Robben Ford – Sempre in evoluzione
di Matteo Bossi
Abbiamo avuto l’occasione di parlare con Robben Ford, il cui nuovo album, “Two Shades Of Blue”, appena uscito per Mascot/Provogue. L’album mostra Ford in ottima forma, ispirato dal compianto Jeff Beck a sperimentare con diverse band e direzioni musicali. Non c’è davvero bisogno di presentare un musicista come lui, sulla scena da così tanto tempo, con innumerevoli registrazioni sia da solista che con dozzine di altri artisti. E il suo rapporto di lunga data con l’Italia sta entrando in un nuovo capitolo: “Siamo in Toscana, siamo qui da due mesi per trovare un posto adatto…”, racconta lui, “ci siamo appena trasferiti nella nostra nuova casa qui. E sono davvero felice di questo nuovo album, probabilmente è tra quattro migliori che io abbia realizzato, mi sembra di aver superato alcuni dei miei altri lavori. Ed è una bella sensazione”.
Eri venuto in tour proprio in Italia nell’autunno del 2024 con Gary Husband, Darryl Jones e Larry Goldings e una parte di questo disco lo hai registrato con loro, ma altre canzoni le hai incise con la tua band inglese.
L’idea iniziale era di fare un tributo a Jeff Beck e dedicarlo anche ad Alexander Dumble (celebre costruttore di amplificatori per chitarra ndt). L’ho chiamato Two Shades Of Blue. Ho iniziato a scrivere musica strumentale e a lavorare sulla chitarra in un modo per me nuovo. Ed è stata una cosa nuova avere come ispiratore Jeff Beck invece di uno come Mike Bloomfield…alla fine non ho fatto un tributom anche se in passato con mio fratello avevamo inciso un tributo proprio a Paul Butterfield e a Mike Bloomfield sulla sua etichetta, Blue Rock’It. Ma trovare qualcosa di nuovo da fare sulla chitarra è stato eccitante. E usare una Stratocaster è stato fantastico, mi ci sono buttato.
Non è mai stato davvero una ispirazione stilistica, era un mondo a parte, distante dal mio modo di suonare la chitarra, ma è stato bello provarci. Con quella band, i Dragon Tales, abbiamo registrato circa 14 canzoni prima di venire in tour in Italia…ma soltanto tre di esse, dopo un’attenta analisi, ho ritenuto fossero all’altezza del disco. Sono rimasto un po’ deluso da quelle session, resta un mistero per me come mai non sia venuto fuori qualcosa di meglio in studio. In tour le cose sono andate bene, ma qualcosa non è scattato in studio. Abbiamo lavorato per cinque giorni interi, sempre in studio tutto il tempo…in ogni caso, dovevo fare altre registrazioni e allora sono andato in studio col mio gruppo inglese per incidere cose più nel solco di quello che suono di solito. È una blues band. Perciò sono due dischi in uno, invece dell’intento originario. C’è molta musica in quest’album e ne sono orgoglioso.
“Perfect Illusion” è un pezzo su cui avevi lavorato con Michael McDonald, lui ne ha persino pubblicata una versione su un EP qualche anno fa.
L’ho scritta io, non Michael, non ha avuto un ruolo nella scrittura, ma sì per un periodo di circa due anni abbiamo scritto e registrato insieme. E ho continuato ad aspettare che si decidesse pubblicare qualcosa me lui non faceva uscire nulla. Ho saputo da altre persone che Mike aveva quest’abitudine, lavorare cioè a qualcosa per secoli e poi non pubblicare niente, era un suo costume, mai capito perché. Ho mollato quel progetto dopo un po’, quando mi è stato chiaro che non ne sarebbe venuto nulla. Alla fine ha pubblicato quattro o cinque pezzi su Itunes o qualcosa del genere, ma a quando lui li ha mixati e pubblicati ormai non avevo più alcun coinvolgimento. Ma appunto è una mia canzone e la mia ragazza, anzi ora è la mia fidanzata, mi ha detto che dovevo proprio registrare “Perfect Illusion”, adorava quella canzone. Per me era molto diversa dal resto del disco, non ero sicuro di essere la persona giusta per presentare un pezzo del genere, non è simile a cose che faccio di norma. Ma sono contento di averla incisa, è venuta davvero bene e molte persone mi hanno detto che è il loro brano preferito del disco.
