Tedeschi Trucks Band -Teatro degli Arcimboldi

Il tour europeo della Tedeschi Trucks li ha portati a suonare, anche in Italia, nella dimensione prediletta, quella dei teatri, ragione in più per rendere imperdibile la data del 17 aprile al More »

Larkin-Poe_live-ST89_foto-Francesca-Castiglioni-©

LARKIN POE – Spazio Teatro 89, Milano

Il 29 Marzo scorso allo Spazio Teatro 89 di Milano c’erano le Larkin Poe, band americana capitanata dalle sorelle Lovell. Fin dalla canzone che ha aperto il set “Summertime Sunset” si nota una More »

Trombone Shorty & Orleans Avenue – Santeria

Lo avevamo perso la scorsa estate a Fiorenzuola d’Arda, abbiamo rimediato lo scorso 27 marzo quando Troy “Trombone Shorty” Andrews con la sua formazione, Orleans Avenue, ha fatto tappa alla Santeria di More »

Il Blues n.146 Marzo 2019

        In questo numero troverete: William Ferris Dave Keyes Derek Trucks Johnny Tucker Martin Luther King Jr. Robert Kimbrough Sr. .. e tante recensioni!! Per poterlo leggere: http://www.ilbluesmagazine.it/ E non More »

INTERVISTA LARKIN POE

Incontriamo le sorelle Rebecca e Megan Lovell poco prima della loro esibizione al Druso di Bergamo, quasi intrufolandoci di nascosto nella loro privacy del backstage, in realtà accompagnate dalla road manager che More »

Lodi Blues Festival

Quest’anno il Lodi Blues Festival è tornato in scena nel suo abituale periodo dell’anno, in inverno, e nella sede storica, il Teatro alle Vigne. E’ stata dunque l’undicesima edizione della “Winter Session”, More »

Rhiannon Giddens & Francesco Turrisi – Folkclub

Un Folk Club di Torino esaurito, anche per i posti in piedi, ha sopperito al fatto che la prima volta in Italia di Rhiannon Giddens, fosse stata solo per una data, il More »

Category Archives: Articoli

I Blues per MLK JR.

Come gli artisti hanno raccontato la figura del Rev. King    di Matteo Bossi

Quale modo per ricordare Martin Luther King Jr, nell’anno in cui avrebbe compiuto novanta anni, il quindici gennaio scorso e a oltre mezzo secolo dal suo omicidio il 4 aprile 1968? Una chiave meno battuta ci è parsa quella di ripercorrere alcune canzoni che gli sono state dedicate da artisti afroamericani, giusto per dare un’idea della profondità della sua influenza nella coscienza collettiva di una comunità. Figura iconica, identificata spesso con la prima fase del movimento per i diritti civili, sin da quando si trovò a coordinare il boicottaggio degli autobus da Pastore di Montgomery, tra la fine del 1955 e il 1956. Come noto la parabola umana di King si esaurisce a Memphis, ma si menziona più raramente la fase dal 1966 al 1968, forse perché le sue posizioni si fecero più radicali e il consenso attorno alla sua figura, anche da parte dell’America bianca, si affievolì. King comprese che la sfida per i diritti civili si spostava ora sul versante dei diritti umani e sociali, poneva l’accento sulla povertà e sul militarismo, schierandosi contro l’escalation in Vietnam in un celebre discorso pronunciato alla Riverside Church di New York un anno esatto prima di morire. All’inizio del 1966 si trasferì in un’altra città cardine per Chicago, nel West Side, cominciando una campagna per desegregare il sistema degli alloggi e le fabbriche e gli esercizi discriminatori per i lavoratori. Promosse marce, sovente represse con violenza e iniziative per boicottare le attività discriminanti (operazione Breadbasket, gestita poi da Jesse Jackson) e si scontrò con una situazione forse più complessa che nel Sud. (continua a leggere nel numero 146 marzo 2019)

George Paulus

BLUES DI SERIE B? Storia quasi vera per dire di no                          di Marino Grandi

