Robben Ford - Torrita Blues Festival 2026

Ogni volta, vedere Robben Ford è la conferma che dietro la definizione di un genere c’è sempre l’imbarazzo di dover dare connotazioni che risultano spesso errate.

Confini che potrebbero destabilizzare: dove possiamo tracciare il limite fra blues e jazz?

Il blues colto è sempre blues?

Intanto vi dico come è andata al “Torrita”.

Robben Ford è, come al solito, fine, acuto, raffinato. Però, a veder bene, a ogni diminuita che viene tirata in causa fa da controcanto uno slap sulle basse, ruvido, percussivo e diretto come solo una tele del ‘60 dentro un vecchio Fender (o due, come in questo caso) può restituire.

È quella roba che ti piglia la gola. È quella roba che ti ricorda come l’attenzione alle scelte armoniche e la ricercatezza nella melodia e nel sound debbano passare preventivamente dalla strada.

Robben sa picchiare forte.

Ad ogni brano ci comunica che per arrivare a quel livello di misticismo musicale bisogna aver sguazzato nei bassifondi, dove tutto è più vero, dove tutto è più blues.

Che vi devo dire?

Ogni nota gridava “Robben Ford”! Ogni parte dava l’impressione di essere controllata, voluta, pensata e sudata.

E’ arrivato ad un punto che concentrazione, controllo, istintività e desiderio espressivo semplicemente fluiscono, si manifestano all’esterno veicolate dalla sua chitarra. L’idea che percepisco è che non abbia più voglia di dimostrare niente a nessuno ma di suonare, con gusto, quello che sul momento più gli piace.

Credo che siamo tutti stanchissimi di aggettivi iperbolici. Robben è semplicemente elegante. Eleganza di altri tempi, sorretta da dedizione, amore e attitudine.

Si porta dietro un carico di sfumature così stratificate da risultare una testimonianza vivente di quello che è stato, è e dovrebbe essere un genere musicale: il blues.

Porta a riflettere chiunque si accinga allo studio di un qualsiasi strumento.

E’ un fuoriclasse ma, apparentemente, non velocissimo come tanti suoi colleghi blues/rock.

Nemmeno virtuosissimo come i colleghi jazzisti.

Dettagli, perché, porca miseria, basta allontanarsi qualche centimetro dalla tela che sta dipingendo per rendersi conto che il disegno complessivo è mozzafiato.

Ti pone dinanzi a dilemmi e ammirazione: come può avere tutto quel controllo?

Inutile ripetere banalità o osservazioni già ampiamente riportate.

Quello che più mi colpisce è la separazione fra note gravi e acute.

Quanta bellezza!

Robben Ford live

Robben Ford al Torrita Blues Festival (foto Marco Lorenzetti© per Music Heritage Association)

Gary Husband alla batteria. Ha suonato con e per un così enorme numero di mostri sacri che non saprei da chi partire: Cobham, Patitucci, Stern, Beck, Corea Summers, Levin, Mclaughlin, Holdsworth, Bruce, Moore e molti altri. Oltre 23 album da solista, una valanga di presenze in mille altri progetti.

Jonny Henderson all’organo. Anche lui, presente nelle lineup di molti artisti blues. Su tutti Matt Schofield e Kirk Fletcher.

Entrambi perfetti! A tratti clamorosi. Non sono professionisti, sono artisti ispirati. Creano gioia. Molte parti di furia improvvisativa.

Non sentiamo la mancanza del basso. Ford e Henderson gestiscono le basse da manuale.

Scaletta che ho amato con diversi brani dell’ultimo, sublime, album “Two shades of blue” e tanti altri cavalli di battaglia come “Cannonball Shuffle”, l’angelica “Freedom” e quello che interpreto come un regalo personale: “Supernatural”.

Il “Torrita blues festival” è sempre una esperienza fantastica dove passione, tenacia e competenza risaltano. Per chi non ci fosse mai stato, si svolge, appunto, a Torrita di Siena, un piccolo ma florido paese al confine fra Toscana e Umbria.

Nella piazza il sound è eccellente. Poche volte ho goduto della chitarra di Ford così intensamente. Alte mai taglienti, effetti di ambiente perfettamente dosati, mix fra gli strumenti impeccabile. Chapeau ai tecnici!

Unico rammarico della serata: la sua Goldtop del ‘52 è rimasta sul reggichitarra per tutto il tempo.

Torniamo ai quesiti iniziali.

Forse, la risposta è da ricercare proprio nel titolo del suo ultimo lavoro. Blues e jazz visti non come generi ma come differenti sfumature di un medesimo colore.

Ma perché a Robben piace così tanto il blues quando ha una vocazione maggiormente jazzy?

La risposta che mi sono dato è che, alla fine, Ford è un ragazzaccio che per stare bene ha bisogno di una vecchia chitarra, un vecchio amplificatore, polvere, stivali fichi e storie sorprendenti da raccontare, che facciano colpo sulla bella ragazza in prima fila o gli amici di sempre.

Ah … comunque … il nostro sa anche cantare!

Marco Lorenzetti per Music Heritage Association

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