Prison Songbook

Marco Vignazia e i blues carcerari

di Davide Grandi

Marco Vignazia, chitarrista e musicista blues italiano, si è esibito a fianco di musicisti come Arthur Miles, Joe Galullo, Sara Piolanti, Angelo Leadbelly Rossi, Claudio Bertolin, Patrick Moschen, P.G. Petricca, Paolo Ganz e molti altri. Nel corso degli anni attraversa diverse formazioni e suona in numerosi festival  come Jerry Ricks Blues Festival, Dolomiti Blues and Soul, WordLand, Castelfranco Blues, Levico Terme Blues Festival, Sogliano Blues, Blues a Balues a Bologna, Wine & Blues Festival, Portico Hill Blues Festival, Saverio Blues Festival, Castelfranco Blues Festival e molti altri, ed è il chitarrista del progetto Prison Songbook con Sara Piolanti.

Il progetto Prison Songbook

Prison Songbook nasce da una ricerca fatta all’interno del blues carcerario. Alla fine del 2019, Marco Vignazia e Sara Piolanti già collaborano da qualche tempo grazie al direttore artistico del Naima Club Michele Minisci. Durante una serata live svoltasi a Ferrara i due si rendono conto di poter unire le forze, grazie alle loro rispettive caratteristiche musicali, per poter esprimere al meglio il loro potenziale. Ecco che l’idea di sviluppare un repertorio totalmente incentrato sul blues carcerario, coltivata da tempo, inizia a prendere forma. Attraverso una ricerca storica all’interno delle registrazioni fatte da Alan Lomax a Parchman i due analizzarono molti brani dagli anni 20 agli anni 40 e 50 e si accorsero che la tematica carceraria era presente in modo quasi costante in molti autori come se non se ne potesse fare a meno.

Fu anche lo stesso Marino Grandi ad indicare loro alcuni ascolti tra cui le registrazioni fatte da Harry Oster al carcere di Angola a fine anni 50. Una volta raccolto il materiale iniziarono ad elaborare lo spettacolo, che venne presentato per la prima volta allo String Theory Music fest nel 2020 durante i primi mesi del Covid, e poi replicato molte volte in festival, teatri e club sempre con grande interesse e partecipazione da parte del pubblico presente. Tra le esibizioni più rappresentative quella alla sede della giudecca di Emergency un mese dopo la scomparsa di Gino Strada, l’esibizione al Teatro Comunale di Pergine e infine lo spettacolo al Carcere di Ferrara che ha permesso di portare il blues e le sue storie a persone che stavano vivendo quello che ad esempio aveva raccontato quarant’anni prima un Bukka White o un Pete Williams.

Abbiamo incontrato Marco Vignazia per farci raccontare di più di questa interessante e atipica proposta musicale.

L’intervista

Perché un progetto come Prison Songbook?

Questa prima domanda potrebbe essere anche tradotta in un’altra domanda, cioè “perchè il blues?”, in verità credo che il blues carcerario esasperi i motivi che hanno permesso a questa musica di avere una forza così dirompente, una capacità di raccontare la profondità dell’animo umano che molte altre musiche non hanno. Prison Songbook nasce proprio da questa esigenza di verità. In un mondo in cui sembra contare più la calligrafia che la letteratura, indagare il motivo stesso per cui certe canzoni sembrano essere indispensabili in quanto parlano proprio a noi, alla nostra storia al nostro “qui e ora”, diventa stimolo di ricerca e approfondimento.

Prison Songbook - Carcere Ferrara foto Alessandro Ettore Corona

Prison Songbook – Carcere Ferrara – Foto Alessandro Ettore Corona

Da dove nasce la necessità di parlare del blues carcerario?

Quando la musica parla della vita, quando parla della società diventa un fatto sociale. Quindi quando guardando da vicino l’opera di Bukka White io e Sara ci rendemmo conto che rappresentava quasi un reportage poetico di una condizione diffusa, che non riguardava solo Bukka White, ma di tantissimi artisti che avevano vissuto quella condizione, iniziammo a voler cercare di capire chi erano questi artisti e quali opere avevano lasciato. Il dato reportageristico di un brano come Electric Chair di Guitar Welch, in cui racconta che quando giustiziavano in un uomo le luci delle case attorno si abbassavano a causa del calo di tensione elettrica dato dall’avvio della sedia elettrica è l’esempio più calzante di questo tipo di narrazione.