Tail Dragger e George Paulus – foto Brian Smith

Non l’abbiamo fatto apposta. A convalida di ciò, vi sarebbe sufficiente guardaste nei numeri arretrati, per rendervi conto di quante volte vi promettemmo questo titolo per la pubblicazione senza mai riuscire a dare seguito alle nostre parole. E’ non è quindi un caso che dopo la terza e ultima parte dello storico viaggio “Chicago 50 anni di dischi”, sia giunto il tempo finalmente della sua andata in stampa. Ed in effetti niente, o ben poco, può rendere simili le due situazioni. La prima rappresenta l’indispensabile sguardo sul meglio a livello discografico prodotto dalle etichette che furono le dominatrici di quegli anni, la seconda invece si muove nel sottomondo delle autoproduzioni con tutti i problemi limitanti connessi. Ma partiamo dall’inizio, ovvero dagli anni Settanta e dalla figura di George Paulus. Sappiamo che per molti di voi, e non solo, il suo nome è confinato tra gli ignoti o al massimo i dimenticati. Eravamo anche noi in quella situazione. Fu grazie a Jim O’Neal, fondatore ed allora direttore della rivista “Living Blues” nata a Chicago nel 1970, ed al suo interesse per gli LP prodotti dalla indimenticabile Albatros Records italiana, per lui introvabili e portatori delle registrazioni sul campo realizzate da Gianni Marcucci e Lucio Maniscalchi, che lo conoscemmo sia pure a livello puramente epistolare (non ne esistevano altri…). A questo punto, grazie alla sua disponibilità, diventammo degli “scambisti” ante litteram. In cambio dei vinili Albatros ricevemmo, ellepì di etichette sconosciute corredati dai nomi di musicisti che lo erano altrettanto. Ma prima di andare oltre vorremmo chiarire che la nostra scelta su Paulus non mirava assolutamente a farne l’ennesimo genio ignorato, quanto un attento osservatore della scena musicale di allora orientato però nella ricerca di artisti, il più delle volte poco noti, che lo soddisfacevano musicalmente […] [continua a leggere nel n° 145 –dicembre2018]

Tony Joe White

L’uomo delle paludi   di Matteo Bossi

Una voce scura, con gli anni sempre più ombrosa, un ritmo capace di catturare l’ascoltatore e avvolgerlo, intessuto con note sparse di una chitarra dal suono del tutto peculiare. Il radicamento reale e metaforico verso un mondo, forse, in via d’estinzione, quello del profondo Sud e degli esseri, umani, animali o vegetali, che vi abitano. Da questo deriva l’atmosfera che si viene a creare. Sono da oltre mezzo secolo, i tratti distintivi di un’artista a sé stante, Tony Joe White. Il segreto risiede nella semplicità e come in cucina, nella qualità degli ingredienti. Quel che segue è la storia di un uomo che si porta dietro, ovunque vada, un pezzetto di palude della Louisiana, il legame con la sua terra d’origine non si è mai spezzato.

Boubacar Traore

From Bamako To New Orleans di Silvano Brambilla

In “Deep Blues”, l’indispensabile libro di Robert Palmer, ora tradotto in italiano e pubblicato dalla Shake Edizioni (vedi “Il Blues” n.141), l’autore racconta in più pagine da dove tutto è iniziato, ovvero da una ex Repubblica chiamata Senegambia, nata dall’unione dei due stati, Senegal e Gambia, successivamente divenuti autonomi. Posizionata sulla costa occidentale dell’Africa e bagnata dall’oceano Atlantico, era l’approdo di predatori di risorse umane da schiavizzare nel continente americano. Si dice che circa il 25% degli schiavi fosse stato prelevato proprio dalla ex Repubblica. Uno stato confinante con l’ex Senegambia e oggi con il Senegal, è il Mali, dove con tutta probabilità gli schiavisti, con i loro rastrellamenti, sono arrivati. Non è nostra intenzione ripercorrere la storia, l’abbiamo solo accennata come spunto introduttivo perché il musicista maliano Boubacar Traoré ha registrato il nuovo disco nella cosmopolita New Orleans, dunque è come se fosse avvenuto un altro viaggio, in situazioni ovviamente ben diverse dal passato remoto, dalla zona occidentale dell’Africa agli Stati Uniti del Sud. Il primo musicista maliano diventato famoso su scala internazionale è Salif Keita, diventato un fenomeno commerciale per aver fatto sì conoscere la tradizione, ma spesso innaffiata da moderne sonorità occidentali con la complicità di produttori e discografici. I fruitori di musica europei e americani non ancora riforniti dal mercato discografico e da pubblicazioni di articoli e libri, avevano visto il cantante Keita come un artista di generica musica africana, anche se è vero che è stato eletto “Golden Voice Of Africa”, non sapendo che è un discendente del fondatore del Mali, Sundjata Keita, e non cogliendo ancora delle sfumature che lo riconducono alle proprie origini musicali. I contorni della musica del Mali […]  [continua a leggere nel n° 143 –giugno2018]

