Selwyn Birchwood

Selwyn Birchwood- Florida Man

di Matteo Bossi

La nostra chiacchierata con Selwyn Birchwood, prima di ruotare attorno al suo nuovo lavoro, “Electric Swamp Funkin’ Blues”, appena uscito su Alligator, comincia con un battuta. Gli ricordiamo, infatti, come anche quest’album non sfugga ad una sorta di regola non scritta che vede un batterista diverso nel suo gruppo, per ogni pubblicazione. Una curiosa coincidenza, della quale ride lui per primo, “Vero, sembra sia proprio così…è per via dei tour, molti pensano di volerlo fare ma poi vai là fuori e sei in una città diversa ogni sera, lontano da casa e dalla famiglia e tutto il resto; alcuni scoprono che non fa per loro. Ma non so per quale ragione sia sempre il batterista!”

Questo nuovo album, fin dal titolo, “Electric Swamp Funkin’ Blues”, è una descrizione puntuale, quasi programmatica, della tua musica.

L’idea è proprio quella. Ho sempre cercato di trovare il mio suono…e con quest’album credo davvero di esserci riuscito. Questo è quel che sono. Quando ascolti la mia band, beh non credo ci sia un altro gruppo che abbia il nostro stesso suono. Ed è ciò che desidero. In alcune interviste, ormai dodici o quattordici anni fa, mi hanno chieseto di descrivere la mia musica in tre o quattro parole e dopo averci pensato per qualche secondo me ne sono uscito con electric, swamp, funk e blues…la uso da allora. Quando la gente mi chiede cosa suoniamo, rispondo blues anche se non rende del tutto l’idea. Piuttosto è qualcosa di unico all’interno del genere, centrato su scrittura ed emozioni, non solo un mezzo per suonare la chitarra. Non vedo l’ora che il pubblico possa ascoltarlo. Per me non ha molto senso cercare di copiare quello che suonavano gli artisti negli anni Cinquanta o Sessanta, mi piacciono molto, sono le fondamenta di quello che faccio ma l’emulazione è soltanto il primo passo, come quello di un bambino…dovresti andare oltre, essere in grado di creare qualcosa, innovare. E questo sento che manca al giorno d’oggi, c’è meno immaginazione e creatività. Ma il nuovo album è ben lontano da tutto questo.

Sei di nuovo il solo produttore di un tuo album, dopo un paio di dischi prodotti da Tom Hambridge.

Ho prodotto la maggior parte dei miei dischi…registravo le tracce base e la produzione qui in Florida e poi mandavo il tutto a Tom Hambride a Nashville, lui aveva alcune idee, ci lavorava su e cominciava il mixing. Il fatto di essere il solo produttore elimina alcuni filtri, in quest’album c’è il suono che avevo in testa mentre scrivevo queste canzoni. Lo abbiamo trasferito direi molto fedelmente sul disco. Penso suoni meglio di qualsiasi altro mio album e finchè ognuno è migliore del precedente posso essere contento. E questo è molto migliore.

Selwyn Birchwood

Selwyn Birchwood foto Philippe Prétet

Hai sempre posto attenzione ai testi delle canzoni, caratterizzate sovente da uno spirito di osservazione molto acuto su ciò che accade nel mondo. Qui ad esempio “All Hail The Algorithm”.

Sì, del resto la musica e il blues in particolare lo ha fatto per molto tempo. Ma è un’altra cosa un po’ strana in questo genere, siamo nel 2026 e qualcuno vorrebbe cantare di “getting behind the mule and plow” e di crescere in una fattoria. Amico, io non sono cresciuto in una fattoria e non fingo che sia successo, altrimenti diventa una specie di cosplay bizzarro, del tipo ora mi vesto da vero bluesman e canto del vero blues. Ma quello che viene fuori è una nostalgia forzata per un periodo del passato, una cosa non autentica che sembra una recita. Faccio del mio meglio per scrivere di ciò che conosco…e oggi succedono talmente tante cose che non so davvero perchè qualcuno si metta a cantare degli anni Sessanta a Chicago. Preferisco scrivere di quel che conosco. Non sono un tipo estroverso, osservo sempre quel che mi circonda e metto in musica le mie osservazioni, questo è il mio approccio alla scrittura.

Ci sono anche una paio di canzoni d’amore molto dirette, “Labour Of Love” e “Soulmate”.

Sì, penso che la buona musica debba farti provare qualcosa, essere felice, triste, folle…e questi sono due brani che hanno molto cuore, con cui il pubblico può trovare una connessione. Il mio obiettivo era scrivere qualcosa di cui la gente, ascoltandola, potesse dire, “oh, capisco perfettamente di cosa sta parlando”. La musica dovrebbe coinvolgerti, non restare qualcosa di sottofondo. Non sento una connessione con l’hip hop quando sento gente cantare cose come “ho tutti questi soldi, queste macchine e questi gioielli…” Io non avevo un soldo e proprio non mi andava di sentire le vanterie di qualcuno al riguardo. Ma col blues ho trovato canzoni che parlvano di essere innamorati di una donna che non mi ricambia o di aver perso una persona perchè se ne è andata col tuo miglior amico. Persino canzoni che parlavano di ubriacarsi o stonarsi come “Champagne and Reefer”. Sentivo un’affinità con queste cose ed è quel che ho provato a fare con la mia musica. Far sentire a chiunque ascolti che non siamo soli, abbiamo tutti in comune il vivere questa esperienza umana.