Nel blues, questi fatti fanno parte di quel cupo orizzonte fatto di razzismo e ingiustizia sociale che hanno riguardato una parte della popolazione USA. Dire che questi fatti appartengono al passato vorrebbe dire che George Floyd non è stato soffocato da un poliziotto in mezzo a una strada, ma gli esempi non mancano. Altro aspetto interessare era proprio che le canzoni di questi detenuti sono riuscite a fare cose che nemmeno si potevano immaginare. L’esempio più noto è quello della liberazione di Leadbelly grazie all’interessato dei Lomax, ma anche il caso di Pete Williams è singolare in questo senso perché potè in maniera molto più progressiva rispetto a “Pancia di piombo” rientrare nella società ed essere riconosciuto e apprezzato per il proprio talento artistico.

Marco Vignazia e Sara Piolanti, due artisti molto diversi, come siete riusciti a trovare la giusta armonia per proporre questo progetto?

L’amore per il blues è alla base di questo incontro. Sebbene Sara abbia per diverso tempo fatto parte del circuito indipendente del folk rock. Questo aspetto apparentemente antitetico al Blues in realtà dimostrava già da allora un’attenzione particolare verso tematiche sociali spesso ignorate dal sistema pop/mainsteam. In età giovanile Sara ha fatto parte della super band di Vince Vallicelli ed ha avuto modo di suonare con i migliori musicisti Blues italiani. Io invece sono sempre stato all’interno del circuito Blues italiano cercando di “imparare il mestiere ed affilare la lama’ per conoscere il più possibile questo linguaggio percorrendo in lungo e in largo le strade del blues sia acustico che elettrico, in questo devo molto ad Angelo Leadbelly Rossi, a Claudio Bertolin, a Paolo Ganz e a molti con i quali ho diviso il palco in questi anni.

Marco Vignazia e Sara Piolanti - Prison Songbook

 

Quali sono stati gli step fondamentali per costruire Prison Songbook?

Consideriamo Prison Songbook un progetto di ricerca. Il fatto di focalizzarsi su una tematica, di approfondirla, di andare a cercare nelle registrazioni sul campo fatte Lomax e Oster, di trascrivere brani che non erano mai stati trascritti di portarli fuori dall’oblio. Di cercare di capire il significato di alcune figure metaforiche (in questo ci ha aiutato il grande Fabrizio Poggi).  Tutto questo ci ha aperto un mondo. Un mondo che era sempre stato lì, ma del quale non si voleva parlare. Perché la carcerazione è una pratica ancora condivisa nella nostra società e quindi fa parte delle cose che non sono state superate. Quindi Prison è un progetto di grande attualità. La domanda che ci siamo posti è stata questa: Può l’arte trascendere la più tragica delle condizioni umane, cioè la privazione della libertà? Ecco noi crediamo che molte delle canzoni registrate da Lomax o da Oster abbiano proprio rappresentato questo aspetto meglio di altre. Hanno portato l’anima di alcune persone fuori dalle sbarre. Tornando alla ricerca ci sono stati diversi passaggi. Abbiamo interpellato alcuni esperti del settore perché ci interessava avere un maggior numero di fonti a cui attingere, anche se molto era stato scritto su questo particolare aspetto del blues una vera e propria progettualità artistica non era stata messa in campo.

Erano state fatte registrazioni in cui si facevano delle cover di alcuni brani registrati sul campo da Lomax ma non c’era una vera e propria ricerca all’interno del genere blues con una visione d’ampio respiro, esistevano gruppi che avevano dedicato dei dischi a questo repertorio ma non una vera e propria visione di taglio socio-culturale. Bisogna anche aggiungere che all’interno delle stesse registrazioni dei Lomax ad esempio, come quelle realizzate a Parchman farm la maggior parte dei brani non parlava della condizione carceraria. Era quindi significativo che si facesse musica nelle carceri e che ci fossero artisti di alto livello espressivo, ma questo non era funzionale al tipo di ricerca di Prison Songbook. Noi cercavamo proprio “il racconto in musica di quello che succedeva lì dentro”. Non è stato facile trovarlo.

