Orchestral Dreams
di Matteo Bossi
Avevamo parlato con Warren Haynes un paio d’anni addietro (leggi qui), quando stava per pubblicare il suo album solista “Million Voices Whisper” e proprio in quell’occasione ci disse di aver già pronto e mixato il disco successivo. Si riferiva a questo “Dreams And Songs“, dal titolo evocativo, in uscita ora per Mascot, frutto di due serate ad Asheville, North Carolina, la sua città natale, che lo vedevano accompagnato, oltre che da una band di suoi amici di grande talento, (Oteil Burbridge, Jeff Sipe, Greg Osby, John Medeski, Edwin McCain, Jasmine Muhammad), dall’orchestra sinfonica di Asheville diretta da Rich Daniels.
“Inizialmente avevamo pensato di registrare in studio, poi quando si avvicinava il momento di dare avvio al progetto ci siamo accorti che non saremmo stati in grado di registrare l’orchestra e la band dal vivo nello stesso momento. E di questo non ero contento, perchè volevo potermi ispirare all’orchestra ascoltando dal vivo quello che stavamo suonando. A quel punto Don Was ha suggerito di farne un disco Live e a quel punto è cambiato tutto. Don ha anche coprodotto il disco, era presente a tutte le prove e abbiamo passato molto tempo insieme in studio per scegliere le performance e superare alcuni aspetti tecnici. Ha portato lui Bob Clearmountain per curare il mixaggio.
Come hai messo insieme la set list, restringendo il campo tra il tuo repertorio, che è molto vasto?
Beh, questo è stato probabilmente l’aspetto più importante del progetto, scegliere le canzoni…e poi scegliere quale arrangiatore si sarebbe occupato di ogni spefica canzone. Ci ho messo molto tempo per passare in rassegna tutte le canzoni, pensando non tanto alle mie preferite, anche perchè non pensavo che molte delle mie preferite fossero per forza adatte ad essere suonate da un’orchestra, piuttosto canzoni che fossero rappresentative di me come artista e della mia carriera finora e potessero funzionare bene con l’orchestra. Abbiamo fatto una lunga lista di canzoni e ce ne sono diverse altre che siamo stati in grado di suonare, ma quelle eseguite durante le due serate di Asheville sono finite tutte sul disco. L’unica che abbiamo escluso è stata “Fire In The Kitchen”, dal mio primo album solista; l’abbiamo suonate in una delle due sere, ma non eravamo del tutto soddisfatti della versione e così non l’abbiamo usata.
Ne è risultata, ci sembra, un’esperienza di ascolto completa, con un inizio, uno sviluppo e una fine.
Sì, trovare la giusta sequenza è stato importante. Non contava soltanto scegliere le canzoni ma il modo in cui fluiscono una con l’altra, volevo si sentisse come una sorta di concept. Da qui il titolo, “Dreams And Songs – A Simphonic Journey”, è proprio come un viaggio, dall’inizio alla fine. Questo è stato voluto e devo dire che sono contento di questo flusso. L’ordine varia leggermente per il vinile e il CD/digitale ma penso che funzionino entrambi molto bene.
Avete fatto alcune prove con gli arrangiatori e l’orchestra diretta da Rich Daniels?
Sì, ma per la maggior parte gli arrangiatori non erano presenti, solo la band, l’orchestra e Rich Daniels. Gli arrangiamenti sono stati fatti in precedenza, tutti gli arrangiatori vivono in città diverse e quindi eravamo in contatto da remoto, ma ognuno di loro ha fatto un lavoro fantastico. Rich, oltre ad essere un direttore d’orchestra, è un sassofonista jazz, ha grande apertura mentale, gli va dato molto merito per come la musica è venuta fuori e per essere stato capace di comprendere sia il nostro mondo che quello dell’orchestra e di farli coesistere nel modo migliore.
Come hai scelto le canzoni dei Grateful Dead? Alcune le avevi già suonate, come ci avevi raccontato, per il Jerry Garcia Symphonic Celebration anni fa.
Sai, è difficile dire perchè abbia scelto certe canzoni…”Terrapin Station” è sempre stata una delle mie preferite e come noto la versione originale ha un’orchestra, ma i Grateful Dead non l’hanno mai suonata dal vivo in un simile contesto, perciò questa è stata una scelta per certi versi ovvia, ma il modo in cui abbiamo inserito nel mezzo “Slipknot” è qualcosa di unico, ed è stata una mia idea. Per via della mia collaborazione con Phil Lesh & Friends e poi con The Dead, ho fatto due tour con loro nel 2004 e 2009, ho suonato e cantato queste canzoni molte volte negli anni ed è stato davvero un onore. Sono diventate una buona parte di quello che avrei scelto di essere in futuro. Volevo quindi onorare la mia storia sia con i Dead che con The Allman Brothers Band, due capitoli molto importanti nella mia vita. Specialmente i miei venticinque anni con gli Allman.
Bob Weir se ne è andato all’inizio dell’anno.
