Chris O'Leary

Blue Collar Blues

di Matteo Bossi

Il precedente album “The Hard Line” segnava un nuovo capitolo del percorso musicale di Chris O’Leary,  il suo seguito, “Blue Collar”, in uscita ancora per Alligator, lo coglie in un buon momento, sebbene, ci racconta all’inizio della nostra conversazione abbia dovuto affrontare qualche problema alla voce. “Sì, sto bene ma ho avuto problemi alla voce, noduli…ho dovuto prendere una pausa. Ma ritorno a suonare dal vivo questo venerdì, appena in tempo per la pubblicazione de disco. Ricomincio in un club di D.C., Madam’s Organ, è un bel posto, sempre pieno, suoniamo tre set da 70 minuti, ci sono persone di tutti i tipi, bianchi, neri, giovani, vecchi, ragazzini ubriachi…Grazie al cielo non mi sono dovuto operare, mi hanno soltanto raccomandato un periodo di sei mesi di stop. Ora mi sento molto meglio, ma mi sono spaventato, lo ammetto. Ho dovuto anche cancellare un tour europeo, due settimane in Francia, Olanda, Germania e Copenhagen, ma sono stati tutti molto comprensivi”.

“Blue Collar”, è il tuo secondo album per Alligator, il primo ci sembra sia andato bene, come una ripartenza per te.

Sì, sono finalmente con un’etichetta che mi promuove…essere con Alligator è un sogno, la cosa migliore che mi sia successa musicalmente dai tempi con Levon. Tutti i miei eroi erano su Alligator. Per le registrazioni di questo disco, eravamo in tour sulla West Coast, avevo tre giorni liberi, ho parlato con Bruce Iglauer e lui mi ha detto, “prendiamoci questi tre giorni, lasciami contattare Kid per vedere se ha tempo”. Così ha fatto. Gli astri si sono allineati, ho sempre voluto lavorare lì. Siamo arrivati e abbiamo lavorato tre giorni e tre notti a Greaseland, Kid è stato fantastico, pieno di idee, davvero divertente, ti mette a tuo agio. È proprio un bel posto per creare musica. Per esempio, stavamo suonando questo slow blues tradizionale, volevo un suono di quel tipo e Kid ha preso una chitarra dal muro, l’ha collegata ad un vecchio twin Fender e come per magia ne è venuto fuori il suono di T-Bone Walker. C’è tutto quel che serve per fare un bel disco di roots music.

 Vuol dire molto aver quel tipo di studio e di libertà di essere te stesso.

Sì, tutti suonano come sè stessi e non come lo studio in cui stanno registrando. E come la miglior versione di sé stessi. Kid tira riesce a tirar fuori il meglio dalle persone. Ed è un processo facile, siamo tutti nella stessa stanza, facciamo poche take….ho fatto qualche piccola sovraincisione quando sono tornato sulla East Coast, un paio di parti vocali, ma la maggior parte delle tracce le abbiamo realizzate in quella stanza con la mia road band, alla vecchia maniera e questo mi piace.

Come hai scelto le canzoni del disco, essendo uno autore prolifico avrai avuto parecchio materiale da cui attingere.

È così, ma è la mia vita, ed è stata una vita folle…se fossi un pittore avrei una tavolozza enorme da utilizzare per dipingere…mi sono successe molte cose che sono state di ispirazione per le canzoni. Mi sono sposato e ci siamo trasferiti a Virginia Beach, sulla East Coast, ho ottenuto l’affidamento dei miei figli, abbiamo unito le nostre famiglie…la mia vita va bene, per la prima volta da tanto tempo a questa parte. Non sono più un ufficiale di polizia, suono musica per vivere e sono con la miglior etichetta di blues al mondo, lavoro con Bruce Iglauer. Perciò, credo il disco rifletta tutto questo, non è scuro come il precedente. E di certo lo è molto meno dei dischi che ho inciso per American Showplace, ma allora la mia vita era diversa. Scrivo di quello che conosco, non sono il tipo che sa calarsi nei panni di qualcun altro…guardavo un’intervista con Bruce Springsteen e diceva appunto, “non sono mai stato uno che pilota di auto, non ho nemmeno mai lavorato in fabbrica dalle nove alle cinque, né fatto accordi nell’East Side di New York per avere qualche soldo da portare a casa…” Ma per qualche ragione riesce a mettersi nei panni di queste persone e scriverci una canzone. Io non ci riesco. Se scrivessi di qualcosa di cui non ho avuto esperienza e non mi è successo, mi sembrerebbe finto.