Singolare a tale proposito proprio il caso di Bukka White che registrò per Lomax una interessante versione del celebre brano poor boy, nel quale inserisce delle parti di testo che raccontano proprio la condizione del carcerato (io chiamo questa versione “Poor Boy King of the road”), Bukka registrerà tantissimi brani iconici di questa esperienza, ma la maggior parte in seguito al periodo detentivo non durante. Questa era la base della ricerca dietro alla selezione dei brani di Prison Songbook. Ci rendemmo conto presto che questa chiave di lettura era limitante e allargammo leggermente il campo di visione e di ricerca. In questo passaggio furono fondamentali i suggerimenti d’ascolto di Marino Grandi (che finalmente ho l’occasione di ringraziare pubblicamente anche se purtoppo non è più tra noi), che ci segnalò le registrazioni fatte da Oster ad Angola.

La presenza di artisti come Otis Webster che cantava Penitentiary Blues o di Robert Pete Williams con il suo “Some got six month” ci riportava sui binari che volevamo percorrere. Al tempo stesso ci rendemmo conto lì dentro che c’erano artisti di cui si conosceva solo il nome o il soprannome, che avevano registrato delle cose incredibili, ma non tematicamente carcerarie e che non era giusto che venissero esclusi da questo progetto, aprimmo quindi anche a Hogman Maxey e ad Altri. Un po ‘alla volta analizzando artisti non appartenenti specificamente all’universo carcerario capimmo che questa tematica era ricorrente in molte liriche. Trovammo esempi in Scrapper Blackwell, in Furry Lewis, Blind Lemon Jafferson, Skip James, Son House e molti altri. Era strano.

Ci chiedemmo perché questo insistere su un tema così particolare. Capimmo che il racconto del blues carcerario si intrecciava in modo indistricabile con la vicenda umana e storica del popolo africano in america. In fondo la mancanza e la privazione della libertà erano da sempre una faccenda con cui questi esseri umani avevano dovuto fare i conti. Quindi la tematica carceraria non era solo un sottogenere tematico del blues, era il blues. Era probabilmente il modo più efficace e diretto di raccontare una vicenda storica e umana che aveva coinvolto diverse generazioni.

Dove avete portato il vostro progetto, che feedback avete avuto?

Prison Songbook rappresenta una proposta alternativa rispetto a quello che si vede in giro di solito. Lo dico senza tema di smentita, proprio perché invece di essere un progetto specificamente orientato al pubblico del blues è un progetto che parla a tutti e lo fa in modo chiaro e didascalico. Mi spiego meglio.  Col passare del tempo abbiamo adottato degli accorgimenti particolari, infatti proiettiamo sul background i testi in doppia lingua dei brani cantati per renderne accessibile la dimensione poetica e credetemi questa cosa ha portato a dei risultati incredibili. Abbiamo visto persone piangere nella lettura dei testi di Robert Pete Willliams o Son House, questo perché questo approccio annullava la cortina della lingua che spesso rende inaccessibile il senso di quanto si ascolta in un concerto di musica americana.

Questa premessa era d’obbligo per poter capire per quale motivo oltre ai blues festival come Castelfranco Emilia Blues Festival, o Dolomiti Blues and Soul (dal quale Prison Songbook è stato insignito del premio Bortolo De Vido), per fare un paio di esempi, Prison Songbook sia stato ospitato in contenitori culturali alti come ad esempio il Teatro Comunale di Pergine Valsugana (grazie all’interessamento di Patrick Moschen) o il teatro Verdi di Forlimpopoli, o allo String Theory Music Fest di Lendinara. La risposta del pubblico è stata sempre sorprendente anche perchè a questo approccio facilitato abbiniamo sempre una performance musicale di livello e di forte impatto. Il minimalismo della formazione a duo, voluto per rispettare il minimalismi delle registrazioni fatte nelle carceri (avremmo potuto coinvolgere piu musicisti, ma questo avrebbe voluto dire che non stavamo giocando ad armi pari con artisti che in molti casi stavano suonando con una chitarra presa in prestito da chi li stava registrando – come nel caso di harry Oster che praticamente impose  una chitarra a 12 corde a tutti i detenuti che registrò, Pete Williams compreso), non rinuncia ad un sound molto corposo ottenuto con alcuni accorgimenti tecnici come l’utilizzo di una stomp box e di un cembalino.

