Ascoltando “Peaches!”, il nuovo album dei The Black Keys, il primo sentimento che mi assale è una grandissima nostalgia per il nostro Rootsway Festival degli anni d’oro, quando a ridosso del fiume Po portavamo – quasi sempre in esclusiva e per la prima volta in Italia – artisti che arrivavano dalle lontane colline del Mississippi.
Non a caso in questo nuovo prodotto discografico della coppia Dan Auerbach e Patrick Carney – che segue di cinque anni l’eccellente “Delta Kream” troviamo a dare un enorme supporto al duo, tre figure fondamentali dell’Hill Country Blues del Magnolia State, quali Kenny Brown, Jimbo Mathus ed Eric Deaton che hanno calcato il palco del Rootsway, per il grande piacere del pubblico, sempre numerosissimo.
Chi pensava che i The Black Keys fossero ormai intrappolati nel circuito dei grandi festival pop e nella formula radiofonica più rassicurante dovrà ricredersi, almeno in parte.
“Peaches!”, quattordicesimo capitolo in studio del duo di Akron, si presenta non come un semplice album di cover (definizione che Auerbach rifiuta con forza nelle interviste, parlando piuttosto di “rielaborazioni”), ma come una vera e propria seduta terapeutica a base di groove ipnotici, amplificatori saturi e nastro analogico.
Registrato dal vivo negli studi Easy Eye Sound di Nashville in uno o due take al massimo, senza fronzoli o correzioni digitali, il disco risuona sporco, sudato e viscerale. Accanto alla spina dorsale del duo si muove una backing band d’eccezione, che vede schierati i già citati Eric Deaton al basso e Kenny Brown alla chitarra, affiancati dal tocco mutante di Jimbo Mathus (Wurlitzer, organo, armonica), più una serie di altri amici ospiti. Il risultato è una jam session estiva che profuma di fumo di legno, umidità del profondo Sud e garage rock senza compromessi.
THE BLACK KEYS – Peaches!
L’apertura è affidata alla tellurica “Where There’s Smoke, There’s Fire” (di Willie Griffin), un pezzo che cresce dritto dalle ceneri dell’hill country blues con una ferocia ritmica inarrestabile dettata dal drumming spietato di Carney.
Da lì, il disco si snoda lungo dieci tracce che omaggiano giganti dell’oscurità e del groove. “Stop Arguing Over Me” di Big Lucky Carter mette in mostra il graffio vocale di Auerbach sopra linee di chitarra circolari e ossessive.
“Who’s Been Foolin’ You” di Arthur “Big Boy” Crudup si prende quella cattiveria che forse il suo creatore non riuscì a donargli alla nascita.
Confesso di non aver mai sentito nominare Charles Fisher Jr. dal cui repertorio ci giunge “It’s A Dream” che ci accompagna a “Tomorrow Night” del grande Junior Kimbrough, e questa, invece, la conosciamo molto bene tutti.
E qui si chiude quella che viene definita la “Fuzz Side” e che ci introduce nella “Flesh Side” e subito si parte con “You Got To Lose” (qualcuno se la ricorderà nella versione di George Thorogood), storico blues di Ike Turner di fine anni ’50 che qui si bagna del fango del Grande Fiume, stringendo l’occhio al miglior punk blues.
A seguire troviamo un omaggio alla grande Jessie Mae Hemphill con la sua “Tell Me You Love Me” che potrebbe essere uscita da uno degli album migliori di Mathus e con una bellissima slide in stile Delta, per una canzone senza tempo.
“She Does It Right” viene dal repertorio di Wilko Johnson e nella quale troviamo – come nel brano d’apertura – una eccellente sezione fiati e una chitarra veramente arrabbiata.
La chiusura è con il botto: tocca a R.L. Burnside con la sua “Fireman Ring The Bell” – una delle vette dell’album – e qui si sente la mano di Kenny Brown con la sua slide rauca, che il grande Robert Lee lo ha conosciuto meglio di chiunque, e troviamo Kenny Kimborough a raddoppiare la batteria di Carney in questo brano che profuma ancora di Fat Possum.
L’onore di chiudere questo album spetta alla monumentale “Nobody But You Baby”, quindi un ritorno per Junior Kimbrough, che ci trascina per sette minuti in un mantra ipnotico e paludoso, dove la chitarra hollow-body di Auerbach evoca lo spettro del Peter Green d’annata e le dilatazioni degli Allman Brothers.
Nonostante la critica d’oltreoceano si sia parzialmente divisa su questa operazione possiamo affermare che – in un panorama discografico saturo di produzioni iper-calibrate, quantizzate e prive di anima – la totale assenza di filtri di “Peaches!” è una boccata d’aria fresca.
È il suono di musicisti che commettono errori, che lasciano l’armonica fuori tono e le chitarre a lottare tra loro pur di catturare l’urgenza del momento, è il suono del blues onesto e selvaggio che sicuramente non ridefinirà la carriera dei Black Keys, ma è una vibrante dichiarazione d’amore alle radici. E a noi questo basta.
Un ritorno a quel back porch da cui Auerbach e Carney sono partiti venticinque anni fa con “The Big Come Up”. Finché il blues verrà trattato con questa febbrile e orgogliosa mancanza di rispetto, il fuoco rimarrà acceso.
Adesso non ci resta che aspettare il 10 settembre per poter ammirare i The Black Keys live all’Alcatraz di Milano per il loro “Peaches ‘n Kream Tour” con, ciliegina sulla torta, la straordinaria apertura da parte di Robert Finley. Non serve dire altro.
Antonio Boschi










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