William Ferris -Voices Of Missississippi

LA STORIA DI UN UOMO E DI UNO STATO ATTRAVERSO IL SUO PERCORSO MULTICULTURALE

di Marino Grandi

Pubblicato nel 1970 a Londra dall’editore Studio Vista, “Blues From The Delta” di William Ferris (1) riuscimmo ad entrarne in possesso solo nel 1975, senza accorgerci che fosse una edizione ridotta (quella integrale fu editata nel 1978 negli Stati Uniti). Ci volle altro tempo, e tanta buona volontà, per rintracciare quegli LP, usati ed entrambi rigorosamente mono, che riportavano tra gli interpreti i nomi degli artisti citati da Ferris nel suo libro. Diremmo che fu quasi ovvio a questo punto, che la passione indotta dalla lettura del predetto volume e l’ascolto della musica contenuta negli album pubblicati originariamente in Gran Bretagna, “The Blues Are Alive And Well” (XTRA 1015) e “Blues From The Delta” (Matchbox 226), furono tali da legarci, in maniera che ormai possiamo definire indissolubile, a quella forma di blues che Robert Palmer anni dopo etichettò giustamente come Deep Blues. Da allora dovettero trascorrere 35 anni prima di conoscere personalmente Ferris, conoscenza avvenuta, ironia della sorte, a Boretto il 26 giugno 2010 sul fiume Po a bordo di un battello fluviale su cui avrebbero suonato Elmo Williams & Hezekiah Early, occasione che Ferris colse per presentare il suo nuovo libro “Give Me Poor Heart Ease” e noi per scambiare quattro chiacchiere con lui. Ecco perché dopo aver apprezzato di persona la statura umana di William (implementata dall’intervista pubblicata nel n.125), diventava inimmaginabile ignorare la pubblicazione di “Voices Of Mississippi”. Editato dalla Dust-to-Digital” (già benedetta autrice di altre produzioni sopra la media) sotto forma di cofanetto, raccoglie parte del materiale musicale ed umano raccolto da Ferris in un periodo compreso nell’arco di quasi 30 anni. Esso consta di 3 CD (2 dedicati al blues ed al gospel compresi tra il 1966 ed il 1978, ed uno dedicato alle interviste e racconti dal 1968 al 1994), 1 DVD con tracce di documentari comprese tra il 1972 ed il 1980, ed un libro di 120 pagine con scritti di Scott Barretta, David Evans e Tom Rankin.  [continua a leggere nel n° 143 – giugno 2018]

American Music Tour: impressioni di un viaggio

Il Mississippi sta al Blues come il Po sta al melodramma verdiano? Incuriosito da questa fantasiosa equazione, ma in realtà per conoscere meglio la storia musicale e la cultura del Sud degli Stati Uniti, parto con mia moglie e pochi compagni per questo viaggio on the road chiamato American Music Tour, che l’agenzia Travel-Hub ha studiato per gli appassionati del genere. Certo, il parallelo regge solo in relazione alla grande popolarità che hanno nel mondo il Blues da una parte e le opere di Giuseppe Verdi dall’altra, mentre si sa che lungo i fiumi si sono sviluppate le civiltà più importanti della storia, ma sono mondi con origini e culture diverse.