Ti ho sentito in passato suonare “Jealous Guy” dal vivo, mi ha ricordato in parte la versione che ne fece Donny Hathaway.
Beh, non so, sai lui gli ha dato un tocco reggae mentre sento che la mia versione è piuttosto un brano rhythm and blues. Non so come la vedesse Lennon, forse per lui era soltanto una delle canzoni che aveva scritto. Ma in effetti la prima versione che ho ascoltato è stata proprio quella di Donny Hathaway, non sapevo che fosse una canzone di John Lennon, mi è sempre piaciuta. Ho scoperto solo dopo che l’aveva scritta lui e quindi ho ascoltato la sua. Mi è sempre rimasta in testa. Una cosa che ho imparato, che un musicista potrebbe prendere come un consiglio o il frutto dell’esperienza, è che non puoi rifare quello che è già stato fatto da qualcun altro, non ha senso suonare una canzone di Lennon come la faceva lui. Se suoni una canzone devi trovare il tuo modo, la tua tonalità, il tuo tempo…devi pensare – OK, sto cantando questo pezzo ma non sto cercando di replicare quanto fatto da altri, nemmeno dall’originale. – Mi ci è voluto parecchio per impararlo. Un tempo se mi piaceva una canzone la mia cover la suonavo nella stessa tonalità o la cantavo come la cantava quell’altro tizio…sembrava la via giusta da seguire. E forse lo è quando stai imparando, ma poi arriva il momento per te di essere te stesso. Non faccio così tante cover come un tempo, mi piace scrivere la mia musica, ma quando trovo un pezzo che mi piace davvero e riesco a farla…sono contento di questa per esempio. Ho pensato anche ad altre ma mi sono detto no.
L’altra cover del disco, “Black Night”, come “Fool’s Paradise” che hai inciso in passato, faceva parte del repertorio di Charles Brown.
Ti dirò, in realtà “Fool’s Paradise” l’ho presa da Mose Allison…su “Talk To Your Daughter” ho inciso “Ain’t Got Nothing But The Blues” ed anche quella l’avevo presa da Mose. L’ho ascoltato molto, ha inciso un album intitolato “Mose Sings” che ho letteralmente consumato. Il mio cantato è stato molto influenzato da lui. Era talmente naturale, sembrava ti stesse parlando. La cosa divertente, non ci ho mai pensato davvero, ma i musicisti che mi piacciono, la maggior parte sono sassofonisti o la tromba di Miles Davis. Mi sono sempre piaciuti artisti che suonavano come se mi stessero parlando. Anche senza usare parole mi stavano parlando. Perciò ho preso quella strada, invece di sviluppare la mia tecnica al livello di altri, ma ho lavorato sul fraseggio, il suono, le dinamiche…
Un altro artista con questo tipo di naturalezza era Lonnie Johnson, al quale hai dedicato un omaggio sul tuo album “Pure”. Cosa apprezzi di Lonnie?
Beh il suo stile…era come se suonasse ogni volta la stessa canzone. Ascoltavi un suo album per intero e ti colpiva il suono della sua voce e della chitarra, non era mai troppo forte e nemmeno troppo lieve. E c’è qualcosa che mi piace molto in questo. Ricordi un mio disco intitolato “Bringing It Back Home?” Quello avrei dovuto intitolarlo – a tribute to Lonnie Johnson – perché se ci pensi era la mia versione di Lonnie. Usavo una chitarra hollow body, una Epiphone Riviera, senza overdrive, non suonavo troppo forte o troppo piano, un suono pulito, la chitarra direttamente nell’ampli…quella era l’atmosfera del disco. Così, quando abbiamo inciso l’album “Pure”, volevo un tributo ad uno dei miei eroi, è semplicemente un blues, un’improvvisazione…registrata in studio, solo chitarra, basso e batteria. Dopo abbiamo sovrainciso i fiati. E poi ho inciso nuovamente la mia chitarra dal vivo su instagram, si può vedere tutta la performance. È una sorta di live con il pubblico di instagram. Volevo incidere un tributo a lui semplicemente perché non lo ha fatto nessuno e nessuno parla di Lonnie Johnson, diciamo per accrescere la consapevolezza su Lonnie.
