Proponiamo di seguito una doppia recensione del nuovo lavoro dei GA-20 con uno dei nostri beniamini, Charlie Musselwhite, per un disco in cui c’è una collaborazione tra generazioni, abbiamo messo una prima recensione redazionale e la seconda, di un nostro nuovo collaboratore. Stante la differenza anagrafica dei loro autori, queste analisi avrebbe potuto tradursi in letture anche piuttosto distanti tra loro. Così non è stato ed è senz’altro un’attestazione di merito per questi artisti e un segno della riuscita della loro collaborazione, nonché una prova che l’età non conta quando la passione unisce.
GA-20 with Charlie Musselwhite- Blue Now
Che i GA-20 fossero una garanzia, lo sappiamo da tempo. Da quando probabilmente, Charlie Musselwhite andò in tour con Ben Harper, e Matt Stubbs, il suo chitarrista, colse la parentesi per dare sfogo a un progetto di torrido blues di (e alla …) Hound-Dog Taylor, con Pat Faherthy e Tim Carman alla batteria: formazione “low-fi” a due chitarre e lancinante slide su treno di tamburi. La ricetta non si cambia, ma le vicissitudini del trio vedono oggi il solo Stubbs depositario del nome, mentre alla slide sopraggiunge il comprimario Cody Nilsen, voce e chitarra, e Josh Kiggans alla batteria. L’armonica del vecchio Charlie impreziosisce il lotto, a chiudere il cerchio, come a dire: “dove eravamo rimasti” – che tutto torna al punto di partenza, consolidando frutti e radici, padri e figli, maestri e discepoli, come si conviene al blues. Basti tutto questo qual tradizione e modernità, attestazione di un passaggio di testimone che pure non avrebbe avuto bisogno di conferme, per chi avesse già ascoltato i GA-20.
Ma vale anche per questa “mark – 2” o seconda line-up della band, che integra pure il bassista Marty Ballou in una resa più consueta dei brani in scaletta, che valorizza al contempo il loro sound e le ance del vecchio Charlie, mai backing – band al cospetto di un “padre” del blues, quanto piuttosto comprimari sullo stesso “palco”. Mai “galli nel pollaio” ma “cavalieri nella tempesta”, in un che di figurato a dirci che i “ragazzi” (e qui sono tutti “ragazzi”) giocano d’equilibrio, non competono l’uno con l’altro nei loro solismi, ma “cavalcano” insieme il suono di Chicago, che Musselwhite visse in prima persona (da che lo racconta in “Strange Land”, qui ripresa dal suo debutto del 1967, “Stand Back!”) fino ai più consueti cavalli di battaglia, come l’immarcescibile “I Can’t Hold Out” di Elmore James.
Come non ricordare infatti la selvaggia esecuzione che Jeremy Spencer sciorinava sul pubblico nella trilogia live del Boston Tea Party dei Fleetwood Mac: eccola, banco di prova che ci riascoltiamo per prima, anche se il “Blues ora…” (e per sempre!) che zio Charlie e compagni sfoderano qui in una decina di tracce, già l’abbiamo promosso ad un ascolto sparato in macchina alla prova dell’autostrada, nel torridume d’un pomeriggio estivo sulla traiettoria di ritorno da una vacanza.
Non c’era Musselwhite, coi cugini brit-blues su quei palchi americani (e nemmeno un’armonica) ma non è anacronistico pensarlo, allorché collaborazioni come quella di “Blues Jam At Chess” furono spesso reali e ben accolte. Ma sporca ed altrettanto elegante quanto Chaplin nel “The Kid” ne è la resa qui proposta, satura come in un juke-joint dai soffitti bassi. Ci piace segnalare inoltre quanto, mai monotoni, i pards sappiano regalarci anche umori come di un ballo di fine estate, pare persino una dichiarazione d’intenti su “I’ll Change My Style” di Jimmy Reed.
Così, esercizio di stile e al contempo innesco di un ballo irrefrenabile, è la strumentale “Universal Rock”, scatenato swing a firma Earl Hooker e Junior Wells; “Stroll Out West” invece, uno stomp da fare invidia ai Black Keys, guanto di sfida a chi sappia rendere al meglio il lascito di vecchi maestri. A proposito, non poteva mancare in chiusura un’altra “chicca” dell’esordio di Musselwhite, quando fece di “Cristo Redentor” un suo “best” all’armonica, magistrale interpretazione d’uno strumentale jazz di Duke Pearson. Non serva altro, a testimonianza che un blues così, nelle mani di ieri e di oggi, l’abbiamo già detto: è ora… e sempre!
Matteo Fratti









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