Kind of Blues – Wynton Marsalis

Tra il Jazz e il Blues di Marco Denti

L’interpretazione dei significati più profondi del blues dipende da una varietà infinita di fattori: la conoscenza delle basi musicali, l’appartenenza geografica e culturale, il carattere specifico. Come è logico e assodato, ognuno vive il blues a modo suo, solo che è meraviglioso scoprire come lo vive Wynton Marsalis. In “Come il jazz può cambiarti la vita” (Feltrinelli), un’introduzione colta, ironica e brillante all’idea in sé del jazz («E’ l’arte di negoziare le variazioni con stile»), dedica al blues una nutrita serie di puntualizzazioni che meritano sempre di essere lette e rilette. Dal suo punto di vista dei legami tra blues e jazz trascende gli aspetti musicali ed estetici, che poi sono stati riconosciuti e analizzati in dettaglio: i passaggi armonici, l’essenza del ritmo, il groove, lo swing, le primordiali radici africane e caraibiche restano sullo sfondo. Sono lì, inevitabili, connotati con il concetto stesso di America: «Il jazz ci chiama a impegnarci per la nostra identità nazionale. Dà espressione alla bellezza della democrazia e della libertà individuale e alla scelta consapevole di accogliere il carattere umano di tutti. E’ esattamente quello che la democrazia americana dovrebbe essere».  Il condizionale è lo swing, quel tratto variabile che rende unico e inimitabile il flusso che va dal blues al rock’n’roll e ai suoi derivati. Per Wynton Marsalis, a cui va riconosciuto anche il coraggio di divagare con una certa arguzia, rappresenta qualcosa di più: «La nostra attuale mancanza di rispetto per lo swing può essere paragonata allo stato attuale della nostra democrazia. Si richiede equilibrio per reggere qualcosa di tanto delicato come una democrazia.  [continua a leggere nel n° 142 – marzo 2018]

Jimmy Reed

Un ritorno trent’anni dopo  di Carlo Gerelli

Lo diciamo subito: questo è un box essenziale per rendersi conto di chi era Jimmy Reed e di quanto importante e anche variegata sia stata la sua musica, ancorché sotto l’apparenza di uniformità e monotonia che lo ha spesso caratterizzato agli occhi dei più. In definitiva un box imperdibile per chi ama il blues degli anni ‘50, e molto istruttivo per tutti gli altri. Nonostante non fosse un virtuoso come Little Walter né un grande showman come Muddy Waters o Howlin’ Wolf, ai tempi i dischi di Jimmy Reed vendettero tantissimo, forse proprio perché l’apparente semplicità dei suoi schemi risultava facilmente memorizzabile, ti entrava in testa insomma, e in secondo luogo perché i suoi pezzi erano, o almeno sembravano facili da rifare quindi diventavano immediatamente popolari anche presso gli altri musicisti. Quando poi nei primi anni ‘60 esplose il Blues Revival in Inghilterra, tutti ma proprio tutti i principali attori della scena inglese (per esempio Keith Richards e Brian Jones degli Stones) non esitavano a riconoscere in Jimmy uno dei loro modelli, proprio grazie al fatto che i suoi pezzi rappresentavano una sorta di introduzione, di manuale del blues, e spesso anche il canale che poi li aveva portati alla conoscenza degli altri grandi. Per tutti, in primis ovviamente i musicisti blues, ma anche per i frequentatori di altri generi dal jazz al rock al pop al r&b, la musica di Jimmy Reed, nella sua semplicità e immediatezza è sempre stata come uno sfondo da usare per disegnare un repertorio, e anche un serbatoio da cui attingere. Qualche nome? Elvis Presley, Hank Williams, Van Morrison, Neil Young, Etta James (“Baby What You Want Me To Do”), Wynton Marsalis con Willie Nelson, Rod Stewart, gli stessi Rolling Stones (“Bright Lights, Big City”). [continua a leggere nel n° 142 – marzo 2018]

