Entrare in contatto con Budda Guedes è stato provvidenziale. Sembra una battuta ma non lo è, anzi. È solo grazie allo scambio di messaggi whatsapp che abbiamo avuto per organizzare l’intervista che, forse complici il sole e le meravigliose spiagge sarde, non ho sbagliato giorno e sono andato a sentire i Blues Against The Machine e DK Harrell a Narcao come previsto, invece di presentarmi serenamente la sera successiva ai loro show mancandoli clamorosamente.
Ma c’è di più.
Al di là del set fantastico che lui, Vasco Moura, Danny Del Toro, Bart Szopinski e Tory Raugstad (in temporanea sostituzione di Nik Taccori) hanno messo in piedi al Narcao Blues Festival (per inciso, uno dei festival blues più belli a cui abbia partecipato, sia come spettatore che come musicista nella line-up, per organizzazione, passione e coinvolgimento del pubblico), è l’approccio al Blues che è emerso dalle nostre chiacchiere, e che ha avuto coerenza con quello che si è visto e sentito sul palco, che mi ha fatto respirare aria nuova a pieni polmoni e, per certi versi, fatto sentire meno solo.
Per questo lo ringrazio davvero tanto. Ecco quello che ci siamo detti dopo il loro show.
L’intervista a Budda Guedes

Budda Guedes_Live Narcao Blues Festival (foto Daniele Tenca)
Prima di tutto grazie del tuo tempo e complimenti per il vostro show! La prima cosa di cui voglio parlarti è che, molto spesso, il blues viene spacciato per roba da “guitar heroes” o più in generale “solo masters”. Tu hai fatto solo due assoli di chitarra (fantastici peraltro) che sono arrivati solo al settimo o ottavo pezzo del vostro set, e in generale, di assoli veri e propri se ne son sentiti pochi. Quello che emerge è “musicianship”. Sbaglio?
Spero che sia veramente così! In generale mi sono abbastanza stancato degli assoli, soprattutto nei festival blues se ne sentono n sacco, ma in realtà non è proprio il nostro approccio in questa band. Siamo tutti band leaders negli altri nostri progetti, ma qui il nostro obbiettivo è quello di concentrarci sull’essenza delle canzoni. La nostra visione è quella di portare il Blues a un pubblico più vasto, e se ci pensi bene, i bluesman non sono mai stati dei solisti veri e propri. Ad esempio, Muddy Waters, o lo stesso B.B. King per certi versi, non facevano quasi mai assoli veri e propri, ma più fraseggi all’interno delle canzoni (B.B. King era oltretutto uno straordinario vocalist!). Poi, certo, è arrivato Jimi Hendrix, che è una delle mie influenze principali, e ha rovesciato il tavolo. Però, erano gli anni ’70, i brani erano più dilatati, e soprattutto, lui era Jimi Hendrix! Cioè, non un comune mortale! E lo stesso per esempio vale per i Led Zeppelin, o i Deep Purple, musicisti assolutamente fuori dal comune, i cui assoli erano e rimangono irraggiungibili per chiunque.
Quindi noi preferiamo concentrarci sulle canzoni e sul messaggio e su come farlo arrivare a più gente possibile nel 21° secolo.
Viviamo in un mondo dove trenta secondi di attenzione sono già troppi, e quindi per mantenere vivo il Blues dobbiamo cercare di adattarci ai tempi in cui viviamo.
Questo approccio emerge chiaramente anche dal vostro ultimo disco. Dieci pezzi, trentasei minuti. Cioè, le canzoni, il messaggio che volete comunicare, e basta.
Esattamente. Non voglio che le canzoni diventino un pretesto per metterci dentro gli assoli; se l’assolo è funzionale al brano, ok, altrimenti ne faccio volentieri a meno. In più, ci dobbiamo confrontare con quello che sono le piattaforme dove adesso si ascolta la musica (Spotify, YouTube Music…) che privilegiano brani di una certa lunghezza, proprio per i motivi di attenzione di cui ti parlavo prima.
È una bella sfida, perché non molte band della scena Blues hanno questo approccio legato al messaggio che si vuol comunicare come priorità rispetto al virtuosismo a livello strumentale, e forse anche la gente non è del tutto pronta per questo.
Non voglio sembrare impertinente, ma questo è il percorso più facile, fare dieci minuti di assoli e due di “canzone”, io preferisco fare esattamente l’opposto. Oltretutto noi siamo in cinque, e se dovessimo pensare di fare assoli, i pezzi sarebbero infiniti, tipo gli Allman Brothers, che però, erano gli Allman Brothers! Cioè, musicisti davvero incredibili! Nessuno di noi è a quel livello incredibile, tipo Cream, Hendrix, Led Zeppelin, e soprattutto, non siamo più in quell’epoca. La gente non è più attratta da quel tipo di approccio, il livello di attenzione cala immediatamente, e se vogliamo veramente mantenere vivo il Blues, dobbiamo renderlo contemporaneo, adatto allo spirito del tempo in cui viviamo. Che poi, è quello che hanno sempre fatto i nostri idoli: Muddy Waters arrivava dai campi e ha elettrificato il Blues, ha buttato l’armonica in un amplificatore e ha creato un nuovo mondo e un nuovo sound, che adesso è un classico, ma allora era una cosa fuori dal mondo. Lo stesso Jimi, lo stesso gli Zeppelin.
Noi abbiamo una passione enorme per il Blues, ma non siamo neri, non siamo americani, siamo bianchi ed europei, e il modo migliore per rispettare il Blues è quello di renderlo contemporaneo, altrimenti rischia di morire.

