I Blue Deal sono soliti presentarsi come una blues rock band che proviene dalla Foresta Nera meridionale e nel giro di pochi anni la loro fama è cresciuta in modo significativo: nel 2022 avviene il loro debutto con “Holy Ground”, molto ben recensito anche dalla stampa internazionale, mentre l’anno seguente vincono la German Blues Challenge, raggiungendo poi le semifinali della International Blues Challenge a Memphis nel gennaio seguente. Sempre nel 2024 pubblicano per la Dixiefrog il loro secondo album in studio “Can’t Kill Me Twice” e naturalmente l’etichetta discografica li riconferma per quest’ultimo “Make a Change”: l’apertura di “Another Reason” è un accattivante boogie pianistico in cui la voce di Joe Fisher appare subito convincente e trascinante. Emergono atmosfere a la ZZ Top, una delle band a cui i quattro non negano d’ispirarsi, che guarda caso si esplicitano ancora di più in “Bad Boogie Woman” (debitrice dell’iconica “La Grange”) in cui la sezione ritmica di Willie Macht e Jurgen Sneckenberger (basso e batteria) non lascia un attimo di tregua, salvo rilassarsi nel pregevole finale: l’energia non cala neppure in brani come “Get It Done” oppure “Two Hearts” dagli accenni funky, con le sonorità corpose degli anni ’70, regalateci dalle ricche sonorità di chitarre e tastiere, suonate rispettivamente da Tom Vela e dallo stesso Fisher. Il sound si ammorbidisce con l’intro acustica di “Easy To Hurt”, proposta con la giusta sensibilità e un tocco particolarmente ispirato alla chitarra, che trasmette un velo di malinconia capace di arrivare dritto al cuore: lo stesso Tom Vela canta “Over Jordan”, una ballad molto toccante per un addio a un fratello seduto dall’alto, con l’armonica e le spazzole che fanno venire i brividi.
L’ipnotica “Hell Valley” che sembra emergere dalla tradizione blues più profonda fa quasi da anteprima alla title track, una sorta di inno, alla Deep Purple, con quell’energia allo stato puro che coinvolge fin dalla prima nota, mentre “Rent A Heart” ricorda lontanamente i Dire Straits per trasformarsi poi secondo il loro stile personale. Il lungo slow “Greenland Shark” dimostra le qualità espressive dei musicisti, confermando la loro familiarità con tutti i dettami del blues, con i suoi tratti che sanno essere delicati fino al finale orchestrale con assoli di notevole intensità; la chiusura di “Storm Will Come” ci propone un’altra ballad che ci ricorda l’indimenticato Gary Moore e ancora una volta la musica sa avvolgere l’ascoltatore trasmettendo la passione dei musicisti. Francamente la formazione tedesca ci ha sorpreso molto positivamente, per la capacità dei quattro di essere energici ed eleganti, trascinanti e sensibili, muovendosi con grande scioltezza fra le linee del blues e del rock: assolutamente da seguire e da vedere.
Luca Zaninello









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