Può essere che un musicista mediocre suoni, anche a lungo, in un gruppo o con un leader per diverse ragioni, alcune nobili altre meno. Ma se hai suonato con Jimi Hendrix, Dave Mason, Stephen Stills, Joe Cocker, Bonnie Raitt, Buddy Guy, Etta James e Keb’ Mo’, giusto per citarne alcuni, significa che sei bravo, molto bravo. E’ il caso di Mike Finnigan che ha abbandonato questa vita terrena nel 2021, dopo una carriera da tastierista e cantante piena di soddisfazioni, inclusi un paio di Blues Awards conquistati con la Phantom Blues Band e Taj Mahal.
L’amico J.J. Blair ha deciso di finire quest’album omonimo, (uscito per Forty Below) che Mike stava incidendo prima di morire come riassunto di una vita passata nella musica. Un album postumo dunque al quale è difficile trovare difetti. Mike era infatti anche un gran cantante e qui rispolvera brillantemente alcuni brani poco conosciuti, e magari poco apprezzati, come la funkeggiante “My Credit Didn’t Go Through,” suonata da Freddie King in “Burglar” e “Fool For You” di Curtis Mayfield, due versioni sorprendenti ma soprattutto originali.
Non manca il Blues a partire da “20 Years of B.B.King,” scritta con Curtis Salgado, qui con Joe Bonnamassa alla chitarra che scolpisce un assolo bello e feroce poi duettando con Finnigan all’organo, e l’immortale “Don’t Answer the door” di Jimmy Johnson, dove si illustrano Blair e Josh Sklar alle chitarre, una versione stratosferica, che Finnigan nobilita con un assolo da manuale del Blues. Su una canzone del 1933, oggi la si qualificherebbe come sacred soul, portata al successo da Aretha Franklin, “It ain’t fair”, Mike da’ prova delle sue grandi capacita’ vocali, confermandosi in “She’s not just another woman”, probabilmente un omaggio a Joe Cocker e Dave Mason.
Improvvisamente si piomba nel mondo Little Feat con “All That You Dream” con Stephen Stills alle voci. Lo stile Mad Dogs and the Englishmen riaffiora in “Lay around and love on you” mentre “Let that Liar Alone” è un gospel di Sister Rosetta Tharpe. La triste ballata di Merle Haggard “Sing Me Back Home” chiude un album postumo nel quale non c’è una sola nota superflua. Troverete sicuramente Finnigan in qualcuno dei vostri dischi ma vale la pena ricordarlo anche per queste tracce, dei veri gioielli, che ha lasciato tra una sgasata di Hammond e molto Soul.
Luca Lupoli










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