Nell‘intervista realizzata qualche settimana addietro, lo stesso Chris O’Leary ci ha raccontato la genesi di questo suo nuovo album, il secondo su Alligator, dopo i positivi riscontri raccolti da “The Hard Line”. Registrato in buona parte agli studi Greaseland di Kid Andersen, un luogo diventato tra i più apprezzati e richiesti per incidere dischi da parte di musicisti non soltanto di blues. Questo per un insieme di fattori non sempre riscontrabili altrove, basta ricordare i pareri entusiasti di tanti artisti che hanno lavorato lì ad un proprio progetto negli ultimi quindici anni o alle produzioni della Little Village, molto spesso ivi realizzate.
Nel caso di O’Leary, era giunto a San Jose col suo gruppo di tre elementi, il chitarrita Pat O’Shea e la solida sezione ritmica formata da Chuck Cotton (batteria) e Shiela Klinefelter (basso), prevedendo poi le finiture successive di vari altri amici / ospiti. Assieme a loro ha gettato le basi per un disco di schietta matrice tradizionale, forse anche di più rispetto al precedente, radicato lungo l’asse costituito dalla voce potente del leader e la sua armonica “cottoniana”.
Non si pensi ad un album monodimensionale però, O’Leary sa variare quanto basta tempi e atmosfere per evitare di incorrere in questo rischio. Sul versante Chicago, fornisce ampia prova di solidità nello slow blues “Nothing But A Memory”, scandito sulla classicità di Muddy Waters, veicolo ideale per gli interventi alla slide di chi è stato al suo servizio per anni, ossia Bob Margolin. Mentre “One More Cup Of Coffee” vede la partecipazione di Lil’ Ed Williams e corrisponde perfettamente alla tipologia di brani tipici dei dischi di quest’ultimo alla testa dei suoi Blues Imperials, con gran divertimento e l’energia fornita da qualche tazza di caffè all’italiana.
Altrettanto a loro agio O’Leary e i suoi lo sono in “One Way Street”, in cui l’ambientazione sonora si sposta verso New Orleans e i suoi ritmi sincopati, con azzeccati interventi delle tastiere (Bronson Hoover) nonché di tuba e trombone, entrambi suonati efficacemente da Luke Kirley. E soprattutto in “Daddy Was A Wolfman” una sorta di incrocio tra Delbert McClinton e Tony Joe White, ispirata, come ci ha raccontato, alla vita del nonno. Senza avere la pretesa di rinnovare o reinventare un genere, Chris firma un album di ruvida consistenza, come un artigiano, un colletto blue appunto, suggellato anche da”How’d I Ever Get Along”, slow pianistico, con ancora un bravo Hoover o la solida “Lady Luck”, quest’ultima fa pensare più che a James Cotton a Kim Wilson, con o senza i T- Birds.
Matteo Bossi








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