Altre situazioni molto emozionanti sono state l’esibizione alla sede di Emergency nella Giudecca a Venezia – è stato incredibile portare il nostro progetto in questo contenitore il mese dopo la scomparsa di Gino Strada, in una città che sembra una creazione di un visionario. Poi alla Biblioteca Bassani di Ferrara, e recentemente alla casa Circondariale Satta sempre a Ferrara. Quest’ultima occasione è stata la chiusura del cerchio. Qui abbiamo toccato con mano i motivi per cui molti artisti blues cantavano della prigionia. Non era la prima volta che venivano fatti concerti all’interno dell’istituto, ma era la prima volta in cui un progetto parlasse direttamente ai detenuti come fa Prison Songbook e la risposta è stata pazzesca con un coinvolgimento totale. Ancora adesso ogni tanto mi fermo a pensare a quanto ho vissuto tra quelle sbarre e di quanta verità ci sia in dei testi composti ormai cinquantanni fa.

Prison Songbook - Teatro di Pergine - foto Michele Fronza

Prison Songbook – Teatro di Pergine – foto Michele Fronza

Pensate che un progetto come Prison Songbook possa essere anche portato nelle scuole e ai giovani, soprattutto pensando all’età media di chi oggi ascolta blues?

Portare prison songbook nelle scuole faceva parte delle idee che abbiamo sempre coltivato. Perchè è un progetto con un apparato narrativo molto consistente ed emozionante, fatto di aneddoti e di riscatto. E come già spiegato, impostato scenograficamente per essere compreso da tutti. Aggiungo un episodio curioso che avvenne proprio alla Prima di Prison a Lendinara nel 2021, una ragazza di quindici anni dopo averci sentito ci chiese chi era Robert Pete Williams, incredibile no? La storia di questi carcerati può raccontare davvero tantissimo. Di tante cose. della storia del popolo americano, della lotta per i diritti civili, della fatica per poter vedere realizzati i diritti umani, di come l’arte può trasformare l’orrore in bellezza. Abbiamo tutti bisogno di maggiore empatia di metterci nei panni di persone che non sono nate dalla parte giusta del fiume.

Ne abbiamo bisogno per essere persone migliori e questo va insegnato a scuola. Noi d’altro canto nella nostra dimensione di artisti indipendenti, fuori agenzia, abbiamo fatto davvero alcune cose di cui andiamo fieri e una di queste è stato portare e proiettare su uno schermo di 20 metri in un Teatro Comunale le parole di bluesman che non sappiamo nemmeno quando sono morti e nemmeno dove sono stati sepolti. questo se ci pensate è davvero una cosa incredibile. Portare l’arte fuori dalle carceri , metterla in un contenitore culturale di primissimo livello e dare dignità all’opera di questi detenuti. E’ un buon servizio per il blues e per farlo conoscere, non credete?

Quali sono i progetti futuri?

Ci piacerebbe portare Prison Songbook in tutta Italia, per fare capire che il blues è ancora un linguaggio interessante che può incuriosire e coinvolgere. Ovviamente il nostro approccio si presta a realtà di tipo culturale come teatri, festival, rassegne. Non è adatto a birrerie o cose del genere, anche perché crediamo fortemente che gli artisti di cui parliamo meritino il rispetto che non hanno avuto in vita. Ci piacerebbe anche portare il nostro progetto in tutti gli istituti carcerari italiani e stiamo lavorando in questo senso dopo il concerto nel carcere di Ferrara. Stiamo anche cercando un’etichetta per il nostro disco (si dice ancora cosi?) perchè vorremmo fare conoscere sempre di più la nostra proposta. Poi ci piacerebbe collaborare con artisti che hanno dimostrato sensibilità rispetto a questi temi, ho letto il vostro ultimo articolo e mi ha entusiasmato il lavoro fatto da Bryan con Wolf insieme a Bobby Rush. Ci piacerebbe approfondire il mondo delle Work Song e farlo conoscere…insomma tante cose, e se ne realizziamo anche solo un paio possiamo dire di essere soddisfatti. Grazie a Il Blues per lo spazio che ci hai dedicato!

 

Info: https://www.marcovignaziablues.com/prison-songbook/

 

 

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