Lonnie è stato una grande influenza su B.B. King, un artista che hai omaggiato più volte negli anni. Hai scritto una canzone su di lui, “Riley B. King”, con Keb’ Mo’ e sei anche presente sul recente tributo prodotto da Joe Bonamassa. B.B. è stato una presenza nella tua musica fin dagli anni Sessanta.
Sì, andammo a sentirlo al Fillore o al Winterland quando avevo quindici o sedici anni, credo ci fosse le Electric Flag, la band che ero andato a vedere e B.B. King, ma non credo che lo conoscessi. E doveva esserci anche un gruppo d’apertura, credo fossero i Quicksilver Messenger Service. Bloomfield aveva ceduto il posto a B.B., lasciando che suonasse per ultimo. Lo introdusse lui e fu una folgorazione! Aveva quarant’anni e non aveva mai suonato prima davanti ad un pubblico di bianchi. Mio fratello dice che era al Fillore, io ricordi di aver visto B.B. al Winterland Autidorium. Ma Patrick è sicuro che noi fossimo là la prima volta. In ogni caso, fu probabilmente la più grande esperienza della mia vita fino a quel momento, la roba più straordinaria che mi fosse capitata. Possedeva una tale forza…è cominciato tutto in quel periodo.
Fu un momento cruciale per lui, ne ha parlato spesso in interviste, libri o film.
Sì! Pensava di essere nel posto sbagliato, la sala sbagliata, si disse, aspetta un secondo…è stato un momento folle e meraviglioso. Ho avuto la fortuna di incontrarlo, seppur brevemente anni dopo. Ero a un blues festival a Mexico City. C’erano Albert King, Albert Collins, Robert Cray, The Staple Singers….me ne stavo andando dall’area del backstage, dove c’erano questi cubicoli a disposizione dei musicisti, c’era un porta sulla destra ed io stavo passando quand’ecco apparire…B.B. King! Ti giuro che era enorme, sembrava grande come il sole…così dico, “Oh ciao B.B. sono Robben Ford”. In quel momento sul palco stava suonando Robert Cray. Lui prende la mia mano tra le sue e mi fa “Ciao Robben!” e poi aggiunge, “sembra stiano suonando proprio bene lassù, non trovi?” E fa una specie di danza muovendo il dito in aria…e se ne è andato. Sono sempre stato molto timidi davanti ai miei eroi. Non so come comportarmi con loro, mi verrebbe da dire, “non voglio importunarti, ma sono un tuo grande fan!”.
Cosa ricordi di Mavis Staples, con la quale hai inciso una versione di “Peace, Love And Understanding” su “Keep On Running”?
Beh, avevo registrato la canzone, l’arrangiamento e la traccia intera. E il mio produttore era amico di Mavis, aveva lavorato con gli Staple Singers, John…un inglese, non mi ricordo il suo nome ora.
Era forse John Wooler?
Esatto! Ecco, lui ha detto, “conosco Mavis Staples forse potremmo chiederle di cantare su questo brano”. “Certo!”, gli ho risposto. Mavis vive a Chicago, cosi lui l’ha chiamata e le ha mandato il nastro, registravamo ancora su nastro all’epoca e lei ha sovrainciso la sua parte vocale. E poi l’ho anche incontrata, lo stesso anno di uscita del disco, eravamo allo stesso festival in Australia, il Byron Bay Blues Festival. Un grande festival, ci hanno suonato tutti…quell’anno c’erano Bonnie Raitt, Keb’ Mo’ e anche Mavis. Ero appena arrivato e stavo per fare il check in all’hotel e l’ho vista arrivare camminando con una sua amica, sembrava fossero appena uscite dalla chiesa erano vestite di rosa, con un cappellino…e così le dico, “scusa Mavis, hai cantato su un mio disco” E lei, “l’ho fatto davvero?”, “Sì, mi chiamo Robben Ford, John Wooler ti ha contattato ed hai registrato la tua parte su Peace, Love And Understanding”. “Oh certo, mi è piaciuta la tua parte”, ha detto, “ed anche come suoni la chitarra!”. L’abbiamo vista lo scorso anno a Londra, è una di quelle persone speciali.
