Lo scorso anno ricorreva il centenario della nascita di B.B. King, era nato infatti il 16 dicembre del 1925 nella piantagione Berclair, tra Itta Bena e Indianola, nella contea di Leflore, Mississippi. Ma erano anche trascorsi dieci anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 14 maggio 2015. Da allora riposa accanto al museo che porta il suo nome, inaugurato a Indianola nel 2008, divenuto in questi anni, non soltanto sede di collezioni permanenti e memorabilia, bensì un luogo di trasmissione della storia e cultura blues mississippiana in senso lato, con molte iniziative rivolte agli studenti di ogni età. E di certo una tappa obbligata per i tanti appassionati in viaggio nel Sud degli Stati Uniti spinti lungo le blue(s) highways.
La discografia, già molto estesa, di King, si è arricchita di altre pubblicazioni in tempi relativamente recenti, sia antologiche che dal inedite dal vivo, come il bel “Live In Nancy 1977” o le performance in Germania e Svezia pubblicate lo scorso anno. Inoltre, a sancire ancora la grandezza di un artista che ha saputo arrivare ad un pubblico molto più vasto, pare sia in lavorazione un film biopic su di lui, intitolato, neanche a dirlo, “Lucillle”.
Se è persino ovvio quanto la sua figura continui ad essere d’ispirazione per artisti di generazioni differenti, l’esempio più recente è probabilmente costitutito da D.K. Harrell, per una ulteriore testimonianza della stima trasversale di cui godeva presso tantissimi colleghi basta scorrere la lunga lista dei partecipanti a questo tributo orchestrato per celebrarelo da Joe Bonamassa. Di esso hanno scritto, qui di seguito, due nostri diversi collaboratori.
B.B. King Blues Summit 100
La generazione Millennial, quella nata tra gli anni ’80 e la prima metà dei ’90, ricorderà senza dubbio le iconiche pubblicità di una nota marca sportiva dedicate al Joga Bonito, l’espressione portoghese che racchiude l’essenza del calcio brasiliano fatto di creatività, tecnica e spettacolo.
Sugli schermi scorrevano Ronaldinho, Ronaldo, Figo, Cantona,.., e con loro una sequenza di palleggi, tunnel e dribbling capaci di accendere l’immaginazione: erano spot motivazionali, e quando li guardavo da bambino avevo immediatamente il desiderio di scendere in cortile con il pallone per provare a replicare quelle magie.
Ecco, il nuovo album prodotto da Joe Bonamassa per omaggiare B.B. King e pubblicato il 6 febbraio è, in un certo senso, il Joga Bonito del Blues. Due album, trentadue brani, due ore e venti minuti di musica e quaranta collaborazioni con il gotha del blues contemporaneo: Christone “Kingfish” Ingram, Slash, Shemekia Copeland, Marcus King, Kirk Fletcher, Larkin Poe, Eric Gales, Gary Clark Jr., Warren Haynes, Chris Buck, Buddy Guy fresco di Grammy, Derek Trucks, Susan Tedeschi e molti altri.
Per celebrare il centenario della nascita dell’ultimo dei tre grandi Re del Blues (insieme ad Albert e Freddie King), Bonamassa ha costruito un’opera che non solo rende omaggio, ma sublima l’immagine e l’eredità di B.B. King.
Tra le scelte che ho più apprezzato c’è sicuramente l’aver affidato l’apertura dell’album ai due giovani “King”, Marcus King e Kingfish Ingram: un passaggio di testimone ideale tra generazioni, un modo elegante e potente per ricordare che il blues vive proprio grazie a chi lo raccoglie e lo rinnova.
B.B. King è stato un musicista capace di attraversare epoche diverse, lasciando un segno indelebile nella vita dei suoi fan e dei colleghi che oggi lo celebrano. Bonamassa stesso aveva solo dodici anni quando B.B. King lo invitò sul palco e poi in tour, e resta celebre il momento in cui, dopo un assolo di Derek Trucks, King disse a Susan Tedeschi: “I can see why you married him”. Impossibile non citare anche Riding with the King, lo splendido album del 2000 realizzato insieme a Eric Clapton.