Come dicevi, hai avuto una vita piuttosto intensa.

Oh mi ha fornito un sacco di materiale su cui scrivere. Prendi “Bad Decisions”, quella canzone è vera al 100%, bene e nel male. Mentre “Daddy Was A Wolfman” non è in realtà su mio padre, che è una persona amabile e responsabile, bensì su suo padre, mio nonno. Era un musicista, negli anni Venti faceva parte di una band di ragtime/dixieland e andavano in giro a suonare per tutta la East Coast. Era il classico irlandese bevitore incallito. Poi ha incontrato mia nonna, che era considerevolmente più giovane e si è per così dire sistemato, hanno avuto otto figli. Ma questo era ciò che facevano i cattolici irlandesi all’epoca. Ma era uno a cui piaceva divertirsi, non ha mai mancato un giorno di lavoro ma non ha mai nemmeno mancato un’occasione di divertirsi coi suoi amici al bar. La canzone è scritta dal punto di vista di mia nonna, una santa, Dio l’abbia in gloria, che si è dovuta occupare di otto figli mentre il padre passava ogni serata al bar. Come spiegava dove fosse il papà? Così mi è venuta in mente questa cosa, “papà è un lupo mannaro e quando c’è la luna piena si trasforma…”

Chris O'Leary

Chris O’Leary

La canzone mi ricorda un po’ lo stile di Tony Joe White.

Oh, sì mi piace molto “Polk Salad Annie” e la versione di Brook Benton di “Rainy Night In Georgia” è una delle mie canzoni preferite. In effetti il pezzo ha questo suono rilassato, come anche J.J. Cale…era quello che cercavo di ottenere. Il mio chitarrista Pat ha trovato quel giro con la chitarra e quando sono rientrato sulla East Coast il mio amico Greg Gumpe, ha suonato su tutti i miei dischi, ci ha messo una parte di slide. Il mio batterista Chuck ha fatto un gran lavoro, è un tipo funky.

Queste canzoni le avevi provate con la band immagino ma poi in studio alcune hanno preso una forma differente?

Sì, è proprio quello che è successo. Avevamo un’idea di dove sarebbe andata la canzone, avevo in testa il tipo di strumentazione, il feeling…persino un arrangiamento, ma poi, anche se Kid era lì come ingegnere del suono, non come produttore, mi diceva, “forse vuoi provarla così…”, è stato di grande aiuto, insomma, e le canzoni hanno preso vita propria. Quel posto tira fuori da te le cose migliori.

Poi ci sono un paio di amici/mentori come Bob Margolin e Lil’ Ed come ospiti.

La canzone “One More Cup Of Coffee” l’ho scritta pensando a Ed! Quando ero un ragazzino, avevo tredici anni ed ero al liceo, c’era un club  ad Albany, New York, dove ho visto James Cotton. Una settimana dopo, ci ho visto J.B. Hutto ed era accompagnato dalla vecchia band di Hound Dog Taylor, cioè Brewer Phillips e Ted Harvey. Ero già un fan di Elmore James ma grazie a quella sera ho ascoltato Hound Dog e mi sono poi appassionato alla musica di Ed quando ho saputo che era il nipote di J.B. Hutto. È una sorta di linea, da Robert Johnson a Elmore James  e Hound Dog…adoro lo stile di Lil’ Ed. Quando ho sentito la prima volta “Icicle In My Meatloaf”, la prima canzone che ho sentito di Ed, l’ho adorata, questo sono io, ho pensato. Ho detto a Bruce, “avrei questa canzone, un rocker nella tradizione di Lil’Ed…” e lui ha replicato, “posso dire a Ed di venire a suonarla, ne sarebbe contento”. “Fallo, per favore!” E così Ed ha registrato la sua parte a Chicago con Bruce in studio. Mi hanno mandato un paio di take ed erano perfette,  esattamente come me le aspettavo.