Hai suonato con molti dei tuoi eroi.
Non proprio…Jimmy Witherspoon era uno dei miei eroi ed ho suonato con lui quando avevo venti o ventun’anni. Miles Davis sì ovviamente era uno dei mie grandi eroi. George Harrison era il mio Beatle preferito da bambino, prima che iniziassi a suonare la chitarra, pensavo fosse forte…E poi ce ne sono stati alcuni altri. Nel mondo del jazz, in parte per via della mia collaborazione con Miles, ho finito per suonare con Joey DeFrancesco, Bill Evans, Michael Brecker, David Sanborn, un tipo molto riservato, ma avevamo un bel rapporto e se la musica fosse stata più aperta, avrei proseguito a suonare con lui. Miles Davis è stato iconico, il mio riferimento principale, per l’ampiezza delle sue influenze…il suo modo di suonare ovviamente, mio Dio…ma anche il suo approccio alla musica, sempre in cambiamento, sempre in evoluzione.
Di solito vedi qualcuno e dopo un po’ pensi, “Ok, ho capito quello che fa, va bene”. Però ad esempio ho visto The Who quando abitavo a Nashville, avevano un’orchestra sinfonica con loro, hanno suonato Tommy ed erano appunto gli Who, ma è stato solo uno spettacolo…come vedere una cover band, mi sono detto questi non sono The Who, per niente. E sono un grande fan di Pete Townsend, sono la mia rock band preferita, la scrittura di Pete, la voce di Roger Daltrey, erano un quartetto magico e ai tempi ogni disco era diverso da quello prima. Anche i Beatles erano così.
Accennavi prima all’aver adottato una Stratocaster per questo disco, che tipo di esperienza è stata?
Oh, richiede molto impegno. E ci ho messo molto di me stesso nella scrittura, la registrazione, il tour coi Dragon Tales…L’ho usata per alcuni pezzi nei concerti da allora, a volte facciamo ancora il tributo a Jeff Beck, dipende da chi c’è nel mio gruppo, Gary Husband suona ancora con me ogni tanto, ma da quando mi sono trasferito a Londra lavoro con almeno quattro batteristi diversi. Ho la sensazione, e un po’ mi rattrista, che la Strat non resterà, sarà qualcosa che ho suonato per un po’…verso la quale ho anche gratitudine, ma i miei interessi sono rivolti a cose nuove.
Voglio suonare nuova musica e vorrei che questa continuasse a cambiare. Ma sono anche abituato ad un certo tipo di chitarra, se me ne separo non è lo stesso…nessuno può essere Jeff Beck o qualcun altro. Beck era Beck, ha sempre suonato la Strat e lo faceva a modo suo. Un altro che la suona veramente col suo stile è Mike Landau, qualcuno potrebbe citare, a ragione, Eric Johnson, ma Mike la Strat la suona incredibilmente. E non suona come Jeff, è originale. Il secondo album dei Renegade Creation che abbiamo realizzato insieme, “Bullet”, è veramente buono. Con Mike ci siamo conosciuti quando lui aveva 21 anni ed io 28, mi è piaciuto subito e gli ho chiesto di suonare alcuni concerti con me. È uno dei miei chitarristi preferiti viventi preferiti, nessun dubbio. Mike e Kurt Rosenwinkel sono i miei preferiti. E Derek Trucks, così melodico e soulful.











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