Eric Johnson 08/07/2026 Chiari (BS) – The Texaphonic Tour
Quando si pensa al Texas lo si fa solitamente collegando figure come cowboys, nativi americani, paesaggi caldi e aridi, in poche parole uno stato “nudo e crudo”. Anche inoltrandoci dettagliatamente nella sfera musicale chitarristica troviamo queste vibes “cool but raw”: artisti come Stevie Ray Vaughan, Freddie King, Johnny Winter, per citarne solo alcuni. C’è però un’artista che non si direbbe totalmente accostato al Lone Star State: sto parlando di Eric Johnson. Sì, perché da un musicista di Austin ci si aspetterebbero delle caratteristiche stilistiche differenti, più vicine ai già prima citati artisti che hanno scritto indelebilmente la storia della chitarra elettrica texana: un timbro robusto, corposo, potente, a presa diretta, che ti dà del tu. Eric, invece, già dall’impostazione e dal portamento è un po’ diverso, sempre in cerca della perfezione, estremamente incentrato nella ricerca della qualità del suono e della melodia, mixando vari generi musicali dal jazz al country, dal rock alla fusion, e, soprattutto, del nostro amato blues. Questa differenza sta dal fatto che ha sempre preso spunto dai più grandi interpreti della chitarra elettrica ed è riuscito a prelevare ogni caratteristica e pregio tecnico e a miscelarlo a suo modo e gusto. E’ quindi un onore per ogni appassionato avere l’opportunità di apprezzare dal vivo questo mostro sacro in una delle sue eminenti e sporadiche apparizioni nel nostro bel paese. Il concerto si svolge a Chiari, paesino della bassa bresciana in piena pianura padana, l’evento è organizzato dall’associazione ADMR (Amici per la Diffusione della Musica Rock) in una location tanto insolita quanto intima ovvero il retro di un oratorio sotto un padiglione aperto circondato da un campo da calcio e davanti a uno da beach volley. Ci troviamo in un luogo intimo e semplice lontano anni luce da concerti ampi e caotici, una piacevole sorpresa.

Foto di Marco Lorenzetti
Stasera Eric Johnson porta con sé due artisti di livello: Tal Bergman alla batteria e Daniel Kimbro al basso elettrico che vantano partecipazioni, fra mille altri, con Eric Clapton, John Hiatt, Mark Lettieri, Robben Ford. Per questo tour, chiamato “Texaphonic Tour”, formano un trio che arriva a toccare molte località europee tra le quali Spagna, Francia, Paesi Bassi, Ungheria, Polonia, Germania, Regno Unito e, ovviamente, anche l’Italia con altre due date sarde che si aggiungono a quella di questa sera. Quanto possiamo effettuare una valutazione veramente e liberamente critica di una esibizione di un mostro sacro di questo livello? Ho de dubbi, ma posso provarci. Eric si esibisce portandosi dietro un sistema doppio formato da due Fender Deluxe Reverb anni ‘60 in parallelo alternati a una Marshall Plexi Super Lead che utilizza per le parti in overdrive, la sua immancabile “Virginia”, una Stratocaster signature riedizione del ’54, una Les Paul ’59 reissue sunburst e una acustica, anch’essa con la sua firma, della Maton. Si parte con piccoli problemi tecnici legati probabilmente alle spie sul palco. Eric non si sente e non sente nemmeno gli altri. Poco male, si risolve nel giro di un minuto, ed ecco che inizia Righteous e veniamo trasportati all’interno del tone liquido che tutti noi ci aspettavamo e sognavamo. Le valvole vintage, le batterie scariche per alimentare nel modo corretto il fuzz, l’ossessione per il controllo delle frequenze. E’ tutto li, attorno a noi. Il virtuoso del Texas sfodera una scaletta matura e variegata con alcuni pezzi jazz: “Stella by Starlight” , “Caravan” e “On Green Dolphin Street”, “Chester” e “Once Upon a Time in Texas”. Questa parte è tutta acustica e più tecnica rispetto alla controparte elettrica ma a mio avviso meno soddisfacente dal punto di vista del suono. Ci propone brani che hanno fatto la sua personale storia come “Forty Mile Town”, “S.R.V.”, “Desert Rose” e l’immancabile “Cliffs of Dover”. Nessun brano invece degli ultimi due album, “Collage” e “The Book of Making/Yesterday meets Today”, rispettivamente del 2017 e del 2022. Da sottolineare la sua incredibile capacità di utilizzare arpeggi a velocità sostenuta più con la Strat che con la Les Paul, la dinamica della prima si sposa ancora meglio con lo stile fluido di EJ. Un concerto avvolgente, imperdibile per gli appassionati del genere, sebbene qualche problema tecnico abbia destabilizzato per un attimo Johnson come l’assolo di “Desert Rose” ripetuto o piccole problematiche con le spie con lieve disallineamento fra i musicisti in alcuni frangenti.

Foto di Marco Lorenzetti
Lo spettacolo scorre in fretta e piacevolmente, data anche la location, come detto, molto raccolta, che ha lasciato modo agli spettatori di apprezzare anche i minimi dettagli tecnici. Un meritatissimo plauso va all’organizzatore dell’evento: un’associazione culturale, l’ ADMR, che col Chiari Music Festival ha saputo portare un’artista così importante dalle nostre parti e in un contesto speciale. Dove sia il confine tra la perfezione e l’essere umano è molto sottile quando si parla di Eric Johnson che, anche superati i 70 anni (dimostra almeno una decade in meno), fa sembrare tutto così naturale. L’unica cosa che mi rattrista è l’essere consapevole di dover aspettare chissà quanto per rivederlo in Italia.
Stefano Gherardi per Music Heritage Association









Comments are closed