Bob è mio amico dai tempi con Levon, si è preso cura di me. Quando mi è ritornata la voce è stata la prima persona che ho chiamato. Abbiamo registrato questa canzone, , “Nothing But A Memory” per il primo album su Alligator, ma Bruce ha detto, “senti, questo è un pezzo che rappresenta bene la tradizione del blues di Chicago degli anni Cinquanta, alla Muddy Waters…ma questo è il tuo primo disco con noi ed è meglio dare alla gente un’idea di quello che sei. Riescono a sentire le tue influenze, credimi”.  Ed è così, se mi ascolti suonare l’armonica per un secondo capisci subito che il mio riferimento è James Cotton. Io sono questo. “Perciò”, ha detto, “teniamola da parte”. Lo abbiamo fatto, ma quando è arrivato il momento di realizzare questo disco ho voluto rivisitarla. Ho chiamato Mike Law a suonare il contrabbasso, ora suona con Darrell Nulisch, ho fatto un assolo di armonica alla Cotton ed ecco il pezzo. L’ho rimandata a Bruce e a quel punto ha detto, “sì, è il momento giusto.” Voglio bene a Bob, gli devo molto. Nessuno suona lo stile di Muddy come lui. Mi ha portato su alcuni tour commemorativi di The Last Waltz, poter suonare con Bob è una vera fortuna.

 Artisti come Bob, Lil’ Ed o Billy Branch ormai fanno parte della vecchia guardia.

E all’epoca erano ragazzi! Con Levon suonavamo lo stesso tipo di canzoni, perché adorava Muddy, aveva partecipato al Woodstock album…se andavi a casa sua, in questa piccola casa in pietra accanto al Barn, sul caminetto c’era solo una foto di Levon e Muddy. Non Van Morrison, Bob Dylan, Neil Young, tutti quelli che erano in The Last Waltz o gli artisti che hanno suonato con The Band nel corso degli anni, solo Levon e Muddy. Quelle erano le sue radici. Mi manca. Robbie se ne è andato e poi Garth, è la fine di un’era. The Band ha letteralmente inventato quella musica che ora è ovunque. Garth suonava come Garth, era come suonare con Sun Ra…a volte dovevi solo sederti ed osservare, perché la musica andava per territori che non ti saresti aspettato. Quando ero con Levon eravamo una band tradizionale, ma quando Garth suonava con noi ci sono state alcune serate incredibili, folli. Una sera Garth era all’organo e Bernie Worrell dei Parliament Funkadelic al clavinet! Fu surreale. Ci sono state altre serate del genere, in cui non sapevi mai chi sarebbe venuto sul palco a suonare con noi, ed ero inesperto, conoscevo solo un tipo di musica, il Chicago blues suonato tra il 1951 e il ’61 ed era tutto, in pratica. Ma a Levon piaceva, gli piaceva suonare blues.

 La scorsa volta avevamo parlato di New Orleans, questa volta hai un brano con l’accordion suonato da Wayne Toups.

Un’altra bella storia. Quando ho scritto la canzone avevo in testa un’atmosfera da Gulf Coast, un po’ zydeco. Kid ha trovato un accordeonista, uno che aveva suonato con Elvin Bishop e ha suonato alla grande, ma quando sono tornato a casa e l’ho riascoltata mi sono accorto che non era esattamente quello che cercavo. Volevo meno parte di assolo e più ritmica, ma non volevo disturbarlo per fargliela rifare a San Jose. Ho provato un tizio del posto ma non ha funzionato. Quando stavo per abbandonare l’idea dell’accordeon, ne ho parlato col mio chitarrista Pat, che era con me nel gruppo di Levon e lui mi ha detto, “perché non chiedi a Wayne Toups?”. Wayne suonava nel club dove noi eravamo la house band a fine anni Novanta, ed essendo una leggenda nella Gulf Coast infiammava letteralmente il locale, ma sapeva anche ridurre la musica a solo lui e il suo accordion. Ha anche vinto dei Grammy. Pat ha guardato il suo sito e mi ha detto, “questo è il suo contatto, tieni”. Non lo avevo mai incontrato, forse ci eravamo salutati, tutto qui. Gli ho scritto una mail, pensando che sarebbe finita al suo manager, dicendo, “sto facendo questo disco, vi manderei questa canzone, penso che Wayne potrebbe fare un grande lavoro”. Mezz’ora dopo ricevo una telefonata. Pensavo fosse il manager, invece mi dice, “No, sono Wayne, vorrei davvero farlo.”  Mi ha mandato due take ed erano perfette. Ho imparato una lezione, non lo sai davvero finché non chiedi. Per il prossimo disco se ho un pezzo in stile New Orleans chiederò a Jon Cleary di suonare il piano! Nessuno lo fa come lui, probabilmente la sua è la mia band preferita.

