Ci sono formazioni che sul palco trovano la loro vera dimensione, e la Big Wolf Band di Jonathan Earp rientra perfettamente in questa categoria. Registrato il 20 settembre 2024 al Joe Joe Jims, storico locale di Birmingham, questo live cattura tutta l’energia e l’affiatamento di un quintetto capace di fondere il cuore del blues britannico con una sensibilità moderna e una presenza scenica trascinante. Fin dall’apertura di “Living On Borrowed Time”, l’atmosfera è elettrica: la chitarra del leader ruggisce con precisione e calore, mentre le tastiere di Robin Fox aggiungono spessore, in perfetto equilibrio con la sezione ritmica di Mick Jeynes e Timbo Jones.
La successiva “Valley of the Fallen Kings” mostra il lato più lirico e riflessivo della band, un blues dal passo maestoso che si apre a momenti quasi sinfonici. Il loro repertorio è decisamente ampio e versatile: “Got Me Reeling” sprigiona un groove irresistibile, tra soul e funky, con l’altro chitarrista Justin Johnson che duetta con Earp in modo impeccabile, mentre l’accattivante blues “Lay It On The Line” è un esempio perfetto di come la band sappia coinvolgere il pubblico nel ritmo, rendendolo parte integrante della performance. “Darker Side Of You” rappresenta forse il vertice emotivo del disco, un intenso slow che richiama influenze di gente come Gary Moore e Joe Bonamassa: lirismo alla chitarra, sul delicato tappeto di tastiere, voce sofferta, in un dialogo costante tra malinconia e speranza.
L’album non ha cali di tensione, grazie a tracce come “Hot Blooded Woman” o “Rise Together” che confermano la capacità del gruppo di coniugare energia rock e sentimento blues, mentre “Standing In The Rain” emerge come una sorta di piccola suite, con i suoi oltre sette minuti di pura magia costruita sulle dinamiche degli strumenti, in un crescendo emotivo che ricorda il linguaggio dei grandi classici. Analogamente “Black Dog Blues” rappresenta il momento più libero e gioioso del concerto, con i quasi dieci minuti di pura improvvisazione, con scambi tra chitarra e tastiere che sfiorano il jazz e addirittura una citazione bachiana, a testimonianza della capacità dei cinque di divertirsi senza mai perdere il controllo del suono.
La chiusura con “The Darkest of My Days” ha quasi un che di epico, con quell’introduzione sospesa alla David Gilmour, prima che la melodia si apra in tutta la sua potenza, regalando anche un assolo di chitarra di rara intensità. L’album dal vivo è spesso una sorta di celebrazione di una carriera, che per i nostri ha da poco superato la prima decade: non possiamo che augurarci che possa continuare con altrettanti ottimi album, come quelli finora pubblicati. La Big Wolf Band rappresenta un ottimo esempio di ensemble capace di estendere il linguaggio universale del blues per muoversi verso altri confini senza mai perdere la propria autenticità.
Luca Zaninello









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