Queste righe sono un modesto omaggio al Martin Luther King Jr. Day che cade il terzo lunedì di gennaio. Giorno di festa federale negli Stati Uniti che l’attuale presidente Trump ha cercato di cancellare.
Dopo aver scoperto che un presidente non può fare tale operazione, ha deciso di minimizzarlo adottando alcune misure tra le quali spicca l’annullamento della gratuità dei parchi nazionali in questo giorno. Non fosse mai che qualche ambientalista, o magari anche un semplice cittadino, possa passare qualche ora di svago gratis.
Minuzie, quisquilie idiote di un potere profondamente stupido, e pericoloso proprio per la sua enorme stupidità. Però va notato che se di aspiranti Trump ce ne sono battaglioni, di Martin Luther King o del meno malleabile Malcom X se ne vedono pochi.
Il Reverendo Jesse Jackson vive una vecchiaia tormentata dalla malattia. Insomma butta male. Sanders, Ocasio-Cortez, Mamdani vengono da backgrounds totalmente differenti e soprattutto non sono afro-americani.
Dovendo volare bassi, qui sotto si racconta la storia di un uomo comune, anzi di un ultimo tra gli ultimi nell’epoca triste e feroce della discriminazione razziale.
I am a man

Lo sciopero dei netturbini del 68 a Memphis
Elmore Nickleberry, morto alla fine del 2023, era uno degli ultimi testimoni di un lungo sciopero, nel 1968 a Memphis, che riguardò, usando una terminologia attuale, gli operatori ecologici.
In quell’epoca, essere un afro-americano nel Tennessee era ancora condizione complicata. Convinto aasertore dell’esistenza del sogno americano, Elmore dopo la guerra in Corea sperava di trovare un lavoro dignitoso e duraturo, ma col tempo si dovette rassegnare ad essere un “garbage man”, come venivano chiamati allora gli operatori ecologici.
La paga non era sufficiente ma tutto sommato era un problema tra altri problemi: nessuna assistenza sanitaria, niente divise, niente scarpe, niente mensa, niente bagni, paga oraria, va da sé nessun diritto sindacale. Eppoi i bianchi che ti chiamano boy schioccando le dita o facendo cenno con un dito. Boy.
La cosa che infastidiva di più Elmore era tornare a casa con gli stessi vestiti coi quali era uscito la mattina e lavorato tutto il giorno: gli sembrava di puzzare e che la gente lo evitasse per questa ragione.
Il sindaco di Memphis, illuminato benefattore dell’umanità, apostrofava la comunità afro-americana con “My negroes” e in occasione dello sciopero disse che non sarebbe mai passato alla storia come il sindaco di Memphis a farsi imporre un accordo con i negri. Sbagliava.

Elmore e suoi compagni avevano un potente alleato, un fratello, in grado si smuovere montagne a qualsiasi prezzo, anche a costo della sua propria vita.
Immaginatevi l’atmosfera degli scioperi fine anni 60, negli Stati Uniti: botte da orbi, morti, la riserva nazionale con le baionette innestate, i blindati, e un gruppo di afro-americani molto seri, quasi compunti, che marciano silenziosamente con un cartello con scritto su “I’m a man”.
Martin Luther King Jr.
E un uomo arriva davvero, si chiama Martin Luther King Jr., nientedimeno, non un sindacalista nel vero senso della parola, ma più un predicatore che va a Memphis e fa un discorso travolgente nel quale vede un futuro che include la sua morte: “Ho visto la terra promessa, potrei non essere qui con voi, ma voglio che oggi sappiate che noi, come popolo, arriveremo alla terra promessa. Non mi importa del mio destino perché sono stato sulla cima della montagna.”
Fu il suo ultimo discorso. Visionario. Il giorno successivo 4 aprile 1968 venne ucciso sul ballatoio del suo hotel a Memphis.

La stanza 306 al Lorraine di Memphis, dove venne ucciso Martin Luther King Jr. il 4 aprile 1968 (foto Davide Grandi)
Nickleberry e i suoi compagni di lotta erano distrutti e furiosi allo stesso tempo ma prima che si scatenasse un’orgia di violenza e sopraffazione, qualcuno nel governo americano recepì la gravita’ della situazione, il rischio di infilarsi nel tunnel di una guerra civile. Via la guardia nazionale, via i blindati, aumento del salario per i “garbage men” e progressivo miglioramento delle condizioni di lavoro.
Nickleberry non ha visto la cima della montagna né tantomeno la terra promessa ma la sua vita e quella dei suoi colleghi miglioro’, migliorò grazie a Martin Luther King e al suo sacrificio.
In questa storia, molto americana, ci sono due insegnamenti: che forse non otterrai tutto quello che vorresti, ma che bisogna essere lungimiranti e che, ad un momento, serviranno persone razionali per arrivare ad un accordo.
È il messaggio della non-violenza, non l’araba fenice della pace, ma uno scatto in avanti, un miglioramento.
La Memphis segregazionista e retriva sarebbe lentamente cambiata in uno dei templi della musica afroamericana, anche grazie ad un bianco, Sam Philips, fondatore della Sun Records che nei primi anni cinquanta aveva un ricco catalogo di Blues.
Quando Philips mosse i suoi interessi verso il nascente rock’n’roll, nacque un’altra etichetta fondamentale nella storia della musica afroamericana, Stax records, un colosso forse secondo solo a Motown.
E forse non è un caso che Stax, nel 1972 a Los Angeles, organizzi uno dei primi festival politici, Wattstax, per commemorare le stragi perpetrate a danno della comunità afro-americana nel sobborgo di Watts nel 1965.
MLK Blues
Momento topico nella maturazione di una coscienza politica ornato, diciamo così, di grandissima musica. Tornando agli anni sessanta il Blues evolve da musica folk a musica mondiale, si stacca dal patrocinio del Soul e del Jazz, per diventare un fenomeno musicale globale.
Nel decennio successivo arriverà fino in Asia e in Africa ma soprattutto influenzerà tutta la musica commercial/popolare per i decenni seguenti fino ai giorni d’oggi. Inevitabilmente, il Blues, ma anche il Jazz, musica intellettuale per eccellenza, un po’ si imbastardiscono, “imbiancano” come disse un critico burlone.
Oggi per andare a vedere un concerto di Jazz bisogna aprire un mutuo in banca, il Blues fortunatamente resta fattibile anche per i meno abbienti, per il Gospel basta andare in chiesa con 5 dollari.
Elmore Nickleberry non poteva sapere tutto questo quando portava sulle spalle luridi bidoni di immondizia, circondato da rednecks che lo chiamavano boy o magari garbage man … non poteva nemmeno sapere che un giorno avrebbe visto un afro-americano diventare presidente degli Stati Uniti.
Però credo che dovremmo essergli grati, a lui e a Martin Luther King Jr. … Nell’attesa di vedere la terra promessa e di arrivare in cima alla montagna.
Luca Lupoli









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