joe bonamassa

Sembra l’anno di Joe Bonamassa, il 2026! Il chitarrista, che già aveva coordinato un imponente progetto dedicato ai cent’anni di B.B. King, radunando decine di musicisti per il “Re” (“BB King Blues Summit 100”, dello scorso febbraio) se ne esce infatti di recente con una sua pubblicazione live, stavolta in prima persona, in onore del grande Rory Gallagher, a trent’anni dalla sua scomparsa. Era il 14 giugno del 1995, in effetti, che il bluesman irlandese ci lasciava per quell’eterna jam session lassù in alto coi grandi, e Bonamassa non perde il colpo, dedicandogli due serate, l’1 e il 2 luglio 2025, proprio a Cork, per quell’evento detto “Live At The Marquee”: una serie di concerti estivi in un grande teatro – tenda nella città irlandese, inevitabilmente al limite della capienza.

Praticamente “a casa” di Rory, se contiamo che è là che visse e dove acquistò la sua mitica e vissuta stratocaster, al Crowley’s Music Centre in Cork, nel 1963. Così, quasi ad un anno esatto dalle serate per Rory, quest’uscita estiva ne celebra lo spirito con cui lo stesso Bonamassa le ha vissute, senza voler rifare semplicemente delle canzoni, ma rielaborandole a suo modo in segno di omaggio nella patria del “bluesman bianco con la camicia a quadri” – come lo definì Fabio Rossi, nell’unica biografia italiana ad oggi dedicatagli. Non indossa camicie a quadri invece Bonamassa, ma un abbigliamento più elegante e anche se l’abito non fa il monaco, una differenza, metaforicamente parlando, sembra stare già qui. E’ la stessa che ci passa, simbolicamente, in quel ch’ erano i pezzi e lo stile di Rory, e la proposta, come pure lo stile, di Joe Bonamassa.

Non spicca difatti a mio avviso, Mr. Joe, per una particolare personalità chitarristica, ma come puntuale esecutore, bravo interprete, nonché attento divulgatore, cogliendone in questo modo anche un’ottima occasione di valorizzazione del suo lavoro di musicista. E in ciò gliene rendiamo merito, con questa scaletta messa assieme dai concerti irlandesi per “The Spirit Of Rory” con una band di tutto rispetto, cui “Bonamax” sa dar spazio, qual ottimo mastro-cerimoniere, sicché non siamo che a confermarne un’apprezzabile rivalutazione del suo ruolo, non guitar – hero borioso perciò, ma buon direttore artistico.

Quale chitarrista poi non vorrebbe iniziare un concerto con quel lungo fraseggio preparatorio che fu della mitica traccia d’apertura all’imprescindibile “Irish Tour ‘74”: quella “Cradle Rock” sparata a zero sulla folla e accoglienza da star che il pubblico non disdegna affatto anche qui, ad omaggiare il regalo di un ospite, riproposto col dovuto rispetto di chi dice: – “permesso” – entrando in casa d’altri. E Bonamassa sente il peso della responsabilità, nel rifare Rory a casa di Rory, facendo largo ai comprimari ch’ebbero un ruolo in quella storia. Come quando sentiamo la potentissima “Bullfrog Blues” che chiudeva l’altrettanto mitico “Live In Europe ‘72” e ritroviamo da alcune immagini on line del più attuale concerto ancora lo stesso Gerry McAvoy, che accompagnò Rory al basso per dieci anni e così in quel medesimo e storico tour europeo che lo elesse allora miglior chitarrista dell’anno, secondo il Melody Maker.

“Cosa si prova ad essere il più grande chitarrista del mondo”? – chiedevano ad Hendrix, e lui – “ chiedetelo a Rory Gallagher”! – rispondeva, piccato. Ascoltatevi allora i pezzi selezionati per quest’album dal vivo (credo che Bonamassa ne dia una selezione davvero tra le migliori) già testati da Rory nei suoi più bei dischi – concerto e non potremo che fruire della scelta.

C’è la favolosa “A Million Miles Away” che commuove al ricordo delle scene del film di “Irish Tour ‘74” dove Rory camminava lungo il fiume a Cork, firmando compiaciuto un autografo a un passante: Joe ne regala un’interpretazione personale molto intensa, complice il controcanto di Jade Mac Rae; così “As The Crow Fly”, già di Tony Joe White, allora magistralmente resa da Gallagher e qui ripresa dal Bona’, nelle mani la vera National Triolian resofonica di Gallagher del 1930. Se poi il più selvaggio spirito gallagheriano è forse nelle cover rese dalla Zac Schultze Gang, poco importa. Bonamassa non sfrutta la sua celebrità chitarristica solo per apporre la sua firma su alcuni modelli di chitarre, ma rivela qui il lato più sincero della sua “mission”, con buona pace di chi lo critica. Compreso il sottoscritto.

Matteo Fratti

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