Come una seduta d’ipnosi regressiva, la trance sciamanica di Otis Taylor non può che ripiombarci nel mezzo di qualche suo concerto in cui lo vedemmo anni orsono, chissà mai che lo ritrovassimo ancora in questi nostri margini musicali nelle prossime stagioni. Nel mentre, quest’uscita dal vivo dall’anno appena trascorso ce ne rievoca le atmosfere, come fu di quella sera al ClockTower di Treviglio nel marzo del 2012, che nemmeno più quel Pub esiste ancora. E lui (cui piace affermare oggi che è vecchio e nero) non manca di continuare a dar testimonianza socialmente forte di un personalissimo stile, giunto alla musica come un ritorno di fiamma a quasi cinquant’anni e da quegli anni Novanta, inarrestabile promotore d’un linguaggio a cui non smette mai di dar man forte.
Venne inserito persino nel 2016 in una mostra inaugurale al National Museum of African American History and Culture dello Smithsonian: a quegli stessi ambiti, l’attuale amministrazione a stelle e strisce pare mettere oggi i bastoni tra le ruote, coi suoi revisionismi. Col suo blues, l’impegno che Otis non ha mai dismesso allora è sempre in gioco. Questo disco viene dalla sua esperienza con il Trance Blues Festival, modo per coinvolgere più gente ad appassionarsi all’idioma afroamericano, con dei corsi nelle scuole e diversi progetti e iniziative, dopo che la stessa città di Boulder (dove risiede) l’aveva inserito, prima del Covid, nella Colorado Music Hall of Fame.
Dopo aver inciso per molteplici etichette e parentesi indipendenti, con questa pubblicazione torna così in autonomia alla guida degli Electrics, formazione aperta in cui confluiscono il basso di Nick Amodeo e la batteria di Tohbias Juniel; le chitarre di James Tre e Callum Bair; l’organo di Brian Juan, che ci gioca una parte importante; Beth Rosbach al violoncello.
Ne viene fuori un affresco che è pure un “the best” della sua produzione. Invero, una manciata di tracce che non arriva neppure alla decina, ma ben selezionate, per poco meno di un’ora di musica. Ed è pure un primo “dal vero”, per l’oscuro e roccioso bluesman, che ha deciso tardivamente di dare un assaggio delle sue performances a chi mai n’avesse avuto modo d’assistervi, come pure di conservarne il ricordo, almeno da una registrazione ufficiale. Semplicemente “Live”, ci propone perciò intrecci mai scontati, come già dall’apertura, certamente folkie, di “Looking for Some Heat”, cadenzata e brillante, con coda di violoncello finale; c’è poi l’infinita “Nasty Letter”, che pure fu soundtrack per “Nemico pubblico” di Michael Mann, cucendone oltremodo la sua fama.
Dev’essere stata poi folgorante per il nostro quell’hendrixiana “Hey Joe” che neanche tralascia mai nei concerti, sì da dedicarvi persino il filo rosso dell’album “Hey Joe Opus – Red Meat”, del 2015. A spezzare una circolarità d’incanto, ricordiamo altresì nella sintesi al nostro ascolto, tanto il jungle – rhythm di “Looking for Someone To Cheat on”, quanto il ritorno psichedelico e allucinatorio della grandiosa “Sunday Morning”. Il resto, godetevelo voi: come un buon concerto e un bentornato, all’oscuro e inquietante Otis Taylor!
Matteo Fratti









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