 Il titolo del pezzo è “Live Baby Gators”.

Sei mai stato in Florida? Beh, se dovessi andarci è piuttosto piatta,, ma nella parte settentrionale dello stato, vicino al confine con la Georgia cominci a vedere questi cartelli folli che ritraggono un alligatore con un pannolino e la scritta “live baby gators”. È una trappola per turisti, ce ne sono dappertutto. E sarà stato dieci anni fa ho visto questi cartelli e pensato che avrei potuto scriverci una canzone. Alla fine l’ho fatto ed è venuta fuori una storia alla Delbert, lui scrive cose del genere. All’inizio era un pezzo rock ma poi si è trasformato in un festoso brano zydeco, sono stato contentissimo che Wayne sia riuscito a suonarci. Abbiamo anche inciso un altro pezzo stile New Orleans, “One Way Street” e volevo finisse con solo le percussioni e i fiati. Mi servivano una tuba e un trombone. Kid Andersen ha detto, “aspetta”. E ha trovato questo tizio di San Jose che ha fatto entrambe le parti e in una sola take.

Chris O'leary

Chris O’leary

Chi altro ci sarebbe su una ipotetica lista di artisti con cui ti piacerebbe collaborare?

Direi Warren Haynes, mi piace molto, ho suonato con lui un paio di volte nei tour Last Waltz…mi piacerebbe registrare qualcosa con lui. Credo che sia molto soulful, sa suonare rock coi migliori ma quando lo senti fare una canzone di Otis Redding ti può portare alle lacrime. Un tesoro. Altrimenti, molti dei musicisti con cui vorrei suonare sono morti. Come Jeff Beck, l’ho incontrato una volta a New Orleans, uno dei miei chitarristi preferiti in assoluto. Aveva il suo stile, del tutto personale, ma se gli chiedevi di suonare blues o rockabilly non era secondo a nessuno. Adoro il disco che ha fatto coi Big Town Playboys.

C’è qualche possibilità di veder pubblicato parte del materiale che avevi registrato con Levon, come è successo per le sue incisioni con Mavis Staples?

Un giorno, chissà, so che sono negli archivi su al Barn, sono in contatto con sua figlia Amy, glielo chiederò. Levon adorava Mavis, come tutti del resto. È una di quelle persone che ha una luce, un’aura, quando entra in una stanza trasuda felicità e sono pochissime le persone così che ho incontrato, è rarissimo.

 Come hai scelto il titolo “Blue Collar”?

È un’idea di Bruce. Avevo scritto una canzone più in stile Americana che blues, volevamo metterla su questo disco ma essendo più tradizionale del precedente, alla fine non l’abbiamo inserita. Parlava di quando ero un poliziotto ed ero in un sindacato. Abbiamo iniziato a scambiarci idee e lui è venuto fuori con “blue collar”. Ha a che fare con la persona che sono, col mio passato, essere stato un marine, un sergente, un poliziotto…sono un colletto blu, lavoro con le mani, conduco una vita semplice, niente di lussuoso. Appena lo ha detto, ho pensato, “è proprio così”. Aveva già pensato anche alla copertina…ecco come funziona la sua mente, d’altra parte non è certo il suo primo rodeo! È un tipo straordinario, mi dice, “alla maggior parte della gente devo chiedere di essere più loquaci, con te è l’opposto”. Le parole mi vengono fuori facilmente quando scrivo, ho parecchie cose che mi girano per la testa.

Come lavori alla scrittura di solito?

Parto da un’idea e quasi sempre dal testo, molto raramente inizio a scrivere una canzone a partire da un motivo musicale. Cerco una frase, qualcosa che racchiuda la canzone. Parto dal testo e lo elaboro da lì. E poi cerco di abbinarlo ad un certo tipo di groove, il mio vecchio pianista, Brooks Milgate, era molto bravo in questo, se andavo da lui e gli dicevo, “amico ho una canzone stile New Orleans, mi serve un groove alla Huey “Piano” Smith…”, Brooks mi mandava una traccia in cui suonava esattamente  quel che gli avevo chiesto. Lavoro sulla combinazione tra il groove e il testo che è in genere su qualcosa che mi è successo ho di correlato a me in qualche modo. Ne faccio una versione base con la chitarra e la mando ai ragazzi della band.

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