Su trentadue tracce non ce n’è una che non sia all’altezza dell’omaggio: scegliere un brano migliore degli altri è quasi impossibile e dipende dal gusto personale. Tra quelli che più ho apprezzato spicca “Let the Good Times Roll” con Kenny Wayne Shepherd e Noah Hunt, mentre in “The Thrill Is Gone” Eric Clapton dimostra ancora una volta perché viene chiamato “God”, anche a sessant’anni da quella celebre fotografia.
Questo è un album che non stanca, che si riascolta nel tempo, che cresce e si sedimenta. È uno di quei lavori di cui non sapevamo di avere bisogno fino a quando non lo abbiamo ascoltato, un omaggio che merita di diventare lui stesso parte della storia del blues.
Andrea Capelli
B.B. King Blues Summit 100
Chi meglio di Joe Bonamassa avrebbe potuto rendere omaggio al King of the Blues, coinvolgendo una cinquantina di musicisti di livello assoluto, per ricordare B.B. King con 32 dei suoi pezzi? Il progetto si è sviluppato durante il 2025, esattamente a 100 anni dalla nascita di un chitarrista che ha reso il blues popolare in tutto il mondo e ha soprattutto influenzato una quantità innumerevole di artisti. Bonamassa ricorda spesso quella sera del 1989 in cui, con la sua band, aprì il concerto di B.B. King: aveva solo 12 anni (il giorno dopo doveva andare a scuola) e fu l’inizio di una lunga amicizia che non si è mai interrotta.
La realizzazione di questo progetto ha visto Bonamassa e il produttore Josh Smith impegnati per diversi mesi per onorare il leggendario chitarrista di Itta Bena: la registrazione è avvenuta in 5 studi di diverse località, partendo dal Sunset Sound di Los Angeles dove sono state incise la maggior parte delle tracce ritmiche dalla formazione di Joe. Il quale ha poi attivato la sua rete di contatti per coinvolgere una quarantina di musicisti di spicco: da veterani e leggende del blues a icone del rock, da acclamati artisti soul fino a musicisti e cantanti blues emergenti.
Ecco che l’apertura del primo dei due CD viene lasciata proprio ai due chitarristi più giovani, con Christone “Kingfish” Ingram che suona in “Paying The Cost To Be The Boss”, mentre Marcus King è in stato di grazia in “Don’t Answer The Door”; poco dopo ascoltiamo l’immenso talento dei novantenni Bobby Rush e Buddy Guy, interpreti rispettivamente di “Why I Sing The Blues“ e “Sweet Little Angel”. In mezzo ci sono generazioni di altri artisti, per ognuno dei quali B.B. King ha avuto un’indiscutibile influenza.
Gustiamo i fraseggi jazzati di George Benson in “There Must Be A Better World”, la virata rock di “When Love Comes To Town” con Slash, Shemekia Copeland e Myles Kennedy, la trascinante “Heartbreaker” resa particolarmente coinvolgente da Trombone Shorty ed Eric Gales, mentre “To Know You Is To Love You” emerge in tutta la sua ricchezza espressiva grazie a Susan Tedeschi e Derek Trucks, con Michael McDonald.
Per l’iconico “The Thrill is Gone” la combinazione di Chaka Khan ed Eric Clapton è perfetta, doverosamente arricchita dalla presenza degli archi: analogamente non poteva mancare l’eccellente Chris Cain, la cui voce spesso ricorda quella di B.B. King, che viene omaggiato con “You Upset Me Baby”. C’è quindi Joanne Shaw Taylor che rende “Bad Case Of Love” particolarmente brillante, mentre due slow come “How Blue Can You Get” e “Night Life” continuano a emozionarci grazie alle superbe interpretazioni di Warren Haynes e Paul Rodgers.
Potremmo continuare nella citazione degli altri musicisti che hanno contribuito a concretizzare questo progetto, ma crediamo sia sufficiente concludere sottolineando che questi due dischetti (disponibili anche nella versione di 3 vinili) onorano pienamente l’eredità di B.B. King: non solo dimostrano l’influenza dell’amatissimo chitarrista del Mississippi (da tutti ricordato come una persona cordiale ed estremamente disponibile) ma in ogni traccia propongono le molteplici sfaccettature del blues, costantemente mantenuto vivo da musicisti straordinari, Bonamassa in primis.
Luca Zaninello










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