Budda Guedes_Live Narcao Blues Festival (foto Daniele Tenca)
Altra testimonianza reale di quello che stai dicendo sono i vostri testi, lontani dall’ “Old Time Blues”…
Vero! Ancora una volta, non sono nero…ti racconto una cosa, una volta stavo parlando con Doug MacLeod, americano, bianco, e gli ho chiesto: “Qual è il consiglio che daresti a un musicista Blues per fare Blues?”. Mi ha risposto. “Non suonare mai una nota in cui non credi, non cantare mai una parola in cui non credi”. Mi ha aperto gli occhi veramente. Cioè, io sono portoghese, non posso cantare della schiavitù del Mississippi, ma posso cantare del Càvado, che è un fiume vicino a dove vivo, o Serra de Estrella, dove la gente deve camminare per 8 km per andare a lavorare in fabbrica, o della dittatura (mia mamma è stata perseguitata dalla Polizia Politica), la mia infanzia non è stata proprio una passeggiata, mi ricordo mia mamma che si chiedeva se poteva permettersi un caffè dopo pranzo o cena, perché anche 50 centesimi facevano la differenza. Ecco, di questo posso parlare, non della schiavitù, di cui ho letto libri e ho visto film, e sono molto vicino al tema, e amo la musica che ne hanno tirato fuori i Maestri del Blues, ma non potrò mai essere come loro, questo è sicuro. Loro hanno fatto cose incredibili, e io non posso provare ad avvicinarmi a loro e dire “dai, va quasi bene!”. Vuoi qualcosa “alla Muddy Waters”? Ascolta Muddy Waters che è sicuramente meglio di qualsiasi altro!
Credo sia un approccio molto umile e rispettoso, oltre che funzionale a diffondere il Blues nel mondo di oggi…
Certamente, non voglio essere frainteso, non sto sminuendo i Grandi Maestri, anzi, li ritengo davvero irraggiungibili e sono una fonte di ispirazione incredibile, ma noi siamo europei e viviamo la nostra epoca, e questo dobbiamo raccontare per essere credibili e portare avanti la fiaccola del Blues, dandogli nuove forme, e più siamo più forme diverse potremo creare.
Ultima cosa prima di ringraziarti, mi ha colpito davvero l’energia che esce dal palco quando suonate, davvero una bella scarica…
Siamo davvero grandi amici, stiamo bene insieme, ogni volta che ci vediamo è una festa di famiglia, anche con Nik che oggi non è qui, e son contento che questa cosa si veda dal palco!
Il saluto e l’augurio che ci scambiamo alla fine è che questo tipo di rispetto e di approccio contemporaneo al Blues si diffonda il più possibile, e se a livello qualitativo tra gli ambasciatori abbiamo i Blues Against The Machine, beh, non può che succedere.
Daniele Tenca









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