Sì. Bob e gli altri membri dei Dead ancora vivi hanno preso parte ai tour in cui ho suonato anch’io, poi abbiamo suonato insieme anche in molte altre situazioni ed ogni volta è stato un grande piacere. Ho conosciuto Phil verso la fine degli anni Novanta e Bob qualche anno dopo. Non ho mai conosciuto Jerry, avevo avuto un’occasione di incontrarlo una sera al Madison Square Garden, ma decisi di non andare a salutarlo nel backstage, il che è stato un errore, avrei dovuto farlo, mi sono detto “Oh, lo saluterò la prossima volta”, non ci fu ovviamente una prossima volta.
La band per quelle due serate comprendeva alcuni amici di lunga data come Jeff Sipe, Oteil Burbridge, John Medeski e Greg Osby. Se non sbaglio, questi concerti, andati in scena a marzo, potrebbero essere stati tra i primi di Oteil dopo la scomparsa di suo fratello Kofi a febbraio del 2019.
Sì, è corretto. Di sicuro è stato un momento pieno di emozioni per tutti noi, in special modo per Oteil. Kofi era un buon amico e un musicista brillante.
Credo gli sarebbe piaciuto questo progetto con l’orchestra.
Sì! Con Oteil abbiamo parlato proprio di questo. Kofi aveva studiato musica classica e orchestrale, credo il suo primo strumento sia stato il flauto e solo dopo abbia preso in mano altri strumenti. Mi sarebbe piaciuto collaborare con lui.
Hai suonato anche “Just Another Rider”, una canzone che avevi scritto con Gregg Allman e lui aveva inciso su “Low Country Blues”.
Mi piace molto quella canzone e sapevo che con quell’arrangiamento poteva risultare splendida. Molti non sanno che come Allman Brothers abbiamo provato la canzone, anche se non è mai stata suonata dal vivo. C’era sempre la possibilità che venisse registrata dalla band se avessimo continuato a incidere. Quando l’abbiamo scritta, avevo questa linea melodica dei fiati che però non è stata usata per la versione in studio di Gregg e qui ho collaborato con Steven Bernstein, assicurnadomi che quella parte venisse inserita di nuovo nell’arrangiamento.
Com’è stato essere sul palco con un’orchestra di sessantaquattro elementi dietro di te?
Di grande ispirazione. Dal punto in cui ero riuscivo a sentire l’orchestra molto forte e appunto suonare in questo contesto è stato d’ispirazione. Ogni musicista ha dovuto re-interpretare il suo ruolo a seconda di quello che l’orchestra proponeva in ogni momento. E questa è una bellissima sfida in se stessa, perchè come improvvisatori il nostro compito è di adattarci al disegno complessivo, in concordanza con quello che ascoltiamo e quello che stavamo ascoltando era così forte che ci ha indotto a modificare il nostro approccio in modo molto diverso rispetto ad un ambito ridotto. La cosa bella di questo progetto è proprio come tutto sia venuto fuori insieme in maniera, secondo me, davvero unica. Non mi viene in mente nessun altro progetto che suoni come questo.
C’è spazio in effetti per molta improvvisazione non solo per la musica scritta.
Sì, penso che questo cerchi di includere molta più improvvisazione rispetto a quanto venga consentito in genere in progetti sinfonici. Ma appunto non volevo che fosse conservativo, volevo che lo spirito d’improvvisazione rimanesse centrale. Ci sono alcune canzoni che sono interpretazioni complete, momento per momento. Ed è questo che mi piace.
Avete catturato una grande versione di “Whippin’ Post”.
Ti ringrazio. Interpretare “Whippin’ Post” in questa maniera è stato un onore, mi sembra quasi una cosa che doveva succedere.
Suonerai ancora con l’orchestra di tanto in tanto? So che il prossimo anno hai in programma due serata a Nashville.
Sì, per ora ci sono i due show a Nashville, ma sono sicuro che ne saranno altri. Per me è sempre stimolante perciò non vedo l’ora di rifarlo. Poi spero potremo realizzare un nuovo album dei Gov’t Mule con Kevin Scott, il nostro nuovo bassista che ha portato una incredibile energia nel gruppo. Ha suonato anche su “Million Voices Whisper”, ma la sua personalità con i Gov’t Mule è fantastica.
Vorrei chiederti un ricordo di due artisti che se ne sono andati quest’anno e con i quali avevi suonato, John Hammond e Dolly Parton.
Ho conosciuto John Hammond, abbiamo suonato alcune volte insieme con gli Allman Brothers ed è stato fantastico. La sua storia con gli Allman è molto importante, era molto amico di Duane. Purtroppo non lo conoscevo molto, ma ho grande rispetto per il suo contributo al mondo della musica, era totalmente devoto al blues. Quanto a Dolly, suonare sul suo album “Rockstar” è stato un vero onore. Sono stato un suo fan sin da bambino. Anche se non lo sono di altri artisti simili a lei, per qualche ragione ho sempre avvertito una connessione con la sua musica, la sua personalità e voce. Era una grande autrice. Penso di aver capito da piccolo quanto contasse il fatto che fosse lei stessa a scrivere le sue canzoni. Ed è stata un meraviglioso esempio di come, in questo mondo dello show business, restare una persona vera sia di vitale importanza. Ha fatto moltissimo per tantissime persone.











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