Classe 1985, il cantante-chitarrista di Orlando Florida, sforna un altro album di grande intensità e originalità. Infatti, Birchwood puo’ essere riconosciuto immediatamente dall’ascoltatore, sia per la musica che per la voce, e anche per una passione per le tematiche religiose, affrontate con molta ironia. Il nostro Selwyn mette allegria con il suo misto Funk-rock e Rhythm and Blues, affogati in un denso brodo Swamp e conditi da un chitarrismo di primissima qualità. Alla voce, molto personale, i progressi dagl’inizi sono tangibili. Un musicista e compositore che cresce verticalmente. Anche i testi, seriosi e ironici, qualche volta tristi, lo alzano rispetto alla media generale.
Questo album, il suo quinto su Alligator, contiene anche un possibile hit, una canzone che ascolteremo molto in futuro: “The Church of Electric Swamp Funkin’ Blues” nel quale Birchwood fonde abilmente una prima parte funk-rock, una seconda più melodica che lancia l’assolo di chitarra e un finale quasi Gospel, con un testo assassino (… we don’t throw rocks but we get stoned…). Ma non è l’unico momento felice. L’epica “Damaged Goods” si trova da qualche parte tra ballata e Blues in minore, marcato dal “Call and Answer” tra Birchwood e i coristi, che dà un’impronta Gospel al pezzo.
“All Hail the Algorithm”, la constatazione che ormai comandano le macchine, vede l’organo di John Hetherton e i fiati di Regi Oliver in prima linea. Ma in questo mondo ormai disumanizzato c’è anche tempo per una ballata bella e delicata, “Labour of Love”, sulle gioie, e qualche dolore, di essere genitori, con l’assolo di un ispiratissimo Regi Oliver.
“Shouldve never gotten out of bed” un serrato blues marcato dalla lap steel, una specialità che Birchwood si porta dietro dalla gavetta con Sonny Rhodes. Il bollente slow Blues “Soulmate”, con la chitarra a metà tra Albert King e Gary Moore dovrebbe entrare, e forse succederà, sui manuali del Blues, sezione Blues lento. Ottima anche la voce. Niente di veramente nuovo in questo caso ma il tutto suonato e cantato terribilmente bene. Anche la solida “What I have been accused for” è un blues classico con lap steel e piano in superficie, come la ballata “Struggle Is Real”.
“Talking Heads” vede un bell’organo swingante dentro una ritmica funky. La band è composta dal collaboratore di lunga data Regi Oliver, presente in tutti gli album degli Alligator di Birchwood, ai sassofoni e flauto. Donald “Huff” Wright, un altro elemento stabile, suona il basso. Nuovi sono il batterista Henly Conley III, il tastierista John Hetherton e i coristi Brianna Luitzi e Taylor Opie, e Eli Bishop al violino, alla viola e al violoncello. Un album veramente buono, prodotto da Birchwood medesimo, un artista completo, visto che ha anche girato alcuni dei suoi video Non vorremmo mettere pressione, ma le aspettative su un musicista di questa caratura sono piuttosto alte, vista anche la giovane età, e un curriculum di tutto rispetto. … Sempre che non fondi la sua propria chiesa. “The music is the mission… It’s a creation of joyful jubilation.”
Luca Lupoli









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