Chess

La serie di pregevoli riedizioni del catalogo Chess che ha preso il via per celebrare il settantacinquesimo anniversario dalla sua fondazione, continua a riportare a lucido altri pezzi, occasione per gli appassionati di vinile. Questa volta poniamo l’attenzione su tre LP di un gigante come Muddy Waters, pubblicati tra il 1960 e il 1966. Sono lavori che fotograno tre momenti diversi, in primo luogo per la sua carriera, ma anche per concezione e contesto storico/musicale. Partiamo, in ordine cronologico dal “At Newport 1960“,  celebre testimonianza del concerto tenuto da Muddy il 3 luglio di quell’anno al Newport Jazz Festival. Un concerto che ha rischiato di saltare, infatti, il giorno precedente si erano verificati dei tumulti durante la performance di Ray Charles, sedata soltanto dall’intervento della guardia nazionale. Come riportato d Robert Gordon nella sua biografia, “Can’t Be Satisfied: The Life And Times Of Muddy Waters“, a fronte della possibilità di annullare i concerti del giorno seguente, il promoter George Wein fece valere gli accordi con la Unites States Information Agency per filmare lo spettacolo al fine di promuovere la cultura americana nel mondo.

Così si potè tenere il pomeriggio dedicato a blues, inaugurato proprio da un breve set di Otis  Spann alla testa della band di Waters, pubblicato anni dopo su un LP dal titolo “Rarest Recordings”(JSP) o più recentemente sulla compilation della Jasmine “Diary Of A Chicago Bluesman”. Poi fu la volta  di John Lee Hooker e infine della band di Muddy. Una curiosità, sulla copertina dell’album è ritratto, da William Claxton, proprio con una semiacustica appartenuta ad Hooker, mentre durante  l’esibizione, come facile verificare dai filmati d’epoca disponibili anche on line, imbracciava la sua Telecaster.

muddy at newport

Citando ancora Gordon, Muddy appare, “pienamente consapevole di quanto fossero distanti i locali del South Side, di quanto quel pubblico fosse bianco e numeroso”. Introdotto da un MC d’eccezione, ovvero il poeta/scrittore Langston Hughes, Muddy attacca il primo brano è “I Got My Brand On You”, che il pubblico non poteva conoscere, non era infatti ancora stato pubblicato. Lo sarebbe stato di lì a poco, come per un altra composizione di Willie Dixon, “Tiger In Your Tank”, tanto che Muddy non si ricordava perfettamente il testo; non che questo comporti una performance men che convincente.

Non potevano mancare classici come”(I’m Your) Hoochie Coochie Man” e “Baby Please Don’t Go”, vere e proprie architravi del suo repertorio, senza dimenticare uno slow blues come “Soon Forgotten”, scritta dal suo amico St. Louis Jimmy Oden, sempre con un mirabile Spann a ricamare sui tasti o alla scandita “I Feel So Good”, già tra le cose più belle dell’allora recente tributo allo scomparso mentore Big Bill Broonzy. Il tutto culmina con le due (!) versioni di “Got My Mojo Working”, la seconda era il bis, durante il quale, davanti ad un pubblico evidentemente rapito dalla crescente energia della band, Muddy si lascia andare a dei passi di danza con James Cotton.

Il disco invece si conlude con Otis Spann che interpreta una poesia di Langston Hughes composta per l’occasione, “Goodbye Newport Blues”, un brano intriso di malinconia, forse ancheper l’incerto futuro del festival. In ogni caso, crediamo quasi tutti gli appassionati conoscano a menadito quest’album, che ha segnato in un certo senso (anche se Muddy aveva suonato col fido Spann in Inghilterra nel 1958), l’irrompere della musica di Muddy al di fuori del contesto e del pubblico che fino a quel momento era stato il suo.

Saltiamo in avanti di tre anni, al settembre del 1963, quando Muddy Waters si ritrova in uno studio di Chicago per registrare l’album che uscirà nel gennaio dell’anno seguente col titolo “Folk Singer“. Per chi scrive un disco imperdibile, appartenente alla ristretta categoria dei capolavori, per l’atmosfera intima e rarefatta, con quelle note di chitarra  e contrabbasso che sembran fluttuare nello spazio. Eppure questo consenso non è del tutto unanime, persino il già citato Robert Gordon ha confessato nel suo libro di non amare particolarmente quest’album,  descrivendolo come “[…] una performance che suscita un’impressione di lontananza, come se gli strumentisti fossero più concentrati sy questo tono d’intimità che sulla musica.[…]”. Ci permettiamo di dissentire.

Beninteso, l’idea di Leonard Chess era di sfruttare il crescente folk revival e la parallela riscoperta di figure leggendarie, quello stesso anno ad esempio aveva fatto sensazione l’apparizione di Mississippi John Hurt sul palco del Newport Folk Festival, mentre John Fahey e Ed Denson avevano rintracciato Bukka White. L’anno successivo, come noto, sarà la volta di Son House e Skip James. Chess, quindi, propone a Waters di registrare con qualche chitarrista della generazione precedente, magari qualcosa nello stile di John Lee Hooker o Lightnin’ Hopkins. La scelta di Muddy ricade però su un ventisettenne arrivato a Chicago sei anni prima dalla natia Louisiana, Buddy Guy, non senza che questo sollevi lo scetticismo di Leonard Chess. Guy infatti, che dal 1960, anno di uscita  del suo singolo “I Got My Eyes On You/First Time I Got The Blues”, era sotto contratto con l’etichetta chicagoana, si stava costruendo una solida reputazione per le sue vibranti doti all’elettrica. Pensiamo ad esempio ai suoi brani contenuti in un LP dal vivo uscito proprio nel 1963, “Folk Festival Of The Blues”. Comunque ogni riserva venne subito silenziata non appena  la sessione ebbe inizio.

