“Bad at Being Good” è il quattordicesimo album di Teresa James & the Rhythm Tramps, una storia che inizia a Londra nei primi anni settanta dove Terry Wilson e Tony Braunagel si trovarono a lavorare alla Island Records, etichetta mitica del rock e del progressive inglese, e con i Back Street Crawlers dell’altrettanto mitico e sfortunato Paul Kossoff. Tornati negli Stati Uniti, Wilson incontra Teresa James per varare un connubio musical-sentimentale di lunga durata. La James ha un curriculum di rispetto che include registrazioni con, tra gli altri, Walter Trout, Eric Burdon, Spencer Davis, Tommy Castro, Stephen Bruton, Randy Newman, Neil Diamond; oltre a esibizioni dal vivo con Marcia Ball, Levon Helm, Lloyd Jones, Delbert McClinton. Tony Braunagel non ha bisogno di presentazioni essendo una figura centrale del Blues da almeno un paio di decenni.
I Tramps quindi includono il poliedrico Terry Wilson, bassista della band e principale autore di canzoni. James suona il pianoforte e, ovviamente, canta. Inoltre appaiono: Billy Watts (chitarra solista), Dean Parks (chitarra solista), John Porter (chitarra slide), Tony Braunagel (batteria), Jay Bellerose (batteria), Richard Millsap (percussioni), Kevin McKendree (B3, pianoforte, Wurlitzer), Bennett Salvay (pianoforte), il grande Jon Cleary (pianoforte), altro gigante Darrell Leonard (tromba), Paulie Cerra (sassofono), David P. Jackson (fisarmonica). L’iniziale “Love’s A Full Time Job”, “Love’s a full-time job, and you’ve got me working overtime”, è la tipica canzone roadhouse per per mettere il treno sui binari giusti con un buon stacco dei fiati, mentre la successiva “Is Anything Alright” e’ un bel Soul con il gusto di tempi passati.
“Trouble in Paradise” un altro buon lento. “Angel on My Shoulder” e “Say What You Will” si giovano di un gran lavoro di McKendree al B-3. Sempre blue-eyed Soul con “Treat Her Like You Want Her to Treat You”. “Bad at Being Good”, probabilmente il pezzo migliore dell’album, vede Cleary sugl’altari. Chiude degnamente “Close Down the Blues Bar”, finalmente un vero Blues. Molti i punti buoni di questo “Bad at being good”: musicisti di grande esperienza e talento, chitarre non preponderanti, una versatilità che include radici Soul e Blues, annacquate nel Rock americano di qualità.
James ha una voce diversa, più fine, dai vocioni rasposi del Chicago Blues ma non per questo meno accattivante. Qualche dubbio emerge sulla registrazione, o sulla scelta del sound, quasi timido, come un cavallo a cui vengano tirate le briglia. Avrei lasciato più spazio a McKendree, un mago nell’accendere fuochi non fatui. Terry Wilson, talvolta accompagnato dalla James, e’ autore di tutte le canzoni: alcune sono molto buone, altre meno efficaci.
Luca Lupoli









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