Tra quante canzoni hai scelto quelle che sarebbero finite sull’album?

Dipende…dico sempre che se sull’album ci sono dodici canzoni probabilmente ne ho scritte trenta, le invio all’Alligator e a Bruce ne piaccioni solo quindici! Sul disco ne possiamo mettere dieci o dodici e così restringiamo il campo. A volte le suoniamo per un anno prima di registrarle. A volte vai in studio con quella che pensi essere un’idea veramente buona ma non funziona come avresti voluto o a volte succede il contrario. Vai lì con un’idea che non pensi sia gran che e invece diventa la tua canzone preferita del disco. Devi lasciarle respirare, è un po’ come cucinare, ogni volta che fai una ricetta viene in modo un po’ diverso e poi quando la suoni per un anno diventa qualcosa di completamente differente.

Facendo un passo indietro, cosa ci puoi dire di “Old School”? C’è qualche ragione per cui non è uscito su Alligator?

Beh, pensavo fosse un gran disco, ma…Bruce lo ha detestato, perciò non ha voluto pubblicarlo. Però mi sono detto che anche se non era piaciuto a una persona, non voleva dire che il disco non potesse essere ascoltato. Dunque ho deciso di pubblicarlo da indipendente…non l’ho davvero promosso molto, lo vendo ai concerti e lo si può ancora ascoltare sentire su servizi streaming come Spotify e altri. Ci ho messo molta cura, ho coinvolto un gruppo di ragazzi che conosco, qui in Florida, che sono davvero bravi a suonare blues tradizionale. Mi è sempre piaciuto suonare con loro, mi consente, per così dire, di esercitare un muscolo diverso, quello dello stile tradizionale e non ho occasione di farlo così spesso. C’è qualcosa di magico quando sei con persone simili, è come parlare tutti la stessa lingua. Ho detto loro, sentite se prenoto del tempo in uno studio per vedere cosa ne verrebbe fuori, ci sareste? Ecco, come abbiamo fatto. Ed ho scritto la maggior parte di quelle canzoni mentre eravamo in studio. Penso ne sia scaturito un bel disco. Anzi in realtà sono al lavoro per rifare il mix e il mastering dell’intero album. Molte persone apprezzano ancora lo stile tradizionale, tanto che quando li incontro al tavolo dal merchandising dico preferite il blues moderno o quello della vecchia scuola? E molti dicono entrambi! E questo mi consente di tenere un piede in ambedue i lati, con la mia band sento che possiamo suonarli bene.

Avevi Bobby Rush come ospite proprio sul brano omonimo, “Old School”.

Sì, ho scritto quella canzone apposta per Bobby. Sono andato in aereo in Mississippi per fargli incidere la sua parte di canto e armonica. Ho persino inserito una citazione di un suo pezzo, “I Ain’t Studdin’ You”, un verso dice infatti, “everybody want to get lessons but they ain’t studdin’ none…” e vedere il sorriso sul suo volto! Perchè ha anche cercato di corregermi, mi ha detto, dovrebbe essere “they have studied any”. Ma no, gli ho detto, è proprio per citare la tua canzone! Allora si è appoggiato allo schienale ed ha fatto un sorriso enorme. Davvero forte. Ma sono molto felice di continuare a lavorare con Alligator, la squadre che hanno è fantastica e questo è il mio quinto disco con loro. Sono cresciuto ascoltando artisti Alligator e tuttora mi gratifica molto vederne il logo in fondo ai miei album.

Selwyn Birchwood foto Philippe Prétet

Come vedi la nuova generazione di artisti blues, ci sono molti venti/trentenni emergenti?

Penso che i ragazzi più giovani là fuori siano pieni di talento, almeno quanto quelli di qualsiasi generazione prececdente. Kingfish, D.K. Harrell, Sean McDonald, Jontavious Willis, Dylan Triplett, Buffalo Nichols, Stephen Hull, Marquise Knox…sono tutti ottimi musicisti e bello vederli. Io sono un po’ a metà strada tra generazioni diverse, guardavo gente come Kenny Neal, Bobby Rush o Buddy Guy. Ma c’è stato un periodo di blackout in cui il blues era meno visibile. Quando ero al liceo non era facile sentire blues a meno che non lo andassi a cercare da qualche parte. Andavo nei negozi di CD e la sezione del blues non era molto grande…era proprio difficile trovarli. Poi con internet e Youtube e l’accesso immediato a tutti i tipi di musica ha consentito alle generazioni più giovani uno sviluppo più rapido. E’ impressionante vedere quanto siano bravi alla loro età. Nemmeno oggi la gente  va in cerca di queste cose, dobbiamo andare sempre in tour a suonare e portargli noi la musica. Ma va bene così. Mi piace suonare dal vivo di fronte al pubblico e condividere la musica. Faccio del mio meglio per continuare a scrivere canzoni in modo che ogni volta che qualcuno mi ascolta dal vivo possa sentire qualcosa di nuovo.

Pensi che il successo di un film come “Sinners” possa aiutare?

Sì, perchè non vedi spesso questa musica nel mainstream e qui parliamo di qualcosa che non è soltanto mainstream ma anche un enorme successo, non può che far bene!


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