Scala Richards Vol. 1 di Klaus Romilar recensione di Antonio Boschi

Scala Richards Vol. 1” si presenta con quella copertina un po’ così, che ci rimanda subito nel mondo di “Quah” – il capolavoro di Jorma Kaukonen – album che possiamo definire fondamentale per molti di noi che hanno scoperto il Piedmont Blues suonato in perfetto fingerpicking come facevano i neri, là nella lontana America.

Ma non è un libro che ci parla di blues, e nemmeno è una guida alla musica, ma la musica è fortemente legata ai 14 psichedelici racconti che compongono questo piccolo volumetto edito dalla Società Editrice Apuana di Carrara, ed in commercio dallo scorso ottobre.

Non c’è nulla di logico in questa 160 pagine, che si aprono con la prefazione di Marino Severini dei Gang, ma è una onirica illogicità che ha tante di quelle verità al suo interno che non è per nulla difficile ritrovarcisi all’interno.

Poi c’è la musica, che si insinua tra le parole ed esce prepotente come solo sa fare quella sincera e reale che ha accompagnato la nostra esistenza e rimane, magari anche sopita, all’interno della nostra mente per, poi, uscire allo scoperto, magari proprio leggendo questi racconti.

Klaus Romilar non so se sia esistito veramente ma – fidandomi delle note – constato che questo personaggio dallo spirito nomade e dal nome di uno sciroppo per la tosse a quanto pare ne ha combinate di belle nella sua vita, tanto da influenzare un collettivo di scrittori, appassionati di musica e libri a tramandarci i suoi racconti orali scaturiti dai suoi vagabondaggi dall’India fino all’anarchica Carrara, passando per gli USA e che hanno deciso di firmarsi con il suo nome (o pseudonimo) perché senza di lui questo libro non esisterebbe.

È un libro che cela una politica che non esiste più, un mondo che non potrà più essere tale ma che vive all’interno di molti di noi e che, forse, lo difendiamo con gelosia.

Ma poi c’è la musica in questo Scala Richards Vol. 1, e qui facciamo incontri molto interessanti, da Brian Jones al punk, da Jerry Garcia e quella meravigliosa religione che sono i Grateful Dead a Roky Erikson, uno degli eroi perduti della psichedelia con i 13th Floor Elevator a cui è dedicato uno dei racconti più belli, tra deliri e sotterfugi dell’FBI.

Ma c’è anche Jean Gabin, una delle icone della cinematografia francese e il Pere Lachaise e le sue celebri tombe, tanto LSD dove il “bambino difficile” di Albert Hoffman colora le parole stampate con caratteri Cormorant Garamond sulla bellissima carta usomano ecologica.

Ovviamente non poteva mancare lui, Bob Dylan, perché se si parla di musica lui ci deve essere sempre, così come John Lee Hooker che mangia cozze e, ovviamente, Jorma, gli Hot Tuna e i Jefferson a bordo di una Mercedes gialla.

Ma lasciatemi dire che ho riso veramente di gusto leggendo un paragrafo in “Like A Rolling Stone” (che già il titolo è tutto un programma), dove gli autori scrivono: “Il 1985 fu uno degli anni più tetri per la musica, basti dire che gli intellettuali andavano pazzi per Kid Creole and the Coconuts, e io e Marvin ci trovavamo spesso a discutere della necessità di istituire un tribunale internazionale per i crimini del rock. «I Queen andrebbero processati» ero solito dire «I Queen e Phil Collins, che ha trasformato il più grande gruppo di rock sinfonico in una band pop che la conoscono anche i miei colleghi…»

Beh, insomma era ora che qualcuno lo dicesse a chiare lettere, perché il rock è roba seria.

Per chiudere “Scala Richards Vol. 1” è un libro di sinistra, di quella che ci ha fatto sognare e che non c’è più, e si vedono i risultati.

Quindi complimenti e lunga vita a questo collettivo resistente che ci crede e va avanti per la sua strada, in questa società bacata e virtuale che ha perso l’essenza primaria dell’essere umano e della musica.

Antonio Boschi

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