Roberto Formignani è un bluesman di Ferrara con un’importante carriera alle spalle, che ha recentemente pubblicato “202”, un album intimo e visionario: sembra quasi emergere una luce tenue, quella del tardo pomeriggio, quando le ombre si allungano e il blues quasi riassume tutto il proprio vissuto, con tante storie da raccontare. La lunga genesi di questo lavoro raccoglie vari spunti nati al volo, oppure colti per caso o magari scritti su un vecchio taccuino, poi rielaborati in studio di registrazione per delineare il nuovo viaggio musicale.
Che parte da lontano, da quegli “Early Fifties” dove l’ascoltatore è portato in un ideale ritorno ai primi tempi del rock’n’roll, con un suono limpido e swingante, un grande solo all’armonica, che profuma di juke joint e radio valvolari. Ma se ci fosse uno sguardo nostalgico questo è più un punto di partenza: “Dirty Road” si muove infatti su terreni più ruvidi, con un groove scalpitante a incorniciare la fatica e la tenacia del musicista contemporaneo; qui la chitarra di Formignani (che offre un gran bell’assolo) parla in maniera diretta e sincera, come apprezziamo d’altronde in tutto il resto del dischetto.
Ne sono chiari esempi la coinvolgente “The Blues Door”, piuttosto che “Running On The Mountain”, una corsa a perdifiato strumentale che mette in luce le qualità tecniche del chitarrista e che quasi evoca una colonna sonora suggestiva, dal grande senso di libertà. Sapori di West Coast emergono nell’altro strumentale “Sliding on The Blue Sunset” piuttosto che in “If You Want to Be my Friend”, nel quale la chitarra acustica disegna il terreno cui poi si sviluppano i suoi fraseggi elettrici, una scelta azzeccata che ascoltiamo pure in “Hey My Lord”, dal tono spirituale, quasi gospel, che ricorda come il blues, alla fine, sia sempre un dialogo con qualcosa o qualcuno più grande di noi.
L’intensità del suo sound emerge prepotente nel classico blues di “Like When I Was Young” come pure in “All In Vain”, dalla potente sezione ritmica, che regala un altro assolo da incorniciare. La sorprendente “Irish” spezza il percorso con ritmo e freschezza, mischiando un’eco di giga celtica alla fluidità improvvisativa del blues, testimoniando una volta di più la curiosità del nostro; ad essa segue la conclusiva “Refugiados”, ultimo strumentale la cui intensità emotiva è perfettamente delineata dal fraseggio del dobro sopra la delicata trama disegnata della chitarra classica, in una sorta di malinconia poetica ma luminosa. Il risultato complessivo è un album in cui si respira libertà e profondità, un racconto sincero in cui ogni brano apre una finestra differente sul mondo interiore e musicale di Roberto Formignani.
Luca Zaninello









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