The James Hunter Six

James Hunter, sessantatreenne di Colchester, Essex è attivo sin dagli anni Ottanta, quando calcava i palchi dei locali britannici col nome di Howlin’ Wilf & The Vee Jays  Il loro disco d’esordio arriva nel 1986 ed è già impregnato di soul e rhythm and blues classico, sonorità a cui rimane fedele per tutta la carriera.

Si può ben dire che il suo percorso sia stato caratterizzato da una lunga gavetta e il successo non sia stato immediato. L’esordio solista arriva nel 1996 con “…Believe What I Say” (Ace) ma dovrà aspettare altri dieci anni per allargare il proprio pubblico anche in America, grazie alla pubblicazione di “People Gonna Talk” (Rounder), persino candidato a un Grammy. Eppure, il suo talento era stato già riconosciuto da un fuoriclasse come Van Morrison, che lo aveva voluto con sè  nel bel Live “A Night In San Francisco” (tra gli ospiti figuravano John Lee Hooker, Junior Wells e Jimmy Witherspoon!) e in studio per “Days Like This.

La musica di Hunter si dipana da sempre guardando al decennio tra la metà dei Cinquanta e la metà dei Sessanta, molto ispirato a Sam Cooke, Jackie Wilson, Ray Charles, Jerry Butler, Hank Ballard o Bobby Bland. Lo aiuta una voce davvero malleabile  e  uno stile alla chitarra economo ma incisivo, memore dei tanti ascolti di Lowman Pauling (The 5 Royales), dichiaratamente tra i suoi preferiti. Tutte caratteristiche ben presenti anche in questo nuovo lavoro.

Qualche cambiamento nella line-up del suo gruppo nel corso degli anni non ha alterato l’impianto generale, una sezione ritmica precisa e dinamica, Myles Weeks (basso) e Rudy Albin Petschauer (batteria), tastiere e due sax, tutti al servizio delle canzoni. Hunter ha la capacità di scrivere cose che sembrano appartenere a decenni addietro, senza farsi mancare un tocco di umorismo british.

Prendiamo “Particular” una ballad notturna che non sarebbe stata fuori posto su un disco come “Nightbeat” di Sam Cooke o la deliziosa “One For Ripley”, indice della sua propensione alle canzoni d’amore.  “Two Birds One Stone”, diverte nel suo incedere, con un tocco latin soul che affiora anche altrove, fin dalle prime battute, la fanno assomigliare a qualcosa dei Drifters.

Altri momenti molto riusciti come la soffice “Here And Now” o “Ain’t That A Trip” un ritmato shuffle cantato di nuovo in duetto con Van Morrison, dopo trent’anni (l’irlandese era presente nel sopra menzionato album su Ace) Ma non c’è davvero nulla da scartare in “Off The Fence”, una conferma della classe e coerenza di Hunter, orgogliosamente fuori dal tempo e dalle mode.

L’album esce per la Easy Eye Sound di Dan Auerbach, pur essendo stato registrato agli studi Daptone in California, con la produzione di Bosco Mann alias Gabriel Roth, già al timone di ogni lavoro di Hunter a partire da “Minute By Minute” (Fantasy -2013).

Matteo Bossi

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