muddy folk singer

Al centro di queste nove canzoni c’è la voce densa di Muddy Waters, attorno ad essa si posizionano con estrema sensibilità, dai fraseggi dell’oggi novantenne Buddy, alla sezione ritmica impeccabile costituita da Willie Dixon (anche coproduttore con Ralph Bass) e Clifton James, batterista in dozzine di registrazioni di Bo Diddley. Dalle prime note di “My Home Is In The Delta” alle ultime di “Feel Like Going Home”, lì dentro c’è tutto il blues di Muddy, le note della slide davanti, i fraseggi di Guy a sottolinearne ogni inflessione, le pulsazioni del contrabbasso e la pastosità della batteria. Bellissime le riletture del proprio canzoniere come “Long Distance Call”, così come le riprese di colleghi quali la maliziosa “Big Leg Woman” di Johnnie Temple o la sbarazzina “Good Morning Little Schoolgirl” (John Lee “Sonny Boy” Williamson), ci ricordano della sua prerogativa di “ladies’man“.

Quasi quarant’anni dopo Buddy Guy registra “Blues Singer”, dichiaratamente ispirato a questa session indimenticabile, “come ogni cosa che ho fatto con Muddy”, ha ribadito sovente; con lui c’erano un contrabbassista e un batterista (Tony Garnier e Jim Keltner, non due qualunque) e Jimbo Mathus alla chitarra.

Forse anche per la presa del suono particolarmente evocativa e precisa,  una caratteristica che potremmo ben definire “audiofila”, “Folk Singer”, ha conosciuto dozzine di ristampe, molte anche di alta qualità, come quelle targate Mobile Fidelity Sound Lab o Analogue Productions (anche su doppio 45 giri a 180 grammi). Anche questa edizione, curata da Matthew Lutthans restituisce appieno le dinamiche, la ricchezza espressiva e in definitiva il serbatoio di emozioni garantito, ogni volta, dall’ascolto di tanta bellezza.

Il terzo LP in oggetto “Muddy, Brass & The Blues“, risale al 1966 ed è un ulteriore indizio che Chess stesse cercando a tutti i costi di riposizionare Muddy a seconda di quello che il mercato richiedeva, senza curarsi di quanto potesse risultare una forzatura. In questo lasso di tempo alcune cose erano cambiate, la sua fama si era ormai estesa al pubblico europeo o a quello dei college, ma a parte alcuni ottimi singoli come “The Same Thing/You Can’t Lose What You Ain’t Never Had” (1964) e “My Dog Can’t Bark/I Got A Rich Man’s Woman” (1965), dal punto di vista discografico non c’era stato una vera corrispondenza. Forse anche perchè invece di lasciar libero corso al fulgido blues chicagoano di Muddy, basti sentire i numerosi live del periodo, la Chess continuava ad avere altri progetti in serbo per lui. A questa session nel giugno del 1966, con la band, viene fatta sovraincidere una sezione fiati, in alcuni casi aggiungedo persino un organo.

muddy brass

In questo caso concordiamo con quanto scrive al proposito Robert Gordon, “il suono della sezione fiati è incisivo e serrato, spesso scintillante, ma non ha niente a che vedere con Muddy o il blues, è  come un corpo estraneo.” A riprova di ciò potrebbe essere d’aiuto ripescare le versioni di alcuni di questi brani, pubblicate anni dopo nel Chess Box o nell’antologia “One More Mile”, senza i fiati per apprezzare appieno la prestazione della band, con Cotton, Spann, Pee Wee Madison e Sammy Lawhorn alle chitarre, mentre Willie Smith e Calvin Jones formavano ormai la ritmica. Malgrado la fuorviante fotografia con una chitarra acustica, l’elettrica del leader non è mai in primo piano, ma il canto possiede la consueta autorevolezza in una serie di brani dal repertorio di altri artisti, come “Sweet Little Angel” (celebre nella versione del suo amico B.B. King) o di “Black Night”, uno standard inciso prima da Charles Brown e poi da moltissimi altri, (anche da James Cotton in Chicago The Blues Today Vol 2, seppur col titolo “The Blues Keep Falling” e poi Buddy Guy o Eddy Clearwater).

Il brano qui intitolato solo “Trouble” è in realta un remake di “Troube No More”, a sua volta adattata dalla “Someday Baby” di Sleepy John Estes. Mentre “Piney Brown Blues”, “Corine Corina” o “Trouble In Mind”, soprattutto con questo tipo di arrangiamenti, occhieggiavano le interpretazioni di Big Joe Turner o Jimmy Witherspoon. Anche riascoltato oggi, resta un album non fondamentale nella discografia watersiana, pur in questa bella ristampa dai master originali. Sarà superfluo ricordare come l’album successivo, “Electric Mud”, sarà ancora differente, e bisognerà attendere ancora qualche anno per ritrovare un Muddy Waters in studio nel suo habitat naturale, musicalmente parlando.

Matteo Bossi

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