Splinters”, divenuta un classico (ricordiamo ancora la versione della Tedeschi Trucks Band a Milano). Così come “Gumbo”, un tributo splendido alla tradizione o “In The Right Place”, inciso con The Meters, che conteneva tra l’altro l’unico suo successo di classifica, “Right Place, Wrong Time” e un altro dei suoi brani più celebri, “Such A Night”. Il disco successivo, “Desitively Bonnaroo”, un altro tassello finirà persino per ispirare il nome di un festival americano, Bonnaroo appunto. Le poliritmie dei caraibi, il ritmo delle second line, la musica dei Mardi Gras Indians, i pinoforti scassati e scordati delle taverne, gli scarti improvvisi, fuori dai sentieri previsti, lasciandosi guidare dall’istinto, sono alcuni degli ingredienti immancabili destinati a confluire nella sua musica. Tra i suoi tanti dischi ricordiamo almeno quelli in cui la Crescent City assurgeva a fulcro assoluto del progetto, come “Going Back To New Orleeans” negli anni Novanta oppure “City That Care Forgot”, arrabbiata denuncia del fallimento politico, a tutti i livelli, nella gestione di Katrina.  Come logico, ogni appassionato ha probabilmente le sue registrazioni preferite. Con lui se ne va forse l’ultimo appartenente ad  una genia di pianisti senza pari, da Professor Longhair a James Booker, passando per Huey “Piano” Smith, Fats Domino, Allen Toussaint, Tuts Washington e Henry Butler. L’ultimo suo disco in studio, “Ske-Dat-De-Dat”, risale al 2014 e lo vedeva alle prese con un omaggio ad un altro illustre figlio di New Orleans, Louis Armstrong, circondato da una schiara di amici, quasi a chiudere un cerchio iniziato si può dire dall’infanzia, quando il padre gli fece scoprire quella musica. Una second line in suo onore è stata organizzata il 7 giugno a New Orleans dall’amico e collega Kermit Ruffins a partire dal suo locale, Mother in Law Lounge, cui hanno partecipato migliaia di persone. Ovunque sia ora Dr John, quel luogo sarà divenuto per forza di cose, più “fonky”. Roll On, Dr John.

 

Matteo Bossi

Please follow and like us: