Non vi aspettate nulla di particolare in questo disco di Studebaker John. Volevate le cover? Cercatele altrove. Volevate qualcosa di diverso dal buon vecchio Chicago Blues? Mi dispiace per voi. Qui non ci sono altro che pezzi originali, come ci ha abituato da oltre 50 anni il nostro Studebaker, e sudore e sangue che pompa nelle vene di chi è nato e cresciuto nella città del vento. E come in un ritorno a casa, John ci riporta a Maxwell Street, quartiere che frequentava da ragazzino, quando prese in mano a soli sette anni il suo primo strumento, l’armonica. Un insieme di piccoli momenti di vita quotidiana, ecco cosa di racconta in questo suo ultimo lavoro, dal tema sarcastico si “Wig Head Woman” al viaggio immancabile di “Freight Train”, fino a “This Lonesome Road”, un sentimento comune a molti artisti che in un momento della loro vita si ritrovano per forza ad essere vittima della solitudine, sempre a correre da un concerto all’altro. Quell’incedere lento, quasi in ritardo della batteria in “She’s Nice” ci rimette in equilibrio con il passare del tempo, che per uno scherzo della nostra percezione sembra quasi sempre andare ad una velocità diversa da quella desiderata. E il freno viene oltremodo tirato con l’attacco di armonica di “Stone Blind”, cantata appositamente con voce stentorea quasi sussurrata, e quasi percepiamo un sottile insano desiderio di riuscire in qualche modo a fermarlo quel tempo che scorre sempre troppo veloce impedendoci di fermare il famoso attimo. Il ritmo ritorna con “Shake That Thing” (qualunque riferimento sessuale è ovviamente perfetto) o “Do It Like You Should” per non trascurare “Jumpin From Limb To Limb” un piacevole strumentale che invita al ballo. Ma se dovessi dire, secondo me, quale sia la sensazione dominante di questo disco, come ci ricordano le bellissime “Sho-Enuff Did” o “Well Alright”, opterei per quel calore che lentamente ti pervade quando riesci a ritagliarti un pomeriggio di inizio estate da passare sdraiato sull’erba a prendere il sole e a guardare le nuvole in cielo, quella sensazione di non avere finalmente fretta e di potersi gustare il momento. Dopotutto “That’s What” (the blues is) come ci canta l’italoamericano Grimaldi, che di gusto musicale (e anche culinario) sicuramente se ne intende. Ancora una volta i “sapori” della tradizione si dimostrano un porto sicuro dove approdare. Grazie John Grimaldi per offrirci questo approdo quando ne abbiamo più che mai bisogno.
Davide Grandi










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