Alabama – Oggi o quasi

Ovvero Blues e Dintorni (prima parte)   di Marino Grandi

Idee. Sono bellissime quando nascono. Peccato che, in quei momenti, non ci rendiamo conto delle difficoltà che si nascondono per realizzarle. Ed è proprio in uno stato simile al limbo, quello in cui ci ritrovammo quando si trattò di trasferire la nostra sulla carta. Nata sul suggerimento a bassa voce introdotto dapprima da due precedenti incursioni (numeri 114 e 126), finì per subire l’innesco definitivo dopo il riascolto del CD antologico “Blues From The Heart Of Dixie-A Collection Of Contemporary Blues Songs of Alabama Vol.1” pubblicato dalla Taxim Records (1) tedesca e da noi recensito nel n. 81. Ma il nostro disegno andava oltre. Infatti, volevamo dare spazio al blues targato Alabama, cercando di appellarci anche ai suoi derivati, soprattutto affidandoci a registrazioni più o meno “attuali” che lo rappresentassero sia attraverso opere discografiche soliste che compilation. A questo punto eravamo già sicuri della validità dell’idea…allorché ci imbattemmo, da perfetti ingenui appassionati idealisti imprevidenti, nella difficoltà di reperire proprio la materia prima: i dischi! Meno male che, ad uscire dal periodo di scoramento, ci pensò Francesca Mereu. Fu proprio lei, ovvero la nostra impagabile corrispondente da Birmingham, Alabama, che ovviò alle nostre necessità. E qui intendiamo dirle grazie dal profondo del cuore, perché la scelta di CD che ci fece pervenire rappresentò uno sguardo ampio e mai scontato dell’ambiente musicale del “Cotton State” (altro soprannome dell’Alabama) [continua a leggere nel n° 142-marzo 2018]

Como Mamas

Ancora Stimolazioni Sacre     di Silvano Brambilla

Chissà se le sorelle Della Daniels e Angela Taylor e la cugina Ester Mae Wilbourn, le tre cantanti che formano The Como Mamas, non avevano mai pensato che un giorno avrebbero parlato di loro anche al di fuori della loro Contea, un po’ come quei cantanti di blues e r&b che ascoltavano dalla mitica stazione radio di Memphis, la WDIA, dove nei primi anni Cinquanta Rufus Thomas e B.B. King prima di diventare famosi come cantanti e musicisti, nei panni di disk jockey facevano diventare noti gli altri. “L’autorizzazione” ad ascoltare alla radio la musica profana, era concessa alle allora giovani ragazze, solo se poi alla domenica andavano in chiesa, alla Mt. Mariah Church di Como, una cittadina nello stato del Mississippi di poco più di mille anime che conosciamo da tempo perché legata a due figure entrambe registrate per prime da Alan Lomax. Si tratta dello straordinario Fred McDowell, che ha nella sua discografia il disco “Amazing Grace” con The Hunter’s Chapel Singers Of Como, di cui faceva parte sua moglie Annie Mae, e del meno conosciuto Miles Pratcher, nonno di una delle Como Mamas, Ester Mae Wilbourn. Una comunità dunque che alla domenica si ritrovava fra le pareti in legno o muratura delle piccole chiese locali, dove un gruppo di voci gospel instaurava quegli irresistibili dialoghi domanda e risposta coinvolgendo i fedeli in una comunanza spirituale. Prima di occuparci delle Como Mamas, facciamo un passo indietro che comunque riguarda anche loro: circa dieci anni fa accadde una sorta di déjà vu che ha avuto luogo sempre nel Sud, come una volta quando, nei primi anni del secolo scorso, discografici e talent scout con azioni pubblicitarie invitavano i bluesmen a registrare in improvvisati studi. In tempi recenti lo ha fatto la rispettabile Daptone, tramite pubblicità cartacea e radiofonica, invitando cantanti e gruppi gospel alla Mt. Mariah Church di Como a presentarsi per registrare pezzi sacri. In seguito uscì il disco “Como Now – The Voices Of Panola Co. Mississippi” pubblicato nel 2008 (“Il Blues” n.105), una proposta sorprendente quanto poco commerciale. Sorprendente perché abbiamo conosciuto più cantanti femminili e maschili non professionisti che cantano solo in chiesa alla domenica e che sono ottimi portavoce delle radici gospel, quelle più autentiche, più spontanee e profonde. Poco commerciale perché non c’è nessun pezzo “tormentone” tirato fuori ogni periodo natalizio, così come non c’è nessuno strumento ad accompagnare il canto, solo una o più voci per sedici pezzi, coscienti dunque delle “difficoltà” di assimilare la proposta se non si è più che appassionati di musica sacra e profana neroamericana [continua a leggere nel n° 141 – dicembre 2017]